13 marzo 1944
Lettera del presidente americano
a Winston Churchill
Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt in una lettera a Winston Churchill si dichiara a favore dell'allontanamento di re Vittorio Emanuele III e del coinvolgimento degli antifascisti nel governo d'Italia.
Roosevelt Senatore democratico di New York
a 28 anni, convinto sostenitore dello
internazionalismo del presidente Wilson,
cui fu segretario aggiunto alla marina, dal 1913
al 1920, nel 1921 fu colpito da un grave attacco
di poliomielite che gli pregiudicò la piena
efficienza delle gambe.
Rientrato
in politica, fu eletto governatore dello Stato di
New York in concomitanza con la gravissima crisi
economica del 1929. Candidato democratico alle
presidenziali del 1932, s’impose sul presidente
uscente Hoover con oltre il 57% dei voti,
puntando a risollevare una nazione giunta a
contare 12 milioni di disoccupati.
Con la collaborazione di un ristretto e qualificatissimo gruppo d’intellettuali mise a punto la politica del New Deale, con una serie di misure tese innanzi tutto a riattivare il processo economico e solo progressivamente assurte a tentativo di riforma del sistema capitalista sul suo versante sociale: mantenuta indiscussa la centralità della libera iniziativa economica, un accresciuto intervento dello Stato avrebbe dovuto, oltre che promuovere la stessa imprenditorialità, prevenire il crearsi di posizioni di privilegio e garantire il rispetto della lealtà nella concorrenza, facilitare la pace sociale mediando le relazioni tra management e lavoratori, proteggere infine le fasce di popolazione più deboli o esposte tramite sussidi e una vasta legislazione sociale. La vastità e difficoltà del compito spinse Roosevelt a inaugurare la sua opera di governo chiudendo i rapporti con l'Europa e concentrandosi sul fronte interno. In una sessione passata alla storia come i "cento giorni" dal 9 marzo al 16 giugno 1933, il Congresso fu chiamato a votare un'ampia serie di misure, unitamente a eccezionali misure di spesa pubblica per l'assistenza sociale e la lotta alla disoccupazione e a un vero e proprio esperimento di economia pianificata su scala regionale con la creazione della Tennessee Valley Authority. Dopo alcune difficoltà iniziali, gli indici di produzione giunsero a pareggiare quelli del 1929, assicurando a Roosevelt un nuovo e più largo successo alle presidenziali del 1936.
Churchill nelle elezioni del luglio 1945
l'elettorato britannico, pur osannandolo come
artefice della vittoria, privilegiò i problemi
sociali interni dando la vittoria ai laburisti.
Churchill rimase leader dell'opposizione. Nel
marzo 1946 pronunciò a Fulton il
famoso discorso in cui denunciò l'esistenza di una
"cortina di ferro" che divideva l'Europa;
negli
stessi anni si batté per l'unità europea, anche se
il suo europeismo, fu sempre subordinato al
rapporto privilegiato con gli USA e affiancato ai
legami imperiali. Nell'ottobre 1951 fu di nuovo
primo ministro e la sua presenza mascherò in parte
la decadenza della Gran Bretagna come grande
potenza. Dopo la morte di Stalin avvenuta
nel marzo 1953, sostenne la necessità di un
incontro al vertice con i nuovi dirigenti
sovietici. In politica interna non intaccò il
Welfare State creato dai laburisti. Non senza
riluttanza, a più di 80 anni, nell'aprile 1955
lasciò la guida del partito e del governo. Per la
sua intensa attività di storico ricevette nel
1953 il premio Nobel per la letteratura.
Perché questi due statisti si dichiararono favorevoli all’allontanamento di Vittorio Emanuele III dall’Italia; quali le colpe che gli erano imputate?
Vittorio Emanuele III,salito al trono in seguito all'assassinio del padre, favorì una svolta liberale nella politica italiana chiamando a presiedere il governo Zanardelli e poi Giolitti. Riservatasi, secondo consuetudine, la supervisione della politica militare e della politica estera, favorì l'avvicinamento alla Triplice Intesa e dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel maggio 1915 appoggiò il presidente del consiglio Salandra nel forzare la maggioranza neutralista della camera a dichiarare guerra all'Austria-Ungheria. Passò tutto il periodo della guerra in zona d'operazioni, e le sue continue visite al fronte crearono il mito del "re soldato".
