14 febbraio 1947
Andrea Finocchiaro Aprile
sferra un violento attacco

Andrea Finocchiaro Aprile, il leader del movimento separatista siciliano, durante il dibattito per la fiducia al nuovo governo sferra un violento attacco contro i colleghi democristiani accusandoli di occupare cariche pubbliche largamente remunerative oltre a quella di deputato. Interverrà anche nei giorni seguenti, indirizzando le sue accuse soprattutto contro i ministri Vanoni e Campilli. Sarà quindi costituita una commissione di inchiesta per valutare il merito delle denunce. Il 16 aprile la commissione presenterà una relazione dalla quale i due ministri risulteranno completamente scagionati.

Il separatismo, affermava il consigliere della Regione Sicilia, si presenta come un fenomeno strettamente legato alla congiuntura del 1943/47 e alla rottura, di fatto, della compagine nazionale causata dall'occupazione alleata. Andrea Finocchiaro Aprile ad un comizioL'emergere del gruppo separatista si colloca nel più generale ritorno in auge dei notabili prefascisti provocato dalla catastrofe bellica e postbellica, a fronte dell'ostinato tentativo di spoliticizzazione e burocratizzazione attuato dal regime fascista per darsi un’identità totalitaria e anticlientelare soprattutto al sud, dove meno profonde erano le basi di massa della dittatura.

Il dileguarsi dell'organizzazione e della sostanza stessa del regime fece tornare in auge, di converso, l'ultima generazione dei politici professionali dell'età liberale, con la loro collaudata rete di rapporti personali e con un' auctoritas ampiamente riconfermata dal corso degli avvenimenti. Personaggi di questa estrazione, come Andrea Finocchiaro Aprile e Giovanni Guarino Amella, e con loro molti altri uomini politici rimasti forzatamente a riposo per vent’anni, furono alla testa del palermitano Comitato per l’Indipendenza della Sicilia, che all'arrivo degli Alleati nel capoluogo il 28 luglio 1943, cercò di presentarsi come l'interlocutore privilegiato per la costituzione di un governo provvisorio. Il più noto era proprio Finocchiaro Aprile, discendente da una famiglia di politici liberali: Camillo, il padre, era stato ministro di Grazia e Giustizia con Giolitti; lo stesso Andrea aveva avuto un ruolo importante nella fase liberal democratica del primo dopoguerra, come sottosegretario alla Guerra e alle Finanze nel governo Nitti. Giovanni Guarino AmellaEra anche, e in questo seguiva una tradizione familiare, un alto dignitario della massoneria. Nella fase di normalizzazione del consenso al regime fascista, Finocchiaro Aprile, desideroso di ritornare a ricoprire un ruolo politico di primo piano, si era invano rivolto a Mussolini per ottenere la nomina a senatore e la carica di direttore generale del Banco di Sicilia, non avendo remore, dopo la promulgazione delle leggi razziali, a denunciare, con lettera a Mussolini dell’11 novembre 1939, il direttore allora in carica, Giuseppe dell’Oro, in quanto ebreo e perciò indegno di ricoprire così delicato incarico.

Nella visione di Finocchiaro Aprile il sicilianismo, la ricerca di un’identità, appariva fortemente influenzato dalle tematiche antiplurocratiche e antisemite dell’ultimo fascismo, che peraltro aveva tentato di avvalersi del recupero di una dimensione folklorica mentre procedeva alla brutale burocratizzazione dei rapporti tra la società isolana e il potere centrale. Ma questa ricerca di identità comportò alla fine chiusura e provincialismo, riproponendo in piccola scala quella esasperata chiusura che l’ipernazionalismo fascista aveva provocato su grande scala, discriminando ed escludendo cittadini in base alle opinioni, poi in base a criteri sempre più arbitrari come quello delle appartenenze razziali. Proprio davanti a queste differenti e convulse fasi della politica italiana degli anni Trenta e Quaranta riemerse in tutto il suo spessore la vocazione trasformista della classe politica prefascista meridionale, una vocazione la cui continuità va sottolineata davanti ai tentativi di Finocchiaro Aprile di ritornare alla politica attiva.

