16 gennaio 1556
Abdicazione ai Carlo Quinto

Carlo QuintoRe di Spagna nel 1516, all'età di sedici anni, Imperatore della Germania tre anni dopo, Carlo Quinto si trovò a capo d'un impero "sul quale non tramontava mai il sole... "

Per tutta la vita Carlo Quinto accarezzò due sogni ambiziosi: diventare il sovrano più potente d'Europa e quindi del mondo, e affermarsi come il protettore della Cristianità. Invece fallì in entrambe le cose.

Per trent'anni contese a Francesco I il ruolo di sovrano principale in Europa, con un alternarsi di vittorie e di sconfitte. Alla morte di quest'ultimo, nel 1547, Cario Quinto riprese la guerra contro suo figlio, Enrico II, fu sconfitto nei pressi di Metz e costretto ad accettare una tregua. Come protettore della Cristianità l'imperatore sconfisse i turchi in Ungheria e il Barbarossa nel Mediterraneo, ma i suoi Stati erano minacciati dalla Riforma.

Nel 1555 un attacco di gotta lo inchiodava al letto. Quest'uomo, la cui forza fisica e la cui volontà erano leggendarie, si ritrovò abbattuto dalla malattia e roso dall'avvilimento. Nel corso di un'assemblea degli Stati dei Paesi Bassi, svoltasi il 25 ottobre 1555 a Bruxelles, alla presenza di tutta la sua famiglia, Carlo Quinto annunciava la sua intenzione di ritirarsi in un convento. E il 16 gennaio 1556 abdicava a favore del figlio, che divenne re di Spagna col nome di Filippo II. Qualche mese dopo il sovrano lasciava il trono imperiale al fratello Ferdinando e si ritirava nell'Estremadura, nel convento di Yuste dove sarebbe morto due anni dopo.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1900: L'americano Davis istituisce la coppa di tennis che porta il suo nome.

1957: Muore Arturo Toscanini

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RICORDIAMOLI

ARTURO TOSCANINI

Arturo Toscanini nacque a Parma nel 1867, morì a Riverdale, New York, nel 1957. Arturo ToscaniniSi diplomò in violoncello e composizione a Parma nel 1885 e già l'anno successivo si trovò a esordire a Rio de Janeiro con Aida, chiamato a sostituire il direttore che ne aveva avuto l'incarico.

Nel 1886 diresse la prima di Edmea di Catalani a Torino e nel 1896 la prima di Bohème di Puccini nella stessa città, imponendosi in modo definitivo. Nel 1898 fu per la prima volta presente alla Scala, di cui fu direttore artistico dal 1920 al 1929, in precedenza, dal 1908 al 1915, aveva diretto al Metropolitan; nel 1928 fu chiamato a capo della Filarmonica di New York.

Nel 1931, in seguito alle minacce e agli schiaffi ricevuti dai fascisti a Bologna, perché si era rifiutato di dirigere gli inni ufficiali prima di un concerto, si stabilì negli U.S.A. dove, dal 1937 fu a capo dell'orchestra della N.B.C. Tornò in Italia solo nel 1946 per dirigere il concerto inaugurale della Scala ricostruita. Il mito di Toscanini si fondò su un'approfondita fedeltà al testo, su una leggendaria precisione ed efficienza, sulla sua capacità di imporre in ogni particolare una ben definita visione unitaria.

Arturo ToscaniniNelle sue interpretazioni del melodramma italiano un atteggiamento del genere comportava un profondo mutamento del costume e della mentalità musicale, subordinando alla concezione del direttore i cantanti e tutte le componenti dell'opera. Di storico rilievo segnatamente le interpretazioni di Verdi e di Puccini di cui diresse in prima assoluta La fanciulla del West, nel 1910, quelle wagneriane; nel 1930 e 1931 fu chiamato a Bayreuth, quelle pagine di Debussy, di Ravel, delle sinfonie di Beethoven. Netta fu la sua chiusura verso i compositori delle generazioni successive

Ho detto che nel 1886 diresse la prima di Edmea del lucchese Alfredo Catalani, nato nel 1854 e morto a Milano nel 1893. Catalani, dopo i primi studi a Lucca e un soggiorno a Parigi nel 1873, si iscrisse al conservatorio di Milano, città dove svolse interamente la sua attività di compositore e, dal 1890, di insegnante, succedette ad Amilcare Ponchielli nella cattedra di composizione.

