17 aprile 1993
Arrestati esponenti della banda della Magliana
Cinquantacinque esponenti della banda della
Magliana, accusata di collegamenti con la
mafia, con la camorra e con l'eversione nera sono
arrestati. Usura, droga, riciclaggio. Rapporti con
personaggi della politica, dell'alta finanza, dei
servizi segreti, della mafia, della destra
eversiva.
Le attività della "banda della
Magliana", nella seconda metà degli anni
Settanta, trasformano Roma in un crocevia
eversivo, una zona grigia non ancora
conoscibile nei dettagli e con indagini in corso,
come quella sull'omicidio di Roberto Calvi,
come la definisce la relazione della Commissione
stragi. Ecco in sintesi alcune vicende in cui la
banda della Magliana è stata coinvolta:
Sequestro e omicidio Moro
Era legato alla banda il falsario
Chichiarelli, autore del falso comunicato del
lago della Duchessa e organizzatore
e autore della rapina del marzo 1984 alla
Brink's Securmark che fruttò un bottino di
circa 30 miliardi di lire. A Chichiarelli
sono attribuiti due messaggi: un borsello
contenente oggetti che alludevano all'omicidio
Pecorelli, al sequestro Moro e al
depistaggio del Lago della Duchessa.
Omicidio Pecorelli
Sono stati assolti a Perugia Pippo Calò
e Massimo Carminati ma è stata
successivamente arrestata la primula rossa
della banda, Fabiola Moretti, ex convivente
di Danilo Abbruciati, il killer della banda
della Magliana freddato nell'82 durante il fallito
agguato a Roberto Rosone,vicepresidente del
Banco ambrosiano. L'accusa: depistaggio delle
indagini sull'omicidio Pecorelli
Tentato omicidio di Roberto Rosone
Condannati il faccendiere Flavio Carboni
e il boss della banda Ernesto Diotallevi
per l'agguato al collaboratore di Roberto Calvi.
Furto nel caveau del Palazzo di giustizia di
Roma
Tra gli arrestati anche un esponente della
banda della Magliana, Manlio Vitale,
soprannominato er Gnappa ex braccio destro
del boss della Magliana Maurizio Abbatino.
(DA "La Repubblica" del 13 dicembre 2000)
***
RICORDIAMOLIJOSHUA SLOCUM
Ricordiamo questo "Capitano coraggioso" con una pagina tratta da un suo libro.
"Autunno 1909. Nonostante gli anni, ne ho compiuti sessantacinque il 20 febbraio, le gambe mi reggono bene, le mani sono ancora forti, e la mia vista arriva lontano.
Purtroppo io non sono come la mia barca, con la
schiena di dura quercia, rinforzata da un doppio
bracciolo, per potermi aprire la via tra i ghiacci
della vita. Tuttavia mi sembra di essere in
perfetta salute, ed è perciò che sono partito. Da
Boston, ancora una volta... e ancora una
volta da solo. Mi chiamo Joshua. Joshua
Slocum, Capitano.

Le vele sono a segno e la barra è dolce, il mare oggi è amico;mi rilasso. Mi ritorna alla mente l’isola di Briar, la cantina della mia infanzia, il carbone ammucchiato in un angolo e il tavolo degli utensili. Ricordo la costruzione della mia prima barca. Misurava quarantatré centimetri fuori tutto, ed era fatta con qualsiasi cosa e la mia fantasia di dodicenne. Poi venne mio padre... mio padre che odiava il mare, e la distrusse.
Mi arruolai su una nave mercantile a vele quadre, dopo essere scappato di casa. Conobbi un capitano, un uomo che fece una scommessa, con sé stesso, su di un mozzo ignorante di sedici anni. Prese ad insegnarmi i segreti della navigazione, del carteggio e della navigazione astronomica. Io amavo queste cose, imparavo in fretta e, solamente dopo due anni, ero già secondo ufficiale. A venticinque anni ebbi il primo comando, su una goletta…
Guadagnavo molto, e a poco più di quaranta anni possedevo l’Aquidneck, brigantino a palo di trecentoventisei tonnellate. Avevo impiegato tutte le mie sostanze per averlo. Vi avevo imbarcato tutta la mia famiglia.