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RICORDIAMOLI

MATA HARI

Mata HariMata Hari è il nome d'arte della danzatrice e avventuriera olandese Margaretha Geertruida Zelle nata a Leeuwarden, Frisia, nel 1876, morì a Vincennes, Parigi, nel 1917. Assunto un nome d'arte esotico, in malese significa, occhio del giorno, agì dal 1905 sulle scene parigine, e poi d'Europa, come danzatrice sacra indù ottenendo, in virtù del proprio fascino e di audaci esibizioni, vasta fama e altolocate amicizie negli ambienti politici e militari. Durante la Prima Guerra Mondiale fu accusata dai Francesi di spionaggio a favore della Germania e fucilata. La sua vicenda, resa intricata da dubbi posteriori su un'effettiva colpevolezza, fu in breve romanzata e trasferita in opere letterarie e cinematografiche, la storia sullo schermo è narrata nel 1932 da Fitzmaurice, "Mata Hari" con Greta Garbo e Ramon Novarro. Anche la figlia Louise Jeanne seguì più tardi lo stesso destino, nel 1950, morendo fucilata per spionaggio in Corea.

Mata Hari, il 16 febbraio del 1914, ormai considerata solo una spogliarellista, su consiglio del primo impresario decide di emigrare a Berlino per rinverdire i propri allori. E' appena giunta a Berlino che si rifà vivo il tenentino Hans Kiepert, il soldatino tedesco di qualche anno prima, ora diventato un importante uomo d'affari. Un cronista li nota al ristorante, pubblica la notizia mettendo solo la K iniziale del nome di lui, tutti pensano che si tratti del principe ereditario, lei alimenta la chiacchiera e riesce a spuntare una bella scrittura. Ma il caso ci mette lo zampino.

Il 28 giugno viene assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando, il primo agosto scoppia la guerra, la scrittura è rimandata a data da destinarsi. Nel frattempo, Mata Hari si divide tra inviti galanti e interessati. Mata HariAllo scoppio della guerra, lei ha carissimi amici in posizioni importanti praticamente su tutti i fronti. Dai tedeschi viene consigliata e aiutata a ritornare nella nativa Olanda, dove si ferma. All'improvviso, nel luglio del 1915, decide di tornare a Parigi per prendere qualche mobile da mettere nel suo appartamento olandese e qualcuno drizza le orecchie. I biografi pro e contro si arrovellano per stabilire se e quando la ballerina divenne spia. Fu mentre era a Berlino o quando tornò da Berlino fermandosi in Olanda e andando poi a Parigi? Fu spia per amore, per soldi, per sbadataggine? Stando agli aspetti che l'accompagnano dal 1914 si può dire che era già entrata nel gioco quando era a Berlino: per bisogno di quattrini e per superficialità presuntuosa.

L'idea di giocare pericolosamente la stimolava. Era sempre vissuta nel bluff, la recita era la sua vera vocazione, l'idea di poter decidere i destini del mondo la esaltava. Di sicuro annetteva alla propria opera un significato spropositato, si sentiva una sorta di deus ex machina. Si ferma a Parigi fino al dicembre del 1915, le scade il visto di permesso, il 3 gennaio del 1916 ritorna in Olanda. Intanto, gli inglesi si rendono conto che il console tedesco in Olanda fa troppo spesso visita alla ballerina.

Mischiando nuovi e vecchi amori, parte per le sue missioni spionistiche lautamente compensate. E' spia dei tedeschi, si offre come spia dei francesi, si diverte e può vivere alla grande senza fatica. Al controspionaggio francese chiederà un milione di franchi per avvicinare il principe ereditario tedesco che millanta come suo amante. Quando le viene detto che sanno per certo che è un agente tedesco, l'H 21, lei promette di giocare solo nella squadra francese, è arruolata e spedita per vaghe missioni. Durante un viaggio per mare, diretta in Olanda, viene arrestata dagli inglesi, che la portano a Londra.Mata Hari

Non riesce a tenere la bocca chiusa, dice di essere una spia francese, gli inglesi prendono in giro i francesi per avere arruolato una che loro avevano segnalato come spia tedesca, i francesi non ammettono di avere nelle loro file la ballerina e chiedono che venga rispedita in Spagna per controlli. Mentre è a Londra e crede di aspettare che vengano perfezionati i documenti perché possa rientrare in Spagna, fa la fatalona con due baldi giovanotti che in realtà le sono stati messi alle costole dal controspionaggio inglese per trattenerla. Infine, viene portata davanti al capo dei capi che le dice chiaro e tondo di conoscere persino i suoi pensieri di spia. Costui le consiglia di sparire dalla circolazione, di smettere di giocare qualunque sia lo schieramento scelto. In particolare, l'avverte di non tornare in territorio francese. E la lascia partire. Lei, che ragiona a senso unico, crede solo di essere libera.

