15 aprile 1995
Muore a Varese Liala

Muore Liala, l'autrice dei più noti e diffusi romanzi rosa italiani: si chiamava Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, e aveva 98 anni, essendo nata a Corate Lario, Como, il 31 marzo 1897. È stata autrice di un'ottantina di romanzi sentimentali, che hanno avuto e conoscono tuttora un facLialaile e largo successo da parte di un pubblico prevalentemente femminile. Tra essi: Signorsì, Fiaccanuvole, Brigata di ali, Un abisso chiamato amore, Tempesta sul lago, Lalla che torna, Il velo sulla fronte. La famiglia era molto benestante: solida borghesia lombarda, vantava un ramo Odescalchi tra gli avi.

Amalia visse secondo i canoni dell'epoca, scuole, liceo classico, poi, naturalmente, un buon matrimonio. Sposò, infatti, il marchese Pompeo Cambiasi, ufficiale della Regia Marina, di parecchi anni più anziano di lei. Il momento cruciale, nella vita della giovane donna, esplose quando conobbe il marchese Vittorio Centurione Scotto, pilota d'idrovolanti. Per i due è il classico colpo di fulmine. Per lui, Amalia medita di divorziare dal marito, cosa impensabile per l'epoca! Ma, intorno ai due innamorati, le cose non erano per niente facili, prima di tutto la feroce opposizione della famiglia del pilota, che vedeva in lei una scriteriata dalla moralità assai discutibile, quindi non certo adatta al loro figlio, per giunta divorziata, inammissibile! La famiglia Negretti non era da meno: vergognandosi profondamente per il ridicolo di cui li aveva coperti la giovane, compativano lo sfortunato Pompeo, marito abbandonato, che, dal canto suo, era quello che aveva reagito con più signorilità all'abbandono della moglie. Tuttavia sia Amalia che Vittorio sembravano decisissimi a fregarsene di quello che dice la gente ed a vivere la loro vita ed il loro amore.

Ma, come tutti i sogni, la realtà fu un atroce risveglio: nel 1926, durante un allenamento per partecipare alla Coppa Schneider, l'ufficiale precipita con il suo velivolo e muore sul colpo.

Per Amalia il dolore fu tanto forte che si ammalò, per lunghi mesi fu incapace di reagire nonostante le premure del marito che non aveva mai smesso d'amarla. Per riuscire a superare il terribile ricordo, inizia a scrivere. Nel 1931 termina il primo romanzo, intitolato "Signorsì": il libro entusiasmò l'editore Mondadori tanto che presentò la neo scrittrice al grande D'Annunzio. Il Vate rimase colpito dalla profonda conoscenza che la giovane donna aveva di motori e di aerei, l'incoraggiò a continuare a scrivere definendola "…compagna di volo e di insolenze…" e le regalò un'ala con la scritta "A Liala". Da quel momento in poi Liala fu il suo nome d'arte.

Se, da un lato, Liala ha ricevuto le lodi di D'Annunzio e l'ammirazione di Trilussa e di Ojetti, dall'altro sono stati numerosi i critici togati che si sono sentiti in dovere di ostentare disprezzo per la scrittrice comasca: semplice invidia per l'enorme quantità di copie, ancora oggi, vendute? Anche molte scrittrici italiane del dopoguerra si sono mostrate ancora più feroci: hanno definito i suoi romanzi "caramelle zuccherose", "favolette moderne senza nerbo", "una pseudo - scrittrice antifemminista", perfino Camilla Cederna si è scagliata contro quella "paraletteratura per manicure"! Certo bisogna anche ammettere che alcune situazioni o scene dei romanzi di Liala, se letti con la mentalità moderna del ventunesimo secolo ci fanno un po’ ridere, ma non se li prendiamo per quello che sono: spaccati di vita di un'epoca ormai scomparsa, conditi con una dose di fantasia, di sogno, ingredienti che trasformano una vicenda normale in romanzo. Sono all'antica ma contengono anche valori morali, forse un po’ esagerati, ma ci sono.