L’opera di Catalani si colloca in un momento di crisi e di transizione nella storia del melodramma italiano, quando tra gli stanchi epigoni verdiani e l'affermazione del gusto verista, che nell'ambito della storiografia musicale, rappresenta una fase della storia del melodramma tra '800 e '900 illustrata dai nomi di Pietro Mascagni, Ruggero Leoncavallo, Umberto Giordano e Francesco Cilea, ai quali va aggiunto, con un ruolo a sè stante, Giacomo Puccini. Le relazioni con l'omonimo movimento letterario non sono univocamente definite, riscontrandosi nel verismo musicale caratteristiche specifiche e peculiari.Verdi

Notevoli sono i prestiti dall'esperienza operistica francese sia nella scelta dei soggetti, ispirati alla storia o alla realtà quotidiana, sia nella suggestione verso un esotismo di maniera, estraneo all'esperienza letteraria verista.

Se Georges Bizet e Jules Massenet sono da indicare come i modelli più prossimi dei veristi italiani, il prologo dei Pagliacci del 1892, di Leoncavallo va considerato una sorta di manifesto del movimento in Italia. Il verismo non ebbe mai, né sul piano dei contenuti, né su quello dello stile, oscillante tra la fedeltà agli archetipi del melodramma verdiano e i recuperi di marca francese, o addirittura, wagneriana, un profilo unitario. Più che di un movimento è lecito parlare, per la storia del melodramma italiano, di un'atmosfera "veristica" i cui echi giungono, sia pure attenuati, sino alla Turandot di Giacomo Puccini.

LeoncavalloInoltre, caratteristica del clima culturale italiano posteriore alla prima guerra mondiale fu la frattura netta che gli esponenti del rinnovamento musicale italiano appartenenti alla cosiddetta "generazione dell'80" Gian Francesco Malipiero, Alfredo Casella, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, tracciarono tra la propria esperienza culturale e quella del verismo, la quale, anche per questo, rimase un episodio relativamente isolato entro cui, di fatto, si concluse la grande tradizione del melodramma romantico italiano. si avvertivano inquietudini e generiche istanze di rinnovamento, cui Catalani partecipò come tutto l'ambiente della scapigliatura nel quale era inserito.

In questa situazione appare incline a un malinconico ripiegamento, a un tenue e intimistico lirismo dalle inflessioni quasi crepuscolari. Il delicato mondo poetico di Catalani si delinea già con La falce, su libretto di Arrigo Boito, e trova in Loreley e nella Wally le più compiute affermazioni. Loreley, che costituisce una sostanziale rielaborazione di Elda, è permeata dal gusto per la sognante evasione; La Wally, che seguì i tentativi falliti di Dejanice ed Edmea, rivela una maggiore attenzione alle esigenze del dramma e segna forse un'evoluzione stilistica dell'artista, troncata dalla morte. Nella sua produzione sono comprese anche alcune composizioni cameristiche, specialmente per pianoforte, e una ventina di liriche.

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IL FATTO

UMBERTO SABA

Umberto Saba

Umberto Saba, è pseudonimo del triestino Umberto Poli nato nel 1883 e morto a Gorizia nel 1957, figura straordinaria e solitaria nel panorama della poesia italiana del Novecento.

Lasciò gli studi ancora adolescente per lavorare come commesso. A vent'anni si trasferì per qualche tempo a Firenze, dove entrò in contatto con i redattori della "Voce", ai quali propose i propri scritti. Umberto SabaL'esperienza del servizio militare a Salerno, nel 1907, lo allontanò dall'ambiente estetizzante e lo avvicinò alla realtà quotidiana. Tornato a Trieste, nel 1909 sposò Carolina Wölfler, che chiamava Lina che gli diede l'unica figlia, Linuccia. Nel 1910 pubblicò a proprie spese la raccolta Poesie nella quale emergono i versi che celebrano la vita familiare come porto di pace. Nella successiva Trieste e una donna del 1912, domina invece il contrasto tra la sofferenza per un amore sfuggente e l'esaltazione della città come luogo familiare e sicuro. Dopo la prima guerra mondiale riprese a scrivere e a pubblicare poesie: Cose leggere e vaganti; L'amorosa spina, che con le raccolte precedenti confluirono nella prima edizione del Canzoniere del 1921; Preludio e canzonette; Cuor morituro del 1926.

