16 aprile 1973
Muoiono carbonizzati
Virgilio e Stefano Mattei

A Primavalle, popolare quartiere di Roma, nella notte tra il 15 e il 16, muoiono carbonizzati nell'incendio doloso della loro abitazione Virgilio e Stefano Mattei, rispettivamente di ventidue e otto anni, figli del segretario della locale sezione del MSI. Il 7 maggio la magistratura incriminerà tre giovani aderenti a Potere operaio.

Il fascista Angelo Lampis, dopo una giornata da provocatore "prevede" l'attentato sei ore prima che avvenga. Tutti i Mattei ne sono informati. Tornano a casa e, così dicono, si mettono a dormire. Ma qualcuno vede le luci accese fin quasi all'ora dell'incendio.

La sera di domenica 15 aprile 1973 la casa dei Mattei va a fuoco e, tra le fiamme, muoiono due figli maschi del segretario della sezione missina di Primavalle, Virgilio e Stefano.

Esiste il buio più assoluto su come i fascisti della Sezione Giarabub abbiano trascorso la giornata di domenica 15 aprile. E' questo un altro grosso interrogativo volutamente lasciato senza risposta dagli inquirenti, i quali non si sono mai preoccupati di chiedere che cosa i diretti interessati, i Mattei, e i loro numerosi amici fascisti, abbiano fatto nell'arco della giornata. Solo il missino Angelo Lampis è stato sottoposto a questo tipo d’interrogatorio, perché con le sue affermazioni sconcertanti, con la sua veggenza e con le accuse mossegli dai suoi stessi camerati, è rimasto coinvolto nella faccenda, fino a venire posto sotto arresto per reticenza.

L'incendio di Primavalle si sviluppa in modo del tutto difforme da come hanno preteso periti e magistrati. Questo è stato detto ed ora sarà dimostrato. L'incendio è scoppiato dentro l'appartamento del segretario missino e non sulle scale della sua abitazione; la tanica era all'interno della casa; sull'avvenimento pesa l'ombra di molti, troppi dubbi che circoscrivono sempre di più le responsabilità dell'inquieto ambiente missino di Primavalle.

Le prime fiamme, dunque divampano all'interno dell'abitazione dei Mattei. Questo è deducibile da tutta una serie di testimonianza: la moglie di Mattei offre dello scoppio dell'incendio differenti versioni: la prima, raccolta dai giornali, ma inesistente per i documenti ufficiali dell'inchiesta, parla di una bottiglia molotov lanciata contro la porta d'ingresso, di lei che si sveglia, afferra i figli più piccoli, si reca all'uscio che trova già aperto ma sbarrato dalla cortina di fiamme, e del superamento di questo muro di fuoco avvenuto grazie all'aiuto dell'inquilino che getta secchi d'acqua. La seconda versione, invece, è abbastanza difforme. Dice Anna Maria Mattei: "Mio marito è balzato da letto, ed ha aperto la porta della stanza da letto, che dà sull'ingresso. Il vano d'ingresso era pieno di fiamme, ma mio marito è riuscito ugualmente a spalancare la porta d'ingresso".

Le ipotesi sono materialmente impossibili per una circostanza ben precisa: la porta chiusa, e la foggia della soglia di casa Mattei costituiscono, nell'ipotesi:uno schermo insuperabile per eventuali fiamme esterne; escludono assolutamente la possibilità di un innesco del fuoco dall'esterno. Ciò è tanto vero che gli stessi periti ufficiali hanno respinto queste ipotesi.
D'altra parte anche Silvia Mattei conferma che l'origine dell'incendio è da situare all'interno dell'appartamento quando dichiara: "Fui destata da mio padre durante la notte e vidi che c'erano le fiamme. Papà prese un estintore del tipo a boccione che si debbono rompere sulle fiamme. Subito dopo vidi una gran fiammata avvolgere mio padre".

Inoltre a conferma di tutto il dirimpettaio dei Mattei, Gualtiero Per chi, sostiene: "Le fiamme divampavano all'interno della casa. Sul pianerottolo quando aprii la porta di casa non c'erano fiamme".

