14 settembre 1321
Dante Alighieri

Dante nacque (la data è imprecisa non tutti sono d’accordo, c’è chi afferma il 21 maggio, chi verso la fine di maggio, ma l’anno è certo) nel 1265 a Firenze da famiglia guelfa della piccola nobiltà.

Il padre Aldighiero di Bellincione, nipote di Cacciaguida, che era morto nella crociata del 1147, e da donna Bella di casato ignoto. La scena politica del suo tempo era dominata dalle lotte tra Ghibellini, fautori dell'impero, e Guelfi, sostenitori del papato. Firenze, comune guelfo, era teatro di lotte accanite tra Guelfi Neri, favorevoli ad una diretta ingerenza del papa nella vita politica della città, e Guelfi Bianchi, cui stava in cuore una maggiore autonomia della vita comunale. Dante aderì a quest'ultima fazione e prese parte attiva alla vita politica fiorentina, ma quando i Guelfi Neri conquistarono il potere nella città fu condannato a morte in contumacia e costretto all'esilio.

Cominciò il doloroso pellegrinaggio che doveva portarlo in pochi anni per parecchie corti, "per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino".

Preoccupato per la sorte dei figli, tormentato dalla nostalgia della patria, il poeta sperò invano di poter rientrare a Firenze: ma non rivide più la sua città. Negli ultimi anni della sua vita fu a Verona, alla corte di Cangrande della Scala e infine a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, dove mori nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321.

A Verona e a Ravenna, Dante s'era dedicato alla stesura della Divina Commedia, opera colossale e tra le più elevate dello spirito umano d'ogni tempo.

"LEGGERE DANTE E' UN DOVERE; rileggerlo una necessità; gustarlo presagio di grandezza" Afferma Nicolò Tommaseo

Indubbiamente per la persona colta italiana è un dovere leggere Dante, perché la Divina Commedia è la più grande opera della nostra letteratura e Dante è uno di quei geni rari che Dio manda ogni tanto sulla terra forse per onorare un determinato popolo o una determinala età.

Egli appartiene non solo all'Italia ma al mondo, e sarebbe quindi vergogna per una persona istruita non aver letto e studiato il divino poema.

Dalla seconda metà dell'Ottocento fino a poco tempo fa la Commedia era lettura obbligatoria per tutte le scuole medie superiori e nessuno poteva ottenere un diploma di maturità o una qualsiasi abilitazione professionale senza avere studiato Dante. Tutti conoscevano alcuni episodi famosi: Paolo e Francesca, Farinata, Ulisse, il Conte Ugolino, Manfredi, la Pia.; quasi tutti, ancora oggi, hanno sentito parlare di questa meravigliosa costruzione che abbraccia con la terra addirittura l'intero universo e spinge lo sguardo dell'uomo perfino entro il mistero divino.

Appunto per questo noi dobbiamo leggere Dante (e spiegarlo a chi non ha avuto la fortuna di evolversi culturalmente o avuto la possibilità di istruirsi per motivi indipendenti dalla sua volontà), che veramente mostrò "ciò che potea la lingua nostra". Dobbiamo leggerlo perché tutti i sentimenti che sono peculiari della razza italiana nei secoli hanno trovato in quella grande poesia la loro più completa espressione: il sentimento religioso, la fede cattolica, l'amore per la nostra terra, la passione politica, il senso della giustizia, l'amore per l'arte.

Non conoscere Dante significa per un italiano ignorare una parte troppo importante della storia d'Italia, la vita dei nostri Comuni, il sorgere dell'Umanesimo, tutto cioè quel complesso movimento religioso, civile e sociale che sta agli inizi della moderna civiltà. Questa è la ragione vera per cui noi, se vogliamo essere persone veramente colte, dobbiamo leggere Dante.

Rileggerlo e una necessità. Lo scolaro, quando affronta la lettura del Canzoniere di Petrarca e legge le più note e belle poesie, non vi trova difficoltà alcuna. Così pure si leggono con facilità le meravigliose ottave dell'Orlando Furioso e quelle della Gerusalemme Liberata; ma la Divina Commedia è qualcosa di diverso.

Per comprenderla, è necessario conoscere profondamente tutta la storia religiosa, civile e culturale del Medio Evo.