Lo persi nel 1887, subito dopo Natale, nella baia di Guarakasava, in Brasile. Mancammo una virata e andammo a incagliarci su un bassofondo sabbioso. Non ci riuscì il tonneggio. La mia nave giacque là, distrutta. Nessuna vita fu persa. I miei averi per intero.
Allora costruii con le mie mani una barca di dieci metri e mezzo, con la quale riportai negli Stati Uniti la mia vita e quella dei miei cari.
Tornato a casa, completamente rovinato, ebbi
una strana offerta da un vecchio comandante
cacciatore di balene: mi regalava il suo sloop in
disarmo. Il giorno dopo scoprii che si trattava di
un relitto. Ricostruii da solo lo Spray, così si
chiamava quel vecchio legno risalente al 1801.

Lo feci saldo, robusto e bello. Chiglia, braccioli e ordinate di dura quercia. Il fasciame era di pino della Georgia, spesso tre centimetri e mezzo. Le impavesate fatte con scalmotti di quercia bianca, i corsi di coperta di pino bianco.
Undici anni fa, il 24 aprile 1895, salpai da Boston, con lo Spray, risorto dalle sue ceneri. Partii da solo. Diedi nuovamente fondo nel porto di Boston dopo più di tre anni, il 27 giugno 1898 dopo aver fatto più di quarantaseimila miglia intorno al mondo.
Avevo circumnavigato il globo in solitario. Nessun uomo prima di me, lo aveva mai fatto.
Non so quale utilità potesse avere la mia impresa. Sta di fatto che mi era piaciuta immensamente. Ero felice che lo Spray avesse circumnavigato il mondo, e mi sentivo ringiovanito. Ad ogni modo, ormai, era cosa fatta e registrata. Segnava un periodo. Ne è passato di tempo... Oggi ho sessantacinque anni. E mi sembra di essere in perfetta salute, ed è perciò che sono partito. Da Boston, ancora una volta... e ancora una volta da solo.
Quando dormirò, come sempre il mio Spray saprà stare in rotta, magari con l’aiuto del pilota della Pinta, come quella volta in mezzo alla tempesta, quando ero delirante per una intossicazione alimentare.
Comparve dal nulla, mentre io ero sottocoperta quasi privo di sensi, e si mise alla ruota. Lo Spray aveva due mani di randa e tutto il fiocco, e il mare era in burrasca. Ma quel demonio sapeva il fatto suo perché portò la mia barca con tutta quella tela fino al mattino, quando mi ripresi, e lo Spray era ormai fuori pericolo.
Oggi temo le navi, quei piroscafi, sempre più numerosi, grandi e veloci, spinti dalle fiamme delle loro fornaci, e non dal soffio del vento che ci fa navigare da millenni.
Temo la loro prora di acciaio, più dura della più dura quercia dei nostri pascoli.
Temo il sonno, e che la loro rotta incroci con la mia.
Per questo ho acquistato a caro prezzo una lampada a vapori di petrolio che isso a riva ogni notte. Perciò ogni mattina quando la recupero, la ringrazio per la sua protezione.
Dormo a brevi intervalli, e dopo un po’ non si sente nemmeno la stanchezza. Preferisco dormire durante le ore del giorno, perché spero che il pericolo di collisione sia minore.
Stanotte c’è la luna piena. Il mare è calmo, ed il vento è sui dodici nodi. Lo spray, al traverso, lascia dietro di sé la sua placida scia.
Sono sveglio, ma rilassato perché la visibilità è perfetta, e la mia lampada fa il suo dovere lassù. Cedo piano piano al sonno, cullato dalla piacevolezza di questa notte... Quiete... Silenzio... Sonno...
