12 settembre 490 a.C.
La Maratona

Da molti anni i greci avevano colonizzato la costa occidentale dell'Asia Minore, fatto che i re di Persia, Ciro e poi Dario, non potevano accettare. Una prima volta la flotta persiana occupò Thasos e minacciò la Grecia, ma fu distrutta da una tempesta ai piedi del monte Athos.

Nel 491 a.C. Dario si mise alla guida d'una seconda spedizione più importante della prima. E sbarcò le sue truppe sulle sponde attiche.

L'esercito ateniese, al comando di Milziade, contava 10000 opliti e s'era trincerato all'imbocco di una gola del Pentelico, a Maratona. L'armata di Dario sferrò l'attacco il 12 settembre del 490 a.C. I soldati persiani erano armati pesantemente e le loro manovre erano lente. Gli opliti greci erano mobili, rapidi.

Senza aspettare l'assalto, essi percorsero a passo di corsa gli 8 stadi che li separavano da Dario e seminarono il terrore fra le truppe nemiche. Al centro, però, le forze soverchianti persiane finirono per avere il sopravvento. Ma alle due ali gli opliti ebbero la meglio. Dopo due ore di combattimento implacabile i persiani, aggirati, sconvolti dal turbine che li travolgeva, fuggirono verso le loro navi. La sera della vittoria un soldato greco corse senza mai fermarsi ad Atene per dare il lieto annuncio e mori, stremato, all'arrivo.

In suo onore Pierre de Coubertin ha inserito nel programma dei moderni Giochi olimpici la " maratona ", corsa di fondo particolarmente dura di 42 chilometri e 750 metri, in cui si esibiscono, ogni quattro anni, i più grandi campioni.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1943:Benito Mussolini è liberato sul Gran Sasso, dove è tenuto prigioniero dopo le sue dimissioni, dal capo delle SS tedesche Skorzeny.

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RICORDIAMOLI

BENITO MUSSOLINI

Benito Mussolini, nacque a Dovia di Predappio, Forlì, nel 1883, morto a Giulino di Mezzegra, Como, nel 1945.

Figlio di Alessandro, fabbro ferraio, e di Rosa Maltoni, maestra elementare, visse un'infanzia modesta.

Studiò nel collegio salesiano di Faenza nel 1892/93 e poi nel collegio Carducci di Forlimpopoli, conseguendo nel 1901 il diploma di maestro elementare. Iscritto al Partito Socialista Italiano sin dal 1900, mostrò subito un acceso interesse per la politica attiva stimolato tra l'altro dall'esempio del padre, esponente di un certo rilievo del socialismo anarcoide e violentemente anticlericale di Romagna.

Emigrato in Svizzera nel 1902, per sottrarsi al servizio militare, entrò in rapporto con Serrati, Balabanov e altri rivoluzionari, ponendo contemporaneamente le basi della propria cultura politica, in cui si mescolavano contraddittoriamente gli influssi di Marx, Proudhon e Blanqui insieme con quelli di Nietzsche e Pareto.

Ripetutamente espulso da un cantone all'altro per il suo esasperato attivismo anticlericale e antimilitarista, rientrò in Italia nel 1904 approfittando di un'amnistia che gli permise di sottrarsi alla pena prevista per la renitenza alla leva e compì il servizio militare nel reggimento bersaglieri di stanza a Verona.

Dopo aver insegnato qualche tempo a Tolmezzo e a Oneglia nel 1908, dove collaborò attivamente al periodico socialista La lima, tornò a Dovia. Imprigionato per 12 giorni per aver capeggiato uno sciopero di braccianti, ricoprì quindi, nel 1909, la carica di segretario della Camera del Lavoro di Trento e diresse il quotidiano L'avventura del lavoratore.

Presto in urto con gli ambienti moderati e cattolici, dopo sei mesi di frenetica attività propagandistica, non priva di successo, fu espulso anche da qui tra le proteste dei socialisti trentini, suscitando una vasta eco in tutta la sinistra italiana. Tornato a Forlì, si unì, senza vincoli matrimoniali né civili né religiosi, con Rachele Guidi, la figlia della nuova compagna del padre e da essa ebbe, nel settembre 1910, la prima figlia Edda; Vittorio sarebbe nato nel 1916, Bruno nel 1918, Romano nel 1927, Anna Maria nel 1929, mentre nel 1915 sarebbe stato celebrato il matrimonio civile e nel 1925 quello religioso.

Contemporaneamente la federazione socialista forlivese gli offriva la direzione del nuovo settimanale Lotta di classe e lo nominava proprio segretario. Nei tre anni in cui conservò tali incarichi, dette al socialismo romagnolo una sua impronta precisa, fondata su istanze rivoluzionarie e volontaristiche, ben lontane dalla tradizione razionale e positivista del marxismo così come era interpretato dagli uomini più rappresentativi del P.S.I.

Dopo il congresso socialista di Milano dell'ottobre 1910 ancora dominato dai riformisti, Mussolini pensò di scuotere la minoranza massimalista, anche a rischio di spaccare il partito, provocando l'uscita dal P.S.I. della federazione socialista forlivese, ma nessun altro lo seguì nell'iniziativa. Quando sopraggiunse la guerra di Libia a mutare i rapporti di forza tra le correnti del socialismo italiano, Mussolini, che del resto era stato condannato a un anno, poi ridotto a cinque mesi e mezzo, di reclusione per le manifestazioni organizzate in Romagna contro la guerra in Africa, apparve come l'uomo più adatto a impersonare il rinnovamento ideale e politico del partito.

