14 maggio 1998
Inaugurata alla Galleria Borghese di Roma
la grande mostra su Gianlorenzo Bernini

In occasione del quarto centenario della morte di Gianlorenzo Bernini, viene inaugurata alla Galleria Borghese di Roma la grande mostra sul genio della scultura barocca. L’esposizione comprende i massimi capolavori dell’artista, tra cui quindici opere provenienti da musei di tutto il mondo.Gianlorenzo Bernini

Gianlorenzo oltre che architetto, scultore, pittore, scenografo è stato anche autore di teatro. Nacque a Napoli nel 1598 e si spense a Roma nel 1680. Gianlorenzo Bernini è uno dei personaggi dominanti del Seicento italiano, principale interprete del fasto cattolico della Chiesa e dell'aristocrazia romana. Lavorò quasi esclusivamente a Roma, da cui si allontanò per pochi mesi nel 1665, chiamato a Parigi per il rinnovamento del Louvre, i cui progetti non vennero però realizzati.

Ebbe la sua prima educazione artistica sotto la guida del padre Pietro e si formò a Roma, sommando il virtuosismo tecnico del tardo Manierismo allo studio del naturalismo ellenistico, le suggestioni dei grandi maestri del Cinquecento al classicismo della pittura dei Carracci in una rinnovata e originalissima visione. Tale formazione appare evidente nelle sculture conservate a Roma alla Galleria Borghese: Giove fanciullo e la capra Amaltea, per molto tempo scambiata per opera ellenistica; il gruppo Enea, Anchise e Ascanio, ritenuto da alcuni studiosi opera del padre; Plutone e Proserpina, che riassume l'esperienza manieristica; David, in cui non viene esaltato l'eroe, ma lo sforzo del corpo teso nel lancio della pietra in una scattante posa a spirale; Apollo e Dafne, un vero prodigio tecnico per la levità delle figure colte in corsa, liberissime nello spazio, per l'abilità della lavorazione del marmo che pare cera traslucida nella resa della metamorfosi della ninfa.

Si capisce così come Bernini non sia affascinato dalla realtà sconvolgente delle cose, come Caravaggio, ma dalla loro mutevole e fuggevole apparenza in uno spazio aperto e dinamico. Inizia in seguito la lunga serie di opere per San Pietro, che occupò l'artista per più di quarant'anni nella difficile e delicata impresa della definitiva sistemazione dell'edificio: il primo lavoro è il famoso baldacchino, col quale sostituì ai tradizionali cibori un'originalissima struttura bronzea, che si inserisce nell'enorme vano sottostante la cupola rendendolo vibrante e dinamico; avvalorò poi questa soluzione con il riassetto dei grandi piloni della cupola, le cui facce interne, rivolte cioè verso il baldacchino, vengono animate con due ordini di nicchie: quelle superiori, le Logge delle Reliquie, incorniciate dalle colonne tortili della pergula dell'antico San Pietro, che fanno da eco a quelle poderose del baldacchino, e quelle inferiori occupate da quattro enormi statue di santi, una delle quali, l'enfatico Longino, è opera dello stesso Bernini.

Tra le molte altre opere bisogna ricordare almeno: il palazzo Barberini, dalla scenografica facciata; il palazzo di Montecitorio, con l'uso naturalistico della pietra viva; la Verità discoperta dal Tempo, Roma, Galleria Borghese; la Beata Ludovica Albertoni, Roma, San Francesco a Ripa, dall'accentuato patetismo controriformistico; le chiese di Castel Gandolfo e di Ariccia; i quadri con gli autoritratti pieni di sensibilità coloristica; la stupenda serie dei busti marmorei, da quelli ufficiali dei pontefici, di Francesco I d'Este, che si trovano a Modena, alla Galleria Estense, di Luigi XIV di Francia, ora al castello di Versailles, a quelli parlanti, vibranti di vita, di Costanza Bonarelli, ora a Firenze al Museo Nazionale del Bargello, di Scipione Borghese, a Roma alla Galleria Borghese e di Gabriele Fonseca, Roma, in San Lorenzo in Lucina.

Bibliografia

R. Pane, Bernini architetto, Venezia, 1953; G. C. Argan, L'architettura barocca in Italia, Milano, 1957; P. Portoghesi, Roma Barocca, Roma, 1966; M. e M. Fagiolo dell'Arco, Bernini, Roma, 1967; C. Brandi, La prima architettura barocca, Bari, 1970; V. Martinelli, P. Portoghesi, voce Bernini, in "Enciclopedia universale dell'arte", Novara, 1980; F. Borsi, Bernini, Milano, 1986.

