14 giugno 2000
La conferenza dell’Ocse

Si è svolto a Bologna la conferenza dell’Ocse (Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico) sulla globalizzazione.

L'OCSE, la cui sede è a Parigi, è un'organizzazione internazionale che aiuta i governi a far fronte alle sfide economiche, sociali e ambientali poste da un'economia mondializzata. Essa raggruppa attualmente trenta paesi industrializzati e svolge un ruolo guida nella promozione del Buon governo, nei settori pubblici e privati. Grazie alle sue attività di analisi e di supervisione settoriale, l'OCSE permette agli Stati di preservare la competitività dei loro settori economici chiave, favorendo inoltre l'adozione di nuovi orientamenti strategici. Attraverso strumenti internazionali, in particolare convenzioni, decisioni e raccomandazioni, l'OCSE contribuisce a promuovere l'adozione di nuove regole nei settori in cui ciò è ritenuto necessario.

Membro fondatore dell'organizzazione, dal 1961 la Svizzera vi si impegna per promuovere un dialogo permanente tendente all'attuazione di politiche sane e graduali in seno alla comunità degli Stati membri. Parimenti, la Svizzera s'impegna per la difesa degli interessi della propria economia nonché per contribuire ai lavori che influenzano l'attività quotidiana dei decisori del settore pubblico e privato.

Durante la SESSIONE DI APERTURA espressero il loro saluti e con questi il proprio pensiero: Guazzaloca, Sindaco di Bologna; Errani, Presidente della Regione Emilia Romagna; Johnston, Segretario Generale dell'OCSE; Letta, Presidente della Conferenza, Ministro dell'Industria e del Commercio con l'Estero, Italia, Amato, Presidente del Consiglio, Italia.

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RICORDIAMOLI

GIACOMO LEOPARDI

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 l’amministrazione dei beni familiari è tolta al padre, che si ritira quindi in una velleitaria attività di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. L’atmosfera di casa Leopardi non è felice ed è caratterizzata dall’indole della madre, severa, bigotta e povera d’affetti. Giacomo Leopardi

Nel 1807 Giacomo inizia gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, comincia a comporre piccoli componimenti poetici e cerca un proprio spazio autonomo. Tra il 1813 e il 1816 da solo lo intraprende lo studio del greco, si dedica a ricerche erudite e a varie indagini filologiche sorprendentemente rigorose e precise. Politicamente sposa le idee ultralegittimiste del padre. Nel 1817 pubblica sullo "Spettatore" l’Inno a Nettuno, fingendo trattarsi della traduzione di un originale greco, e due odi apocrife in greco, presentate come autentiche.

Inizia la sua amicizia epistolare con Pietro Giordani ed inizia lo Zibaldone, il grande diario intellettuale che continuerà sino al 1832. Tra il 1818 e 1819 scrive L’infinito e Alla luna. nel 1820 continuano le composizioni poetiche. quali La sera del dì di festa. Nel 1822 si reca a Roma, il primo viaggio fuori da Recanati: rimarrà molto deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati dove analizza la decadenza nazionale e gli effetti nefasti della Restaurazione.

Nel 1824 scrive la maggior parte delle Operette morali e l’anno dopo parte per Milano, dove prende contatto con l’editore Stella, e poi passa a Bologna. Nel 1827 si trasferisce a Firenze dove conosce Alessandro Manzoni; i due non si capiranno, troppo diversa è l’indole personale. Nel 1828, finiti i mezzi di sostentamento, dopo aver composto A Silvia, è costretto a far ritorno a Recanati. Nel 1829 compone: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio. Poco dopo aver concluso il Canto notturno, nel 1830, torna a Firenze ed inizia l’amicizia con un esule napoletano: Antonio Ranieri. Nell’aprile 1831, durante i moti dell’Italia centrale, escono i Canti per l’editore Piatti.

Nel 1833 si trasferisce a Napoli con il Ranieri; i due vivono in condizioni economiche estremamente precarie. Nel 1835 escono i Canti per l’editore Starita di Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui Il passero solitario e il cosiddetto ciclo di Aspasia Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia. Muore, a 39 anni, il 14 giugno 1837 a Napoli durante un’epidemia di colera: Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa comune.

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IL FATTO

VINCENZO FIDANZA TRA SCIENZA E POESIA

Vincenzo Fidanza, ricercatore nel campo genetico del cancro in un istituto di Philadelphia, USA, dove alterna la poesia alla ricerca, è nato a Castello del Matèse, un paesino di soli 1286 abitanti, situato in una bellissima zona panoramica, sulle alture del Matèse, nella valle del Volturno, rinomato per le sue risorse agricole e per l’industria alimentare ed enologica.

