13 febbraio 1996
Pietro Pacciani è assolto in appello

Pietro Pacciani è assolto in appello dall'accusa di essere il "mostro di Firenze" e viene scarcerato. La Cassazione annullerà però il processo, che dovrà essere ripetuto. Due anni prima, il 1 novembre 1994 era stato condannato all’ergastolo, perché riconosciuto colpevole di sette degli otto delitti del cosiddetto "Mostro di Firenze"

Il 2 gennaio 1997 c’è la confessione di Giancarlo Lotti, detto il supertestimone dell’inchiesta bis sui delitti del cosiddetto mostro di Firenze, dopo aver ammesso di aver scelto le coppie e fatto da palo a Pietro Pacciani e a Mario Vanni mentre uccidevano le loro vittime, avrebbe confessato di aver preso parte direttamente al duplice omicidio di Giogoli del 1983. Pietro PaccianiGli inquirenti trovano una conferma alla teoria della banda dei tre "compagni di merende", che sarebbero gli autori dei 16 omicidi.

Il 22 febbraio 1998 Pietro Pacciani muore all’età di 73 anni, in seguito a un collasso cardiocircolatorio. Il contadino di Mercatale definito il "mostro di Firenze". Accusato di aver ucciso sette persone, condannato in primo grado, assolto in appello, era in attesa di un nuovo giudizio in quanto la Cassazione aveva annullato l’ultimo processo.

1 novembre 1994: è accusato di avere ucciso otto coppie tra il 1968 e il 1985; viene condannato all'ergastolo dal Tribunale di Firenze. Il 13 febbraio 1996 la sentenza della corte d'Appello: è assolto "per non aver commesso il fatto". Era in carcere da 1.110 giorni.

Il 13 Febbraio 1996, finalmente si chiude il caso giudiziario che ha letteralmente diviso l'Italia. Pietro Pacciani per vari anni accusato di essere il presunto "mostro" di Firenze torna libero grazie ad una sentenza della corte d'appello che lo dichiara "non colpevole" rovesciando clamorosamente la sentenza di primo grado dove Pacciani era stato condannato a 14 ergastoli. In prigione adesso c'e' il suo amico Mario Vanni "compagno di merende" accusato ora di essere lui il presunto "mostro di Firenze". I conti però non tornano, come può essere che un imputato sia condannato a quattordici ergastoli sulla base di prove definite "di schiacciante gravità", sia in fase di sentenza d'appello e sulla base delle stesse prove giudicato innocente? Risulta poco chiara anche la decisione se si considera che proprio nelle ore precedenti la sentenza sono improvvisamente saltati fuori dei nuovi testimoni che giurano di aver visto Pacciani ed il suo amico Vanni uccidere il 9 settembre 1985 la coppia di turisti francesi Nadine Mauriot, e Jean Michel Kraveichvili. Tante coincidenze non fanno una prova si dice ma è pur vero che la cartuccia sepolta nell'orto di Pacciani ed il block notes appartenente alla coppia di turisti tedeschi uccisi nel Settembre del 1983 trovato in casa associati al carattere sessualmente perverso e da alcolizzato di Pacciani erano bastati ai giudici di primo grado per condannarlo.

Le ipotesi che ora si fanno sono molteplici, forse troppe, c'è chi dice che il "mostro" è Vanni, chi dice che sia Pacciani, chi nessuno dei due e chi azzarda l'ipotesi che il mostro non sia altro che un collage di mostri identificabili in Pacciani, Vanni e negli altri componenti della loro perversa compagnia. I Famigliari delle vittime nel frattempo attendono giustizia, e una casa discografica ha messo in circolazione una serie di CD con canzoni popolari che inneggiano la personalità di Pacciani dal titolo:

PACCIANI ERA UN BRAV'UOMO.

E Pacciani? Pietro Pacciani è morto (forse ucciso) domenica 22 febbraio 1998. La sua storia si intreccia con il caso del maniaco della calibro 22 sin dall'ottobre 1991 con la consegna nelle sue mani di un avviso di garanzia per gli omicidi del mostro. Nel novembre del '94 venne condannato, ma in appello i giudici ribaltarono il verdetto. La Cassazione nel '96 cancellò l'assoluzione e mentre Pacciani era in attesa del nuovo processo, la polizia lo trovò morto nella sua casa di Mercatale. Guarda caso pochi giorni prima della sentenza che avrebbe condannato in primo grado i suoi amici di sempre Lotti e Vanni.

Pacciani era disteso sul pavimento di una casa in disordine, faccia in giù, i pantaloni abbassati. La prima ipotesi fu l'ictus, ma nel tempo i dubbi invece di svanire aumentarono e alla fine - nella primavera scorsa - la Procura decise di indagare su un possibile omicidio. Perché ucciderlo? Per farlo tacere. E proteggere i complici eccellenti?