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RICORDIAMOLI

CHARLIE CHAPLIN

Charlie Chaplin nasce a Londra il 16 aprile 1889 e diventa uno tra i più grandi del cinema del nostro tempo, certo più popolare con il nomignolo di Charlie o Charlot. Venuto dalla miseria degli slums londinesi e da una scuola familiare di pantomima,fantasista ambulante nella troupe di Fred Karno, approdò a Hollywood a 23 anni per interpretare dal 1914 una serie di film comici settimanali per la Keystone, la ditta di Mack Sennet.

Qui il mingherlino e cattivello "Chas" inventò "Charlie", l'omino dai pantaloni troppo larghi, dalle scarpe troppo lunghe, dai baffetti a spazzola, stretto in una giacchetta lisa e galante, con una bombetta scarsa e dignitosa e un bastone di bambù sfrontato e brioso. Charlie ChaplinMa l'ispirazione di questo vagabondo gli era nata all'interno del mondo anglosassone, quale sintesi di snob declassati e di cocchieri brilli osservati a Londra, in parte quale epigono di un mondo dickensiano.

Un carattere legato inoltre all'anima ebraica, all'ebreo errante e "paria" di tanta letteratura Yiddish, che si esprime con l'arte mimica come tanto teatro del tempo, che vive come se fosse costantemente in un ghetto, posseduto dall'eterna paura di un nemico secolare, simboleggiato dal poliziotto da cui si salva ogni volta con gli ironici sgambetti dell'ingegno. Né eroe né santo, ma un misto d'innocenza e di malizia: tale il personaggio immortale che Chaplin affinò e perfezionò di comica in comica, attraverso i periodi Keystone, Essanay, Mutual, First National, introducendovi la nota patetica, il primo classico finale di Charlot che si allontana solo all'orizzonte risale all'aprile 1915, approfondendolo con il dramma e la polemica sociale.

Per ottenere ciò divenne presto il regista di se stesso e lo scrittore di tutte le sue trame, si formò un'équipe di fedeli ai quali rimase sempre legato, non volle esser schiavo del pubblico cui impose sempre la propria arte comica e il proprio impegno morale. Nel 1919 creò con altri grandi la Artisti Associati per garantirsi l'indipendenza artistica. Mentre le gags si facevano sempre più fertili e irresistibili nelle sue comiche, La bottega dell'usuraio con lo smontaggio dell'orologio, contemporaneamente più acuta diventava la sua malinconia, Il vagabondo, più incisive le puntate satiriche e sociali,La strada della paura, L'emigrante, Vita da cani, Charlot soldato.

Nel 1921 Il monello, evocazione della propria infanzia, e nel 1923 Il pellegrino, un attacco al tartufiamo, furono ancora film brevi. Dopo una parentesi registica di omaggio a Edna Purviance, sua compagna in tanti cortometraggi, Una donna di Parigi in cui egli non comparve al suo fianco come protagonista, Chaplin diede il via ai classici, dei quali alcune delle opere citate costituivano più che un anticipo. Realizzò La febbre dell’oro, poema epico con venature da tragedia greca, basato sul contrappunto tra la frenetica caccia collettiva alla ricchezza e la solitudine sentimentale del piccolo indifeso sognatore; poi Il circo, girandola inesauribile di lazzi e di mimiche prodigiose, a nascondere la disperazione di una vita privata sottoposta a malvagi attacchi pubblici; quindi Luci della città, sonoro ma non parlato, Charlot, sosteneva, non può parlare, come il successivo Tempi moderni: dedicati entrambi ai mali della società capitalistica prospera e giusta, che con la meccanizzazione intensifica lo sfruttamento dell'operaio.

Satira del nazismo e del fascismo fu invece Il grande dittatore del 1940, in cui Charlot, spinto dalla storia a camuffarsi da Hitler, ci dava il suo grande addio con un discorso di sei minuti rivolto all'umanità. Nel dopoguerra il personaggio si trasformò: in Monsier Verdoux, che per sopravvivere uccide, in un mondo in cui solo lo sterminio in massa è glorificato; in Calvero, il vecchio clown di Luci della ribalta, che non fa più ridere, ma salva ancora la dignità dell'essere umano; in Un re a New York dove, dall'Inghilterra, Chaplin fa i conti col maccartismo che l'ha costretto all'esilio svizzero. Seguì nel 1966 un secondo e ultimo film inglese, La contessa di Hong-Kong, che nulla aggiunse alla sua gloria, mentre già l'Autobiografia scritta, uscita due anni prima, era sembrata inferiore all'effettiva portata della sua lunga presenza cinematografica. Dopo vent'anni di lontananza, Chaplin tornò negli Stati Uniti poco prima del suo 83º compleanno a ricevervi un Oscar onorario.