Nel 1928 la rivista "Solaria" pubblicò la sua raccolta Preludio e fughe, cui seguirono Parole e le brevi prose di Scorciatoie. Le leggi razziali imposte dal fascismo lo costrinsero a cedere formalmente la proprietà della libreria, e a trasferirsi a Parigi.

Con lo scoppio della guerra trovò rifugio a Firenze, dove visse nascosto per vari mesi, visitato solo da Montale. Alla fine del conflitto visse a Milano, dove preparò e pubblicò le varie edizioni del Canzoniere, 1945, 1948, 1951, 1961, postuma. Dopo le ultime raccolte Ultime cose; Mediterranee; Uccelli; Quasi un racconto, le bellissime prose Scorciatoie e raccontini, morì a Gorizia. Nel 1975 uscì postumo il romanzo incompiuto Ernesto.

I temi del "Canzoniere" sono la somma di tutte le raccolte pubblicate nel corso degli anni, il Canzoniere è un'opera compiuta.

La poesia di Saba nasce non da una frattura con il passato, ma da una fusione tra il grande interesse per la poesia italiana del Settecento e dell'Ottocento, in particolare per Leopardi, e le suggestioni più intense della cultura mitteleuropea contemporanea, rappresentata da Nietzsche e Freud.

Da queste scelte culturali discendono i suoi temi: protagonista è l'inesausta ricchezza della vita, con tutte le sue contraddizioni, la gioia e il dolore, le pulsioni d'amore e di morte. Saba si appropria dei momenti della vita con un godimento vorace e istintivo, quasi fanciullesco, sia che si tratti delle vie della sua città o di un'immagine di donna, di un sogno o di un ambiente. Tutte queste cose divengono per il poeta "parole buone", rivolte al lettore non per disorientarlo nel labirinto del simbolismo, ma per accompagnarlo in un cammino di amicizia. Ben diverso dall'io decadente o crepuscolare, che diventava baluardo e difesa dal mondo, l'io della lirica di Saba è disposto a una fraterna comunione. Ma proprio per questa sua "innocenza" nell'approccio con il mondo, a ogni passo egli incontra il negativo, il senso di sofferenza e di dolore che sta in fondo a ogni manifestazione della vita, anche la più gioiosa.

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LA POESIA DEL GIORNO

CASSIOPEA E ANDROMEDA

Ce ne stavamo mano nella mano
in riva al mare ad ascoltare la musica
piacevole delle onde, quand’è venuta
Cassiopea a raccontare la storia
di Andromeda, sua figlia, e di Perseo.

Storia affascinante che ha ingigantito
il sentimento che per l’infinito spazio
del cuore c’incatena, ci avvince e noi
cantiamo per questo, col sottofondo
della musica lieve delle onde «ruffiane».

Tu come Andromeda legata dal dovere
io Perseo scatenamondo spada in pugno
pronto a spezzare le catene che allo scoglio
della lontananza ti tengono avvinta, ma…

Mi rimane solo il tuo gran dono d’agosto:
quarantotto stelle a coronare la vittoria
delusa. Mi basta questo per sapere
che ancora mi ami come ieri, come sempre,
in eterno il 10 agosto invii le stelle scaturite
dal tuo cuore per coronare l’infranto
sogno e farmi vivere la stupenda realtà.

Mano nella mano sulla battigia ad ascoltare
l’amabile musica delle onde calme protettrici
in questa notte di luna piena, quando viene
Andromeda a raccontare la storia sua e di Perseo;
ma noi la sapevamo l’aveva raccontata
mamma sua nemmeno due minuti prima
che entrambi ci abbracciassimo a Morfeo.

Reno Bromuro (Poesie sparse))

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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