Uno schianto immenso.
E’ successo.
Ciò che temevo da tanti anni, ciò che il timoniere della Pinta mi aveva sempre aiutato ad evitare. Forse in questa notte incantata dormiva anche lui.
L’acqua mi sta arrivando alla gola, e la mia
bella barca dalla chiglia spezzata sta affondando
rapidamente. La grande nave d’acciaio, continua la
sua rotta, nel fragore delle sue macchine, nella
notte, ignara della collisione, senza aver nemmeno
visto la mia luce di via. La mia vita termina qui.
Sono contento di una cosa però. Non soffrirò a
lungo.
Perché io, il primo uomo al mondo che abbia
circumnavigato il globo in solitario, Joshua
Slocum, Capitano, non so
nuotare.
Joshua Slocum
***
IL FATTO
LO SVIZZERO E LE FESTE DEL TEMPO ANDATO
Lo Svizzero, così assorto nelle proprie
occupazioni, non è un introverso come taluno che
non lo conoscesse potrebbe credere; manifesta,
anzi, un temperamento giocondo che sa evadere con
piacere dalla quotidiana meccanica della
produzione: sono le feste a fornirgli queste
evasioni che lo portano in seno alla
spensieratezza della sua comunità; il senso del
collettivismo è antico, e vi si aggiunge anche il
culto degli avi dei quali egli veste con orgoglio
i costumi e le divise. Associazioni, circoli, club
uno dei più frequentati è quello del tiro a
segno, dove lo Svizzero pratica lo sport e si
mantiene allenato per eventuali obblighi militari
prosperano in ogni luogo; ognuno è socio attivo e
propagandista.
Vi è perfino una federazione nazionale dei costumi che organizza raduni ai quali intervengono, per i loro concorsi nazionali, i famosi suonatori di corno delle Alpi. Fu anche tenuto presso Interlaken, nel castello di Unspunnen, all'inizio del XIX secolo, il primo raduno della pacificazione tra gli Svizzeri, che viene regolarmente ripetuto: vi si cimentano lanciatori di pietre, suonatori di strumenti antichi, cantori e naturalmente virtuosi del corno. Nello spettacolo sono incluse passerelle di graziose ragazze, rassegne zootecniche, il tutto nella coreografia variopinta che costituisce un richiamo per il turismo.
In questa manifestazione, come in altre del resto, è immancabile il corno delle Alpi, uno strumento a fiato originario dell'Asia che in Svizzera si trova oggi soprattutto nell'Emmenthal e nell'Oberland Bernese, dove è usato nelle due specie: il corno bernese, lunghissimo, e il Büchel o corno corto, con due curve, che è il corno della Svizzera primitiva e che era molto usato nei Grigioni. È ricavato da un abete giovane cresciuto abbarbicato nella roccia, quindi con l'estremità più grossa ricurva. Non ha registri, non ha fori, non ha valvole, non può emettere che un numero limitato di suoni: suoni che sono però molto morbidi e quasi vellutati e diventano meravigliosi quando lo strumento sia suonato da un artista.
Una festa tipicamente svizzera è quella dei banderesi, magnifici alfieri emuli dei Toscani: il gioco della bandiera è particolarmente in voga nella Svizzera centrale, dove non venne mai meno la tradizione e dove quindi essa è autentica. È regolato da norme precise ed esige una rigida disciplina. Qui i banderesi, due, sono scelti dal consiglio comunale allorché elegge i suoi consiglieri.
Dopo un anno il secondo banderese diviene primo banderese e deve provvedere alla sua successione. Il gioco consiste nel piroettare, nel giro di tre minuti, la bandiera in diversi modi, con eleganza e stile, restando dentro i limiti di un cerchio che misura 1,5 m di diametro. Il giocatore si presenta vestito con il più bel costume che possiede, porta a tracolla una sciarpa di seta rossa e bianca e il suo portamento richiama alla mente la silhouette dell'espada. Vi è poi la festa dei fuochi di marzo, che annunciano l'arrivo della primavera; quella delle uova pasquali, che dà luogo a gare originali in cui vere uova dipinte vengono fatte rotolare dai pendii, o lanciate in alto, o fatte cozzare per rompere quelle dell'avversario.