Portò nella cinematografia, l’effetto di movimento accelerato dovuto alla proiezione con frequenza superiore a quella di ripresa.Impiegato frequentemente agli albori del cinema sonoro da Chaplin, che proiettava a 24 fotogrammi al secondo le riprese effettuate a 16 fotogrammi al secondo.

Bibliografia

M. Bessy, G. Sadoul, Vita di Charlot, Torino, 1952; Th. Huff, Charlie Chaplin, Milano-Roma, 1955; G. Viazzi, Chaplin e la critica, Bari, 1955; A. Solmi, Tre maestri del cinema: Dreyer, Clair, Chaplin, Milano, 1956; P. Leprohon, Charles Chaplin, Parigi, 1957; R. Jotti, Il grande Charlot, Padova, 1967; F. Savio, Il tutto Chaplin, Venezia, 1972; D. Robinson, Chaplin. La vita e l'arte, Venezia, 1987.

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IL FATTO

LUDOVICO ARIOSTO OPERE MINORI

Un quaderno autografo, con correzioni e rifacimenti, conserva buona parte delle liriche latine dell'Ariosto, che Ariostorisalgono per lo più alla giovinezza del poeta. Alcune sono poco più che esercizi scolastici; ma in altre la tecnica è matura e appaiono già atteggiamenti e invenzioni degni del maggiore Ariosto. Se la musa latina fu presto abbandonata dal poeta, la lirica volgare fu da lui coltivata molto più a lungo e mostra, nella calda sensualità che la pervade, la profonda assimilazione degli erotici latini. Nella Cassaria (rappresentata nel 1508), prima commedia regolare italiana, e nei Suppositi (rappresentata nel 1509) l'Ariosto ricorre al procedimento classico della contaminatio: personaggi e situazioni dei modelli latini intrecciati in una nuova trama.

Le altre commedie dell'Ariosto Il negromante, Lena, I studenti, presentano trame di tipo più novellistico e riferimenti diretti al mondo contemporaneo. Spicca tra esse la Lena per il complesso personaggio cui l'opera s'intitola e l'ambigua situazione in cui esso si muove. Le sette Satire furono composte in Terzine tra il 1517 e il 1525, cioè nel periodo successivo al primo Furioso; esse sono dedicate, come lettere, a parenti e familiari. Il tono delle Satire è conversativo: modi familiari, anche proverbiali, scherzi amabili, così da ricordare, più che le Satire, le Epistole oraziane; ma, nella sostanza, la satira dell'Ariosto è lontana da quella di Orazio, dettata com'è da un risentimento morale vissuto e sofferto, più che da saggezza edonistica.

Non ingannino gli atteggiamenti rinunciatari, le lodi all'abitudinarietà serena e alla sedentarietà meditativa: essi hanno una funzione dialettica, mostrare nel risvolto delle rinunce la ferma volontà dell'Ariosto di tutelare il proprio lavoro di poeta, e una polemica di fronte alle mille forme dell'arrivismo e dell'ambizione. Sotto la superficie di bonarietà v'è un'energia etica che l'Ariosto, a tempo e luogo, seppe mettere in atto. E ne sono indice le Lettere (oltre 200), così vicine alle Satire per l'atteggiamento in cui si presenta l'Ariosto: non destinate alla stampa, esse sono scritte in occasioni concrete e con linguaggio spoglio ed efficace.

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LA POESIA DEL GIORNO

NON MI SAREI ASPETTATO

Non mi sarei mai aspettato
di vedere lo «Stivale» indossato
da questo e da quello e non per camminare.
Non vedi anima mia che l’amor tuo
sta morendo, per il rimorso e per il dolore
perché non ha saputo difendere lo «Stivale»?
Tu non lo potevi immaginare
quando hai visto che lo cedevano
solo per un poco di speranza.
Non ti crucciare!
Come posso continuare a vivere, ora
che so che lo indossano a giro
or questo or quello senza alcun diritto?

Reno Bromuro da «Nuove Poesie»).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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