Un paesetto il cui borgo conserva resti di fortificazioni medioevali e una chiesa del 1600, oggi sede parrocchiale. Castello del Matèse, da sempre terra di emigrazione, lo vide partire per Napoli che aveva solo sei anni.

Nel 1986 per motivi di lavoro è emigrato negli USA, dove ha prima intrapreso studi Tecnico-Industriali e poi si è laureato in Biologia. Si autodefinisce "Homo Faber" perché cresciuto in una famiglia in cui un martello, una sega o un libro erano di uso comune e ancora oggi usa le mani nel lavoro di ricerca. Il suo ideale di uomo è quello del Rinascimento, afferma che le cose si fanno per innovare e per interessi diversi.

Scrive poesie dal 1974 per eventi comuni a molti, che poi hanno influenzato il suo modo di essere. Ripete che "Crescendo e, invecchiando si acquisisce un senso di prospettiva storica". che è presente nelle poesie che sono anche storia della sua vita e che si basano su ritagli di realtà. Il suo periodo formativo, è stato consumato a leggere autori Italiani con Amore e un po’ di Noia, un po’ d’Ironia, perché la Vita è tutto questo e di più.

Da un anno ha cominciato a pubblicare in inglese su Internet insieme a sua figlia Isabella, cui ha cercato di trasmettere quest’amore per la letteratura e per la poesia in particolare. Tra le infinite poesie, pubblicate nel sito, e che mettono in difficoltà il commentatore per l’imbarazzo della scelta: sono una più bella dell’altra; il nostro interesse è caduto su "Per non morire" perché racchiude la figura del cosiddetto "sistema chiuso", delle "cose" e dei "fatti" è il carcere, ricorrente dal quarto verso in poi, quasi a voler porre l’accento, come la Dickinson, sulla magra esistenza, sull'abbrivo della vita "questa prigioniera di se stessa".

I versi citati sono prosa ametrica e poesia azzerata; ma proprio per questo rinnovata; non è "poesia metafisica" e se la prosa appare qua e là è puro contrappunto e rilievo al sublime lirico, vale a dire, di anima prigioniera che nella stessa prigione, e per lei, trova la propria libertà. A tal etica stoica o pseudostoica, voglio dire intimamente cristiana della prima Persona di Spirito o Amore rescisso dal Padre diviso e dal Figlio occultato, corrisponde la poetica dell' "arte povera", togliendo a sua formula rappresentativa il titolo della poesia.

Ho accennato ad una "filosofia" (in senso corrente) stoica o mentalità o disposizione patetica in senso generico-sincretistico, come la mitopoiesi dei grandi poeti rappresentativi. Fidanza, genera in personale sincronia "situazioni" storiche del pensiero fìlosofico, variamente selezionando, polarizzando ed elaborando i dati della cultura quasi approssimativa e usuale di cui dispone. Lo stoico individualismo religioso, antidittatoriale e cosmopolitico; quindi l'autonomismo assoluto nettamente diviso dall'Essere e dalla Natura in una non-lotta col Fato e la Necessità; l'autonomia della coscienza è pragmatica, cioè, il rigorismo etico agisce-patisce senza presupposti, visceralmente, un a priori di fatto, come si desume anche dalla tematica sempre impreveduta, mutevole, estrosa, puntuale nel cogliere fulmineamente lo spunto, l'occasione, il gesto. L'enorme influsso dell'etica stoica trova in Fidanza un eccezionale campione, specialmente nella fredda logica del rigore morale occultato, nella resistenza alla tortura, nell'apparente consenso all'avversario, chiuso nella sua iniquità e falsità, fino a mettere il Poeta al posto dell'avversario scienziato e a stare al gioco sino in fondo,confondendo il Lettore.

PER NON MORIRE

Le acque
Mossi della vita,
Ingenuo canto
Dell’animo
Mio cortese.
Vagliato all’essere
Il nome
Mio affermai,
A piena ragione
Le labbra
Cancellò
L’oblio d’ogni campo,
Il mio nome
Apposi,
Solitario
Stendardo di poca vittoria.
Vissi
A vincere,
A me stesso cantai
La canzone
Del divenire
Nella speranza
Lontana
Dell’essere
E la voglia di vivere,
Cogito ergo sum
Dichiarai
All’oggi
E al domani,
Ancora continuo
Battaglie d’ogni tempo
Per
Essere
E non morire.

Vincenzo Fidanza.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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