A Parigi riceve quattrini dai tedeschi, cerca l'appoggio di vecchi amici per farla franca con i francesi, la mattina del 13 febbraio viene arrestata. La fortuna la stava abbandonando. Poco caritatevole fu quanto scrisse il giudice istruttore Bouchardon nel redigere il verbale del primo interrogatorio. Nel descriverla parla solo della carnagione scura, delle labbra grosse e delle perle false che porta agli orecchi e la paragona a un selvaggio, usando il maschile. Inutile descrivere le fasi dell'istruttoria. La fucilazione di Mata HariLei le prova tutte: risposte insolenti, languide occhiate e…

Il 22 luglio inizia il processo. Il 24 luglio viene condannata alla fucilazione. Chiede la revisione del processo, chiede la grazia, si illude di riuscire a commuovere... chi? Ormai è una patata bollente, una persona bruciata e che può bruciare. Di amici non ce ne sono più.

Il 15 ottobre 1917 viene fucilata.

A proposito: nel tema natale di Mata-Hari ci sono indizi di morte violenta. Nel suo tema natale, si trova l'arte? L'inclinazione alla recita è il senso del ritmo, l'orecchio musicale sono indici sì di inclinazioni artistiche, ma senza profondità, vaghe e... volgari. In poche parole indicano la donna avida, la spogliarellista che ha precorso i tempi, non l'artista sublime.

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IL FATTO

I FRATELLI GOZZI

Quando esaltò sulla "Gazzetta veneta" i rusteghi goldoniani, Gasparo Gozzi rivelò chiaramente il suo buon gusto classico, ma aperto alla rappresentazione della quotidianità.

Fondò a Venezia, insieme al fratello Carlo e a Giuseppe Baretti, l'Accademia dei Granelleschi, a sostegno della tradizione classicista, per la quale scrisse il famoso saggio Difesa di Dante, in polemica con Bettinelli, difendendo l'organicità della Divina Commedia. Fu innanzi tutto un grande giornalista: redasse "La Gazzetta veneta" e "L'Osservatore veneto", in cui propose un giornalismo moderno, attento ai fatti e ai costumi, prendendo a modello l'inglese "Spectator". Anche nei Sermoni in endecasillabi sciolti rivela una vena moralista e bonariamente satirica che lo accosta all'opera di Parini.

Carlo Gozzi ebbe un atteggiamento più chiuso e conservatore del fratello: a Venezia fu protagonista di uno scontro violento con Goldoni e con Chiari, dei quali contestava la riforma del teatro comico in senso borghese e illuminista. Alla commedia goldoniana contrappone con forza il ritorno alla commedia dell'arte, alla sua comicità spontanea e alle sue invenzioni sceniche, privilegiando soprattutto la fantasia creativa dell'intreccio: L'amore delle tre melarance, una fiaba recitata a soggetto, nasce da queste polemiche. Fra il 1761 e il 1765 compose nove Fiabe teatrali, in cui il meraviglioso si oppone alla mediocrità dei valori borghesi: Il corvo; Il re Cervo; Turandot; La donna serpente; La Zobeide; I pitocchi fortunati; Il mostro turchino; L'augellin belvedere; Zeim re dei geni. Caratterizzato da un'aspra satira contro i costumi del tempo e dalla polemica antiilluminista è il poema eroicomico La Marfisa bizzarra. Le Memorie inutili sono infine un'autobiografia, in cui lo scrittore si presenta in tutta la sua scontrosità nel quadro della società veneziana ormai in dissoluzione.

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LA POESIA DEL GIORNO

C'ERA LA LUNA

Non sarai più solo dicesti, quando
nel nostro cielo, con la luna nuova,
apparve amore.
Cantavi la canzone dell'amore:
"Non sei più solo,
Non sarai più solo!"
Mi promisi di non andare
ritroso nel tempo
per non vedere il passato.
Non sei più solo, ripetevi:
io amore e la luna ti faremo compagnia.
Il verde della panchina
si è sbiadito, non c'è la luna
io sono solo, più di prima solo,
con i ricordi che fanno bene e male:
tanto male!
Riprendo il cammino rimettendo i piedi
nelle orme lasciate sul terreno, bagnato
dalle lacrime, per sentirti al mio fianco.
Non c'è la luna
non ci sei tu:
ho tanta paura
di questo silenzio
pesante che opprime.

Reno Bromuro (da «Il canto dell'Usignuolo»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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