Il 15 aprile 1999 muore Nicola Trussardi in un incidente stradale alle porte di Milano. La polizia stradale ha aperto un’inchiesta per far luce sulle cause del forte impatto dell’auto, con il guardrail della tangenziale di Milano.

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RICORDIAMOLI

TOTO’

Il 15 aprile 1967, muore a Roma Totò, popolarissimo attore di rivista e del cinema. Nato a Napoli il 15 febbraio 1898, il suo vero nome era Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focas Comneno di Bisanzio. Antonio De Curtis in arte TotòAveva esordito nel cinema nel 1937 in Fermo con le mani. Nel 1966 era stato il protagonista di Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini, con il quale, prima di morire, aveva lavorato anche negli episodi La Terra vista dalla luna e Che cosa sono le nuvole.

Totò si mise in luce nelle serate di trattenimento della piccola borghesia napoletana e portò la sua maschera comica, la sua figura da marionetta, le sue macchiette nel caffè-concerto e poi nei maggiori Teatri di Varietà del tempo. Passato alla Rivista, fu scritturato nel 1926 da Maresca e, salvo due anni in cui lavorò nella compagnia dialettale del Teatro Nuovo di Napoli, in questo campo svolse prevalentemente la sua attività teatrale, Volumineide, Orlando curioso, Bada che ti mangio, ecc.; trovando in Michele Galdieri il suo autore preferito.

Dal 1937 fino alla fine la sua maschera e la sua silhouette apparvero anche sullo schermo, in oltre cento film di qualità spesso scadente e talvolta infima, quasi sempre riscattati dalla sua comicità apocalittica e geniale. Dopo un primo periodo di adattamento all'umorismo intellettuale d'epoca Animali pazzi, 1939, su testo di Achille Campanile, essa esplose nel dopoguerra soprattutto nelle farse intitolate al suo nome. Per le sue interpretazioni di attore fu premiato in Guardie e ladri di Steno e Mario Monicelli e in Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Ulteriori conferme di un processo di umanizzazione e approfondimento psicologico si trovano da Napoli milionaria di Eduardo De Filippo a Dov'è la libertà? di Roberto Rossellini, da L'oro di Napoli di Vittorio De Sica a I soliti ignoti di Monicelli, da La Mandragola di Alberto Lattuada a due episodi pasoliniani.

TOTO’ E LA TELEVISIONE
La prima apparizione di Totò in televisione risale a "Il Musichiere" di Mario Riva nel 1958. L'incontro col presentatore fu molto affettuoso dato che avevano lavorato insieme in riviste nei primi anni del dopoguerra,ma durante la trasmissione Totò si lasciò scappare un "Viva Lauro" che lasciò interdetto Mario Riva, il quale esclamò Totò!, e lui di rimando "A me piace Lauro...".I dirigenti democristiani della Rai, si era in prossimità delle elezioni politiche, mal tollerarono che un personaggio così popolare come Totò inneggiasse al capo del partito monarchico,e per molti anni il Principe non fu più chiamato in televisione,se non per qualche rapida intervista come quella rilasciata a Lello Bersani nel 1963 per il rotocalco televisivo TV7 nella quale fra il salotto e la cucina della sua casa ai Parioli, si sdoppiava nei due parsonaggi del principe De Curtis e Totò. L'intervista si chiudeva con la recita di "’A livela".