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RICORDIAMOLI

GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855, si spense a Bologna nel 1912. Quarto dei dieci figli di Ruggero, amministratore nella fattoria dei principi di Torlonia, iniziò gli studi nel collegio degli scolopi di Urbino.

Giovanni PascoliIl 10 agosto 1867 il padre fu ucciso da assassini rimasti ignoti; l'anno successivo morivano la madre e una sorella, poco tempo dopo altri due fratelli. Continuati gli studi a Rimini, a Firenze e a Cesena, nel 1873 entrò nell'Università di Bologna e fu allievo di Carducci. Avvicinatosi all'Internazionale socialista e divenuto amico di Costa, nel 1879 fu arrestato per aver preso parte a una dimostrazione e rimase in carcere per quattro mesi.

Abbandonata la politica e ripresi gli studi, si laureò nel 1882 e si dedicò all'insegnamento: docente di latino e greco nei licei di Matera, Massa e Livorno, nel 1895 fu professore incaricato di grammatica greca e latina all'Università di Bologna; nel 1897 ottenne la cattedra di letteratura latina a Messina, poi fu trasferito a Pisa, dove insegnò grammatica greca e latina, e infine nel 1906 fu chiamato a succedere a Carducci nella Cattedra di Letteratura Italiana a Bologna. Intanto aveva acquistato una casa a Castelvecchio di Barga, dove trascorse lunghi soggiorni insieme con le sorelle Ida e Mariù.

Si deve appunto a Mariù il più compiuto ritratto biografico del Poeta, la cui vita appare circoscritta e isolata nel cerchio del nido familiare ricostruito a Castelvecchio con le sorelle e difeso con gelosia morbosa fino a denunciare come un tradimento il matrimonio di Ida; i rapporti sociali sono quasi totalmente esclusi da questo orizzonte, anzi, dall'epistolario si ricava l'impressione che Giovanni si senta minacciato da una congiura tramata contro di lui. Il mito in cui il poeta si rifugia per sottrarsi alle insidie della società e della storia è quello della casetta, del nido, che è centrale in tutta la sua psicologia, perché gli consente di regredire verso quel mondo di affetti familiari da cui era stato sradicato violentemente dopo la morte del padre.

Tale mito è presente nella prosa Il fanciullino del 1897, la più significativa delle prose pascoliane, poi raccolte in Pensieri e discorsi, nel 1907, in cui è enunciata la sua poetica: dentro ciascuno di noi vi è un fanciullino che resta piccolo mentre noi cresciamo, e riesce a cogliere il mistero che ci circonda; in lui si identifica il poeta, la cui funzione è quella di risvegliare il fanciullino negli altri uomini, per metterli in grado di percepire l'ignoto.

Si tratta di una poetica tipicamente decadente, in consonanza con l'ideologia piccolo-borghese delle classi medie del nostro Paese sul finire del secolo XIX, assunta da Pascoli e sublimata con l'apporto di concezioni francescane e tolstoiane: scopo della poesia è infatti quello di contribuire ad "abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli" e di insegnare meglio ad amare la patria, la famiglia e l'umanità. Tale ideologia è puntualmente verificata dal suo linguaggio poetico, che tende ad abolire ogni contrasto tra le classi delle parole, riconciliate in uno stile medio-sublime che naturalmente approda all'encomio medio-borghese idealizzato eroicamente in La piccozza e della piccola proprietà rurale.

Nella sua vasta produzione, il nucleo più vivo della poesia è da ricercare nella tensione allucinatoria e onirica che si alimenta nel mito del nido, cui prendono parte i vivi e i morti della famiglia: e la presenza di questi ultimi è ossessiva e aggressiva, gelosa e querula, vedi La voce che, sembra sia stata scritta in carcere, in cui domina tra tutti la madre, che chiama il figlio alla rituale investitura della vendetta contro l'assassino del padre, com’è chiaro ne "La cavalla storna". Si comprende in questo modo come il mondo infinitamente piccolo della casa e dell'orto, affettuosamente vagheggiato dalla fantasia del poeta, sia il rifugio contro il mondo infinitamente grande dello spazio cosmico, popolato di mostri

"Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto
la mura ch'ha piene le crepe di valerïane"

e come da questa paura cosmica nasca l'angoscia della fragilità e della morte che insidia perennemente il sogno georgico di Pascoli.