Dante fu poeta, ma volle anche essere un maestro e perciò noi che siamo separati da lui da un periodo di più di otto secoli abbiamo bisogno di renderci conto di un numero infinito di notizie per ben valutare la portata della sua grande opera. Appunto per questo il testo dantesco è irto di note che devono essere lette e studiate esse pure, se si vuole comprendere a pieno il divino poema.

Questa è la ragione per cui non dobbiamo accontentarci di leggere Dante, ma dobbiamo rileggerlo, finché quella poesia sia in nostro possesso. E' una poesia grande: di una grandezza tale che non può sfuggire al lettore, purché questi sia attento. Certo quella lettura per alcuni può rappresenta una fatica o, per lo meno, un impegno; ma è fatica che avrà la sua ricompensa nella soddisfazione profonda che proverà il giorno in cui, rileggendo quei versi, ne sentirà finalmente l'intima grandezza.

Io, fin qui, non posso ancora dire di essere giunto alla piena comprensione del mondo poetico di Dante: sento solo che è qualche cosa di straordinario, di assolutamente diverso da tutti gli altri poeti che ho incontrato lungo la mia vita e i miei studi; intuisco la potenza di qualche situazione da lui vissuta o descritta e attendo il momento in cui finalmente questa potenza mi si rivelerà in tutta la sua intensità. Appunto perciò dico che è un dovere rileggere Dante.

Naturalmente sono d'accordo col Tommaseo nell'ammettere che il gustare Dante è presagio di grandezza: lo sono in conseguenza di quel che ho detto. Posso dire solo questo: i migliori tra i ragazzi, che ho avuto modo d’insegnare Teatro, spesso si sono entusiasmati davanti a qualche episodio dantesco e ciò dimostra che è vero quanto il Tommaseo ha affermato.

Ricorderò solamente che Boccaccio ebbe per Dante un'ammirazione sconfinata e ritengo che anche Petrarca, il quale negava di aver letto la Commedia, probabilmente dovette averla letta e gustata pienamente.

Nel Trecento un gran numero di commentatori s’industriarono a spiegare il divino poema perché sentivano in esso qualche cosa di veramente grande. Machiavelli e Ariosto indubbiamente lessero e ammirarono Dante ed il grandissimo Michelangelo ne comprese tutta la grandezza e la celebrò in un altissimo sonetto nel quale si dichiara pronto ad accettare l'esilio, come Dante, se tale sacrificio dovesse rendergli possibile il raggiungimento di quell'altezza spirituale cui il poeta era giunto.

Tutti i grandi scrittori moderni sono ammiratori di Dante: Gozzi, Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli e D'Annunzio; tra i contemporanei lo adorarono: Pasolini, Gatto, Cardarelli (lo adorò più che Leopardi), Quasimodo, pur essendo grecizzante non disdegnava di esaltare sia la Commedia di Dante, sia De Rerum Natura di Lucrezio Caro. Gustare Dante è quindi, per testimonianza degli stessi nostri poeti, presagio e strumento di grandezza.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1535: L'esploratore francese Jacques CartÌer giunge nella località successivamente chiamata Quebec, stabilendo l'inizio del dominio francese nel Canada.

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

28
Ad Apice un treno carico di vitto
dicono per le strade di Paduli;
siamo corsi pieni di speranza.

I treni sono tre nella stazione
la gente più di mille e scalmanati
m'intrufolo nel "Silos": c'è riso e grano.

Dalle mani di un uomo sfugge un sacco
cade sulla testa di una donna
era gravida, il peso l'ha schiacciata.
Di corsa sono fuori accanto al treno
come una talpa cammino tra le gambe
delle mille e più persone,
allungo le mani senza vedere
mi accorgo di aver preso delle scarpe.

Tre paia di scarpe ed esco fuori
me le guardo e sono assai contento.
Due mani sporche di sangue
ma vuote, di forza sul mio viso,
cado per terra, ho le mani stanche
mentre un ricognitore americano
a bassa quota fa fuggire tutti.

Corro accanto al treno, sono solo
il carro è pieno di noci e nocciole
afferro un sacco, chiamo a squarciagola:
portiamo a casa tredici sacchi di nocciole.

Il mio si straccia, perdo il contenuto
ritorno indietro deciso ad arraffar
pur'io qualcosa, prendo del tabacco
e tomo a casa. Mio nonno quando
ha visto il tabacco ha detto:
"trincene un pò, almeno fumo".

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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