Nella crisi del dopoguerra pensò di poter
proseguire nella sua politica di appoggio a
Giolitti, ma condivise l'idea diffusa nella
classe dirigente liberale di potere assorbire il
fascismo. Di fronte alla marcia su Roma dei
fascisti, rifiutò di firmare il decreto di stato
d'assedio sottopostogli dal presidente del
consiglio Facta e accettò di chiamare al
governo Mussolini.
Non
si dissociò dal governo nemmeno in seguito
all'appello delle opposizioni parlamentari in
occasione del delitto Matteotti.
Successivamente assecondò di fatto l'instaurarsi
del regime fascista con la soppressione di ogni
libertà politica e d'opinione, limitandosi a
registrare il formale rispetto delle procedure
legali nelle decisioni adottate.
Insignito della corona imperiale d'Etiopia e del regno d'Albania, nonostante la sua personale contrarietà non si pronunciò contro le leggi razziali e l'alleanza con la Germania di Hitler. Non si oppose nemmeno all'ingresso dell'Italia nella II guerra mondiale e cedette a Mussolini il ruolo di comandante supremo, tradizionalmente tenuto dai sovrani. Dall'inizio del 1943, tuttavia, con il suo entourage studiò il modo di destituire il duce e uscire dalla guerra, cogliendo l'occasione del voto del Gran Consiglio del Fascismo, che chiedeva al re di assumere nuovamente i supremi poteri militari e politici, per fare arrestare Mussolini e avviare segrete trattative di pace con gli Alleati.
Dopo l'armistizio abbandonò Roma e si rifugiò con il governo Badoglio a Brindisi. Ritiratosi a vita privata nel giugno 1944 delegando i suoi poteri al figlio Umberto come luogotenente generale del regno, si rifiutò di abdicare, nonostante la richiesta di tutte le forze politiche, se non nel maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale.
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RICORDIAMOLIWINNER METTERNICH
Winneburg Metternich, prìncipe di Klemens
Lothar, fu diplomatico di grande talento,
diresse per più di trent'anni la politica estera
asburgica, propugnando un equilibrio europeo che
garantisse la conservazione dell'assetto politico
e sociale sconvolto dall'imperialismo napoleonico
e minacciato dalle richieste liberali. Gli studi
compiuti a Strasburgo e Magonza lo indirizzarono
ad una visione conservatrice, ma egli non rimase
insensibile alle suggestioni della Rivoluzione
francese: negli scritti giovanili si trovano tra
l'altro cenni sull'esigenza di un esercito
popolare e, sul piano religioso-culturale, si
mostrò aperto agli influssi illuministici.
Sposata una nipote di Kaunitz-Rietberg, ebbe incarichi diplomatici in Germania e a Parigi, finché fu chiamato al Ministero degli Esteri, al posto del conte Stadion. Nel periodo successivo alla sconfitta di Wagram, diresse il riavvicinamento a Napoleone, che nel 1810 sposò Maria Luisa d’Austria, e la ripresa politica ed economica austriaca, assicurandosi le condizioni per fungere da mediatore tra la Francia e le altre potenze. Funzione, che volle conservare anche dopo il delicato momento del cambiamento di fronte, seguito alla sconfitta napoleonica in Russia, con l'entrata dell'Austria nella coalizione vittoriosa, gli permise di affermare la propria linea al Congresso di Vienna e nei vari convegni della Santa Alleanza.
Egli proponeva la restaurazione degli Stati e degli equilibri anteriori all'epoca napoleonica, garantiti dalla cooperazione e dall'intervento, dove fosse necessario, delle maggiori potenze, nonché dall'istituzione di una fascia di Stati confederati: Germania, Svizzera, Italia, che però né in Svizzera né in Italia poté realizzare. In particolare sulla Germania, reimpose un effettivo controllo austriaco, assumendo la presidenza della Confederazione; il Congresso di Karlsbad e gli Schlussprotokolle assicurarono il blocco di qualsiasi sviluppo in senso costituzionale negli Stati tedeschi. In Italia gli interventi della Santa Alleanza contro i moti carbonari e l'impulso austriaco ad una politica economica moderatamente illuminata non diedero invece i risultati sperati.
Disastroso fu anche il tentativo di sostenere, in Svizzera, l'iniziativa cattolica della lega detta Sonderbund. La situazione internazionale mutò d'altronde a partire dal 1830, provocando una spaccatura nella stessa Santa Alleanza; Metternich realisticamente accettò i risultati della rivoluzione di luglio in Francia e rinunciò all'intervento in Belgio. L'unico accordo possibile, salvo gli approcci del ministro inglese Palmerston e l'adesione francese all'impresa del Sonderbund, restava quello con la Russia, cementato dall'intervento in Polonia e dal Trattato di Münchengrätz.