Protagonista del congresso di Reggio nell'Emilia, assunta la direzione dell'Avanti! alla fine del 1912, diventò l'ascoltato portavoce di tutte le insoddisfazioni e le frustrazioni di una società caduta in una crisi economica e ideale, trascinando masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive, che culminarono nella "settimana rossa" del giugno 1914.

Lo scoppio del conflitto mondiale trovò il direttore dell'Avanti! allineato sulle posizioni ufficiali del partito, di radicale neutralismo. Nel giro di qualche mese, tuttavia, in Benito maturò il convincimento – comune ad altri settori dell'"estremismo" di sinistra – che l'opposizione alla guerra avrebbe finito per trascinare il P.S.I. a un ruolo sterile e marginale, mentre sarebbe stato opportuno sfruttare l'occasione offerta da questo sconvolgimento internazionale per far percorrere alle masse quella via verso il rinnovamento rivoluzionario dimostratasi altrimenti impossibile.

Dimessosi perciò dalla direzione dell'organo socialista il 20 ottobre, due giorni dopo la pubblicazione di un articolo dal titolo chiaramente indicatore del suo mutato programma, Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, pensò di realizzare un suo quotidiano. Il 15 novembre pertanto, accettando disinvoltamente l'aiuto di un gruppo di finanziatori facenti capo a Filippo Naldi, pubblicò Il Popolo d'Italia, ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa e in grado di conseguire immediatamente un clamoroso successo di vendite.

Espulso di conseguenza dal P.S.I. il 24 o il 29 novembre 1914; nell’agosto del 1915 è richiamato alle armi, dopo essere stato seriamente ferito durante un'esercitazione, nel febbraio 1917 poté ritornare alla direzione del suo giornale, dalle colonne del quale, tra Caporetto e i primi mesi del 1918, ruppe gli ultimi legami ideologici con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe, prospettando l'attuazione di una società produttivistico-capitalistica capace di soddisfare le legittime aspirazioni economiche di tutti i ceti. Con la fine della guerra, le fortune di Mussolini parvero però fatalmente destinate a tramontare.

Bibliografia
G. Megaro, Mussolini dal mito alla realtà, Milano, 1947.

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "PER NON DIMENTICARE LE TORRI"

Con ancora dinanzi agli occhi il paradiso in terra, che mi fece vedere Eleonora e il cuore che traboccava gioia, ieri, in mattinata, mi sono recato ad una riunione di scrittori il cui argomento è stato, ovviamente, l’accaduto dello scorso anno.
La maggior parte di noi, una quindicina di persone, eravamo d’accordo nel riconoscere che l’attentato aveva cambiato non solo le abitudini americane, ma in parte anche quelle mondiali. Il discorso, poi, si è spostato sulla decisione del capo del governo, cioè di essere al fianco degli americani, nel caso si dovesse giungere ad uno scontro belligerante.

Una donna si è alzata ed ha raccontato, come se citasse una parabola, il modo di aggirare l’impegno con la N.A.T.O.

"Un proverbio enuncia che in ogni famiglia esiste una pecora nera, ebbene non si potrebbe fare anche noi "Famiglia Italia" la pecora nera dell’Europa e della N.A.T.O.? Dite la verità, quanti di voi in questo momento si stanno domandando: Che cosa devo credere? Quello che affermano gli interventisti che Dio è morto, solo perché permette a Saddam di costruire armi nocive per l’intera umanità e l’uomo, diventato adulto ha un’intelligenza che non gli permette di accettare questo stato di cose; o quello che affermano coloro che lottano per la non belligeranza? Asserendo che ognuno è padrone a casa sua?"

Sono troppo confuso per poter accettare o reagire alla proposta fatta dalla collega neutralista. So soltanto che la mia guerra già l’ho combattuta e non avevo ancora undici anni e non vorrei sentire più parlare di questi scontri obbrobriosi. Quanto vorrei che l’uomo imparasse ad usare l’arma più ferale che possiede: la lingua. Invece, ha imparato ad usare una tastiera per le proprie elucubrazioni, convito di essere poeta o scrittore e se crede veramente di possederle queste armi, che le metta al servizio dell’umanità e non solo per fare il galletto con questa/o o con quell’altra/o "invasata/o".

Marco Saya è intervenuto asserendo con accoramento e il pianto nella voce: "Il tutto si riassume in una totale sfiducia per l’individuo oramai incapace di comunicare , di guardarsi allo specchio, di pensare, un essere drogato, condizionato e incattivito da messaggi di "onnipotenza" e perfezione che arrivano da ogni parte e che gli sono imposti per la sua stessa sopravvivenza. La perfezione è propria delle divinità sosteneva Freud, una visione o una fotografia, la mia, di orfani paranoici vaganti per le metropoli clonati da una tecnologia esasperata che ci allontana gli uni dagli altri, privandoci dei sentimenti, del gusto della vita, trasformandoci in "oggetti" incompatibili e insensibili, rendendoci infine più soli e disperati".

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO SOTTO INALBERO (7)

Aspetto qui, sotto l'albero
che venga il mio amore
che venga il mio bene.
Ieri mi ha dato un bacio ed è fuggita.

Ma perché non viene?

Si sta vestendo di nero!

Rose di sangue
sommergono corpo
non mio.
Sotto montagne di neve
corpo glabro
di fanciullo ancora
giace.
Candore al cuore
sua vita
fiumi di lacrime
al mio amore,
occhi innocenti.

Amore non sei sola!
Ti contorci nel dolore
come l'ulivo
e non piangi più.

Le labbra senza suono
dicono parole terribili.
Intorno a te
per tuo fratello in Russia
per tuo padre in Africa
coro di lamenti
torrenti di lacrime.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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