Per il carnevale gli Svizzeri sanno organizzare ancora baldorie simpatiche, con carri allegorici come in Turgovia, a Ermatingen, dove il carnevale è caratterizzato dall'apparizione della Groppe, un pesce-mostro allestito su un carro tirato da gnomi e portato in corteo insieme a molti gruppi storici o satirici. A Bellinzona, Locarno, Ascona e Lugano il carnevale è gastronomico, a base di risotto in piazza per tutti. Nel cantone di Vaud la più importante manifestazione è una Abbaye. È una festa particolare alla quale non è agevole essere ammessi.
La società promotrice fa una severa cernita dei candidati e fa pagare una somma considerevole di partecipazione. Il diritto si trasmette poi di padre in figlio. Una Abbaye dura tre giorni, il primo dei quali è riservato alle gare di tiro. Nel secondo e terzo giorno si ascoltano numerosi discorsi, si presenzia a riti religiosi, si festeggia chi ha vinto le gare di tiro, si balla all'aperto e soprattutto si fanno grandiosi banchetti il cui tradizionale menù è costituito da lingua di bue, bollito, arrosto di vitello, torta. Naturalmente anche i villaggi sono in festa e ognuno è anfitrione in casa propria dove riceve amici e parenti.
Nei cantoni di Vaud, Neuchâtel, Sciaffusa, nel Vallese, a Lugano e a Vevey si celebra la festa dei vignaioli, una specie di sagra della vendemmia, con cortei in costume, canti e balli. Nel Vaud, sotto certi aspetti, è più che una tradizione. Una fraterna collaborazione esiste fra i vignaioli delle valli e i montanari dell'alpe. L'uva riempie di gioia e quelli dell'alto scendono a valle per la vendemmia, ed è questa per loro un'occasione di riposo e di svago. Quasi dovunque esiste la consuetudine secondo la quale il padrone della vigna ha diritto di ricevere un bacio dalla donna che durante la vendemmia abbia dimenticato un grappolo sulla vigna.
Nei villaggi neuchâtellesi si dà particolare risalto a questa festa, sempre bella, perché pittoresca e spontanea. I vendemmiatori discendono a gruppi dalle vigne al villaggio,cantando e portando tutti gli attrezzi della vendemmia; improvvisano balli sulla piazza principale e la sera fanno onore alla classica fondue e ballano ancora, sia in locali pubblici, sia, più semplicemente, nelle stanze dove c'è il torchio per l'uva. I canti svizzeri della montagna sono noti ovunque; accompagnati talvolta da suoni ottenuti facendo girare scudi d'argento entro un recipiente di terracotta, gli Jodeln sono nenie gioiose e insieme struggenti ed esprimono soprattutto l'amore per la terra.
***
LA POESIA DEL GIORNO
CALA LA TELA
Cala la tela, maschere impolverate
deambulano davanti ad una platea vuota
sopra un palcoscenico con riflettori spenti.
La tua maschera nell'ombra
sembra una fauce spalancata e inesorabile
ed io? Ritto con la maschera di sempre
rimango a guardare un’insulsa danza:
Un'amazzone che vuole montare
un cavallo di pietra ha la tua maschera
e deambula ubriaca affermando insulsi
concetti avvilenti come la tua esistenza.
Come il gabbiano Jhonathan
ti vedevo al mio fianco:
non hai voluto volare.
Preferisci cavalcare, con due piedi
in una staffa, un cavallo di pietra.
Reno Bromuro ( da Musica bruciata)
***
Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

www.elbasun.com
- il sito del SOLE