TOTO’ E LA POESIA
Il Poeta viene fuori
Come Poeta, Totò è ricordato per le poesie e canzoni più popolari Malafemmena e ’A livella, che non per poesie di alto lignaggio, cioè con la P maiuscola, che ha diviso in poesia di Umanità cui fanno parte ‘A livella, Ricunuscenza, ‘A mundana e Dick. Tra queste spicca per contenuto poetico e trasfigurazione della vita reale in Arte ’A mondana, dove narra la storia tragica di una donna che per fame è costretta a prostituirsi e per farlo giunge a Napoli da Afragola, in autostop, altrimenti ‘o pate, ciunco… ‘into a ‘nu lietto/ senza lenzole, cu ‘na cupertella./ E ‘a mamma ca campava pe’ dispetto/ d’ ‘a morte e d’ ‘a miseria. Puverella. Anche il linguaggio non è più l’idioma di Eduardo, quello di Di Giacomo è ormai sorpassato, ma il linguaggio del popolo che deve capire appena letto e non essere costretto a prendere il vocabolario per sapere il significato di una parola. ’A mundana, ho detto, è una lirica per tutti e la chiusura è tanto tragica quanto più alto è il senso poetico trasfigurato in Arte "V’ ‘a mettisseve ‘into ‘a casa vosta/ chi pe’ disgrazia ha avuto fa’ ‘a puttana?"
Un’altra lirica che merita il medesimo posto tra le grandi opere è Sarchiapone e Ludovico, dove affronta il problema della vecchiaia in forma metaforica e la tragicità del finale fa lacrimare il cuore, non per la morte di Sarchiapone, che chiude ll’uocchie e se jetta abbascio (si suicida) ma per la dolcezza lirica che eleva la storia alle alte vette della poesia. Tra le pause dei puntini sospensivi è tutta la disperazione del Poeta per la impossibilità di fermare il tempo.


RICUNUSCENZA

Stanotte 'a dint' 'o lietto cu 'nu strillo
aggio miso arrevuoto tutt' 'a casa,
mme so' mmiso a zumpà comme a n'arillo...
E nun me faccio ancora persuaso.

Ma comme, dico io po', cu' tanta suonne,
i' mme so' ghiuto a ffa' 'o cchiù malamente;
sti suonne songo suonne ca te pònno
fa' rummané stecchito comme a niente.

I' steve allerta 'ncoppa a 'na muntagna.
Tutt'a 'nu tratto sento 'nu lamiento.
'O pizzo addò stev' i' era sulagno...
Dicette ncapo a me: E chisto è 'o viento!

Piglio e mme mengo pe' 'nu canalone
e veco sott'a n'albero piangente
'nu fuosso chino 'e prete a cuppulone...
e sotto a tutto steva 'nu serpente.

- Aiuto! Aiuto! - 'O povero animale
se mettette 'alluccà cu tutt' 'o sciato!
Appena mme vedette: - Menu male!...
Salvatemi! I' mo moro asfessiato! -

- E chi t'ha cumbinato 'e sta manera? -
ll' addimannaje mentr' 'o libberavo.
- È stato 'nu signore aieressera -
mme rispunnette, e ggià se repigliava.

- Si nun era pe' vvuje', i' cca murevo
facitave abbraccia, mio salvatore!
Mme s'arravoglia' attuorno e s'astrigneva
ca n'atu ppoco mme schiattava 'o core.

Lassame! - Lle dicette - 'O vvi' ca i' moro?
E chianu chianu mme mancava 'a forza,
'o core mme sbatteva... ll'uocchie 'a fore,
mentre 'o serpente chiu strigneva 'a morza!

- Chisto e 'o ringraziamento ca mme faje?
Chesta e 'a ricunuscenza ca tu puorte?
A chi t'ha fatto bbene chesto faje?
... Ca si' cuntento quanno 'o vide muorto!

- Amico mio, serpente i' songo nato! ...
... Chi nasce serpe è 'nfamo e senza core!...
... Perciò t'aggia mangia! Ma t'hè scurdato
... ca ll'ommo, spisso, fa cchiù peggio ancora?!

UNA DELLA BATTUTE ETERNE: LA LETTERA FAMOSA Signorina veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire; a noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'è stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete.: questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perché il giovanotto è uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo. ; . ; salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi)

***

LA POESIA DEL GIORNO

LA MIA DONNA

Come una quercia forte e generosa
come un giorno di primavera
splendida come il sole d’estate
morbida come un prato fiorito:
«Profumo d’amore
canto di usignoli innamorati»
Vigile nella notte
Come una cometa in cammino
per guidarmi fra le tue braccia.
Mia donna: esempio
d’altruistico trasporto
sempre in prima fila
per tutti diventi
gioia e sorriso
amore e passione
ideale di lotta per la giustizia!
Donna mia, quanto vorrei
dirti ogni minuto mille volte:
«quanto sei cara, donna
donna mia!»

Reno Bromuro (da «Poesia nuove»).

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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