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RICORDIAMOLI

ABRAHAM LINCOlN

Abraham Lincoln nacque a Big South Fork il 12 febbraio 1809 morì a Washington nel 1865. Di umile famiglia quacchera, nel 1832, dopo aver svolto mestieri diversi, divenne capitano di una compagnia di volontari nella campagna contro gli indiani di Black Hawk. Abraham LincolnNello stesso anno i whias della sua contea lo scelsero come candidato alla legislatura dell'Illinois; benché non venisse eletto, ottenne una buona affermazione personale. Si ripresentò alle elezioni nel 1833 e, sebbene whig in uno Stato tradizionalmente democratico, la sua fama di uomo onesto e la sua eloquenza gli valsero la vittoria: fu membro della Camera dell'Illinois dal 1834 al 1842.

Nel 1837 fu ammesso all'esercizio dell'avvocatura. Divenuto capo dei whigs dell'Illinois, fu eletto nel 1846 al Congresso degli U.S.A., dove prese per la prima volta posizione sul problema della schiavitù. Nel 1849 lasciò il Congresso e, avendo rifiutato la carica di governatore dell'Oregon, tornò all'attività forense. Nel 1854 un vigoroso discorso contro il Kansas-Nebraska Act gli valse una vasta popolarità. Contrario all'introduzione della schiavitù negli Stati di nuova costituzione o in quelli in cui non era praticata, Lincoln enunciò la teoria secondo la quale l'Ovest doveva rimanere libero per assicurare ai poveri dell'Est e del Sud la possibilità di crearsi una posizione economica. Benché sconfitto nel 1858, in una memorabile contesa con Douglas per il Senato, continuò a battersi contro la schiavitù nei termini sopra esposti, procurandosi ampi consensi nel Nord.

Nel 1860 la Convenzione repubblicana di Chicago lo scelse come candidato alla presidenza. Relativamente poco influente, dovette il suo successo soprattutto a ragioni di strategia elettorale: in quanto uomo dell'Ovest sul suo nome sarebbero confluiti i voti dell'Ovest e del Nord, indispensabili per battere il candidato democratico, che avrebbe raccolto i voti del Sud; egli godeva inoltre di un indiscusso prestigio morale e non era un estremista: il suo programma era improntato alla moderazione e allo spirito di conciliazione. Si proponeva di non consentire l'introduzione della schiavitù dove non esisteva ma non di abolirla per principio dove era già praticata; inoltre prometteva gratuitamente a ogni colono un appezzamento di terra nonché miglioramenti in politica interna. Lincoln fu eletto con la maggioranza assoluta dei voti elettorali, mentre i voti popolari furono di poco superiori alla maggioranza relativa.

La sua vittoria, nonostante le sue intenzioni concilianti, determinò il precipitare della crisi, appena conosciuti i risultati del voto. Il 20 dicembre 1860 la Carolina del Sud proclamò la secessione indicandone la causa proprio nella questione della schiavitù. Nonostante la ribellione, Lincoln tentò di temporeggiare finché i confederati stessi non aprirono le ostilità attaccando un Forte, tenuto dai federali. Il conflitto condusse inevitabilmente Lincoln ad assumere un atteggiamento intransigente e a perseguire l'abolizionismo il 22 settembre 1862 emanò il proclama preliminare di emancipazione degli schiavi. Rieletto trionfalmente nel 1864, confermò la sua moderazione al termine del conflitto, allorché, dopo la capitolazione del Sud ad Appomattox il 9 aprile 1865, dichiarò che il ritorno del Sud nell'Unione doveva essere esente da aspetti punitivi se si voleva che la Federazione fosse ricostruita anche spiritualmente. Il 14 aprile, solo cinque giorni dopo la fine della guerra, cadde vittima dell'attentato di un sudista fanatico.