Bibliografia

M. Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo, Firenze, 1943; A. Seroni, Apologia di Laura, Milano, 1948; R. Viola, Pascoli, Padova, 1949; A. Onofri, Letture poetiche del Pascoli, Lucugnano, 1953; G. Petrocchi, La formazione letteraria di Giovanni Pascoli, Firenze, 1953; S. Antonielli, La poesia del Pascoli, Milano, 1955; G. Getto, Carducci e Pascoli, Napoli, 1957; M. Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Milano 1961; A. Traina, Saggio sul latino del Pascoli, Padova, 1961; C. Varese, Pascoli decadente, Firenze, 1964; G. Bárberi Squarotti, Simboli e strutture della poesia del Pascoli, Firenze, 1966; C. Marabini, Il dialetto di Guli, Ravenna, 1973; G. Bárberi Squarotti, Gli inferi e il labirinto. Da Pascoli a Montale, Bologna, 1975; idem, La simbologia di Giovanni Pascoli, Modena, 1990.

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IL FATTO

ARMANDO GILL (MICHELE TESTA)

Armando Gill, alias Michele Testa nacque a Napoli, il 23 luglio 1877 e ivi morì il 2 gennaio 1945.

Armando GillArmando Gill, come cantante, piaceva per il repertorio tutto suo che egli stesso annunciava con la simpatica dicitura:"versi di Armando, musica di Gill, cantati da Armando Gill".

Gill fu il canzoniere del popolo; un poeta popolare con una punta di signorilità dovuta al suo temperamento ed alla sua cultura. I suoi primi successi risalgono agli anni 1896 e 1899 e ancora vivi oggi attraverso "fini dicitori" e divertono sinceramente il pubblico anche giovane, che tutti sbandierano di amare solo musica da discoteca, quando sentono Luciano Meo, ieri Roberto Murolo cantare: Fenesta nchiusa e 'O surdato.

Dopo gli studi liceali, s'era iscritto alla Facoltà di Legge nella Università partenopea. Era un frequentatore di "periodiche", dove furoreggiava. Poi, abbandonò pandette e codici e volò verso il teatro con la gaia mitezza della sua autentica, incomparabile personalità.

Per alcuni anni, dopo la prima guerra europea, creò una compagnia musicale il cui repertorio, scritto da lui, in maggior parte, prendeva spunto dalle sue stesse canzoni: Come pioveva, 'O quatto 'e maggio, 'O zampugnaro nnamnaurato. Inoltre rappresentò riviste sue e riviste scritte in collaborazione con Guido di Napoli. L'estemporaneità di Armando Gill, altra sua spiccata dote, era formidabile (dopo di lui solo Rascel riusciva a fare altrettanto). Per un'ora, e anche più, era capace d'intrattenere e divertire il pubblico con le sue indimenticabili "improvvisate". Forse, per questo, la critica ufficiale, qualche volta, ha condannato la musica uniforme e la facilità del verso e delle rime che recano la sua firma. Ma per il "mondo", che voleva cantare in un impeto di evasione,erano proprio quelle le note e le rime che occorrevano.

Biobibliografia:
Ettore de Mura - Enciclopedia della Canzone Napoletana Casa Editrice IL TORCHIO, Napoli 1969

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI LUCENTI, LABBRA SORRIDENTI

Occhi lucenti, labbra sorridenti, volti provati;
corpi stanchi ma eretti, in piazza d'Armi commossi.
Anche il cielo rideva e autunno rimandava
odore di carne alle narici. Genitori febbrili,
acclamanti, vocianti, mentre da labbra giovanili
un solo grido sentito, sofferto, cosciente: GIURO!
Poi un boato d'amore. Non erano più ragazzi.
Con quel grido scrivevano sul petto una grande "U".
Ho pianto. E per la prima volta era di gioia.
La vita non l'ho spesa, del tutto, vanamente.
Sole, che per anni non m'hai detto niente,
ora so perché trovavo la fonte per la mia sete,
perché coglievo compagnia alla solitudine,
perché veniva amore all'approdo ogni sera.
Volevi ch'io vedessi gli Uomini fiorire e diventare
querce e ghiande: cipressi svettanti per gioire.
O sole ardente come la mia fede, incrollabile come l'eternità;
ieri t'avrei parlato di bambini che sapevano giocare con sorriso,
di alberi cresciuti innanzi tempo; di ragazzi che hanno saputo
non lamentarsi, anche sotto pioggia a scroscio: i figli di domani!
Oggi uomini che sanno stringere una mano con amore,
sanno sorridere sinceri: conoscono il valore del bene.

Reno Bromuro (da Musica bruciata).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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