Ma anche questo rapporto non poteva non risentire della crisi dell'Impero ottomano e delle complicazioni internazionali che esso comportava. La situazione interna all'Impero austriaco peggiorò d'altronde con la morte di Francesco II. Nel Consiglio di reggenza per Ferdinando I, Metternich si vide affiancare personaggi come il conte Kolowrat che limitarono molto il suo potere. Il cancelliere Metternich convocò alla Cancelleria di Stato i professori dell’università per invitarli a adoperarsi per calmare gli studenti: il 12 marzo, mentre parlava, le porte della sala si aprirono all’improvviso ed essa fu invasa da una folla di giovani, che improvvisarono un comizio nel corso del quale fu formulata una petizione alla Dieta degli Stati provinciali dell’Austria inferiore, convocata per il giorno dopo, ed in cui si chiedevano Costituzione, libertà di stampa, uguaglianza dei diritti civili e delle confessioni religiose ed unione politica degli Stati tedeschi.
Il giorno successivo, il 13, gli studenti si astennero dalle lezioni ed organizzarono un corteo, cui si unirono altri comuni cittadini, molti operai ed ebrei; l’esercito intervenne, ed i dimostranti si diressero alla Cancelleria, tenendo un discorso proprio sotto le finestre di Metternich, chiedendo le sue dimissioni. Il 1848 spazzò via il suo governo e la successiva reazione si orientò su una linea di accentramento e germanizzazione col sacrificio del carattere plurinazionale dell'Impero asburgico che andava al di là dei suoi stessi piani. Nella nuova situazione e con l'ascesa al trono di Francesco Giuseppe, non trovò più alcun seguito e si ritirò in esilio.
Bibliografia F. Herre, Metternich, Milano, 1984.
***
IL FATTO
L'AMORE NELL'EPICA
Spesso nella produzione epica arcaica, della
quale i primi esempi possono essere considerati i
poemi omerici, il motore delle vicende che agisce
indistintamente su mortali e dei è il sentimento
amoroso, manifesto in tutte le sue forme, e
concepito dalla mentalità eroica come un impulso
incontrastabile che muove l'uomo contro la
razionalità della morale comune.
Questa
convenzione avrà fortuna anche in età classica e
influenzerà la produzione letteraria successiva.
E le vicende narrate da Omero e da altri epici Apollodoro ricalcano schemi provenienti dalla mentalità micenea, giunta a loro tramite l'instancabile opera degli aedi che componevano e tramandavano versi ispirati ad avvenimenti reali, come appunto la guerra di Troia.
Il 13 marzo 1942, fu ridotta la razione giornaliera del pane a 150 grammi, pensate per un attimo ai bambini e ai ragazzi che dovevano accontentarsi di un morso di pane al giorno, e quante volte per avere quei 150 grammi di pane, si era costretti a fare ore ed ore di fila, poiché il mulino macinava poco per mancanza di corrente elettrica, e se si andava al mulino ad acqua, passava la giornata per macinare un paio di quintali di grano; poi il fornaio doveva impastare e la crescita della pasta, accadeva che si passavano anche due giorni senza pane. Sì, è vero, il terzo poteva masticare 450 grammi di pane, intanto aveva fatto due giorni di digiuno.
Ricordo che dopo qualche tempo andai alla visita di leva e l’appuntato dei carabinieri addetto alla bilancia, quando mi vide, esclamò: "quanto si’ sicco figghiu mio!", gli risposi con una battuta: "eh,sì! Pensate che con tutto il cappotto peso ventiquattro chili". L’appuntato mi credette e scese, con il misuratore, a ventiquattro chili per poi risalire cento grammi per cento grammi. Una piccola vendetta per il pane che non mi avevano fatto mangiare.
***
LA POESIA DEL GIORNO
OCCHI CHE NON CAPIVANO
Son venti giorni che il pane non c'è
e chi ce l'ha lo conserva fino ad ammuffire
e se lo divide con parsimonia quaresimale:
sono venti giorni eterni che non mastico pane.
Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito, piango; chiedo il pane.
Mio nonno mi redarguisce: «non è bello,
il coraggio di un uomo finisce qua?»
Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito; chiedo un pezzo di pane
non per me, per i miei fratellini.
Ma sarà dato onore a noi bambini
come coloro che han sofferto e soffrono
o rimarranno emarginati nel tempo
come i vili che han fuggito la guerra?
Reno Bromuro (da «Occhi che non capivano»).
***
Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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