Bibliografia

B. Thomas, Abramo Lincoln, Torino, 1974.

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IL FATTO

PIETRO METASTASIO

La lingua italiana era ancora molto diffusa in Europa grazie soprattutto al melodramma e ai libretti, che ne costituivano l'elemento narrativo. La scrittura, distinta in recitativi, l'azione e il dialogo vero e proprio, e arie, situazioni più liriche e musicali, esaltava il valore spettacolare e fantasioso del testo scenico. La reazione razionalistica, interessata ai valori morali e comunicativi della parola, criticava il melodramma tacciandolo di artificio e di grossolanità espressiva rispetto alle esigenze dello spettacolo e della musica. Ne chiedeva dunque una riforma, per quanto il melodramma continuasse a riscuotere un enorme successo. D'altra parte, né le varie condanne, né la satira del mondo della musica e dello spettacolo, avrebbero potuto scalfire una delle forme espressive di maggiore respiro internazionale. Una riforma fu tentata da Apostolo Zeno, poeta ufficiale della corte imperiale di Vienna, e dal librettista Pietro Pariati. Ma solo Metastasio riuscì a esprimere una mediazione per cui la preminenza del libretto sulla musica non riduceva ma forse esaltava il fascino della musica e dello spettacolo. La limpidissima facilità dei suoi testi, la levigatezza di un'analisi psicologica che include sornionamente l'idea di vita come inganno e finzione, sono prospettive liriche in cui la fragrante chiarezza dello spettacolo musicale settecentesco trova il suo migliore equilibrio.

Pietro Metastasio nato a Roma nel 1698, pseudonimo grecizzante di Pietro Trapassi, è il massimo esponente della tradizione italiana arcade e classicheggiante. La sua prima raccolta di Poesie è del 1717 e comprende la tragedia Giustino, scritta a quattordici anni. Scrive poi alcuni testi teatrali destinati alla musica come l'Endimione e Gli Orti Esperidi. Del 1724 è il suo primo melodramma, Didone abbandonata (di cui vi ho già ampiamente parlato), che ebbe un successo eccezionale. A Roma, mise in scena diversi melodrammi, tra cui Catone in Utica, Semiramide riconosciuta, Alessandro nell'Indie, Artaserse.

Nel 1730 fu chiamato a Vienna con il titolo di "poeta cesareo" e presso la corte asburgica rimase tutta la vita. Tra il 1730 e il 1740 scrisse le sue opere migliori.

Dopo questo decennio d'intensa attività, la produzione andò rallentando, sia per la crisi attraversata dalla corte viennese dopo la guerra di successione austriaca, sia per un progressivo inaridirsi della sua vena poetica, testimoniato anche da una certa ripetitività che caratterizza i lavori successivi, come i melodrammi Antigone, Ipermestra, ecc…

Tutte le opere di Metastasio suscitarono l'interesse di numerosi compositori europei. Dopo la metà del secolo il poeta, ormai vecchio, si chiuse progressivamente in se stesso, dedicandosi ai doveri della vita di corte e alla riflessione sulle ragioni del proprio lavoro, che si concretizzarono in due opere di notevole lucidità: La Poetica di Orazio tradotta e commentata e l'Estratto dell'Arte poetica di Aristotele e considerazioni sulla medesima. L'edizione completa dei suoi drammi fu stampata nel 1780-82.

L’importanza nella storia della letteratura e del teatro italiano e non solo di Metastasio è nell’aver rinnovato il melodramma, trasformandolo in una dimensione di pura fantasia, dove parole e musica vengono fusi armonicamente. Il tradizionale bagaglio mitologico fu vivificato dalla sensibilità settecentesca, fatta di una continua oscillazione tra lucidità razionale e sollecitazioni del sentimento. Metastasio utilizza tutte le risorse della tradizione teatrale per dare valore a quelle motivazioni psicologiche che spesso prendono il posto dell'azione, talvolta macchinosa e artificiale. I suoi eroi si muovono in una dimensione volutamente irreale e trovano la loro massima espressione nelle ariette conclusive delle scene, in cui vengono tirate le fila dell'azione, mentre la sfera dei sentimenti viene esplorata in maniera da metterne in risalto le contraddizioni, senza tuttavia trasmettere allo spettatore la drammaticità del conflitto.

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LA POESIA DEL GIORNO

TEMPO DI LUNA

C’era una falce di luna,
nell'aria si sentiva l'odore
della primavera e tu dicesti:
"mi piace guardare la luna".
Avanzò la primavera
i prati lussureggiavano
di verde
di bianco
di giallo.
La luna piena inargentava
le verdi panchine e tu dicesti:
"mi piace bagnarmi alla pioggia di luna".
La luna volse all'ultimo quarto
noi eravamo vicini
non pensavamo alla luna nuova.
Mi dissi sarà più bella
se uno spicchio di luna
mettessi nei suoi rossi
capelli. E tu guardavi
quella falce di luna.
Mentre nell'aria si spandeva
l'odore delle rose dicesti:
"mi piace guardare la luna,
bagnarmi della sua pioggia d'argento".
Come un miracolo voluto dal tuo pensiero
fui di là delle nubi, tagliai uno spicchio
di luna, ma quando volli metterlo
nei tuoi rossi capelli, m'accorsi
quanto inutile fosse stato
il mio andare Lassù.
La luna nuova l'avevi imprigionata
negli occhi meravigliosamente azzurri.

Reno Bromuro (da «Il canto dell’Usignuolo»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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