12 gennaio 1944
Fine dell'assedio di Leningrado

Il 22 giugno 1941 l'esercito tedesco invase l'U.R.S.S. L'esercito sovietico, colto di sorpresa, si ritirò abbandonando città, villaggi e centinaia di migliaia di prigionieri.

Nel dicembre del 1941, quando giunse l'inverno, l'esercito di Hitler era bloccato, quasi "gelato" come il paesaggio che lo circondava. Al nord i tedeschi s'erano spinti fino ai sobborghi di Leningrado, e l'alto comando tedesco annunciò al mondo la caduta della città... ma un po' troppo in fretta, a quanto pare. Alla fine del 1941 la città era praticamente accerchiata. L'assedio cominciò... Sarebbe durato più di due anni, sottoponendo i due milioni di abitanti alle prove più dure... VoroscilovL'artiglieria e l'aviazione tedesche distrussero le case, costringendo i sopravvissuti a rintanarsi nelle cantine.

Essi avevano fame e freddo, eppure resistettero, al comando del maresciallo Voroscilov. Soldati e civili, strettamente uniti, difesero con accanimento ogni quartiere, ogni strada, ogni casa. La città non doveva cadere nelle mani dell'invasore: l'ordine era giunto da Mosca, ma era superfluo perché ogni cittadino si sentiva impegnato in questa battaglia che minacciava la sopravvivenza stessa della nazione. Nel gennaio del 1944 l'armata rossa, ricostituita. passò infine all'offensiva.

Il 12 i Tedeschi, presi fra due fuochi, abbandonarono la partita: Leningrado fu liberata. Le comunicazioni con il resto dell'U.R.S.S. furono ristabilite. Alla fine della guerra i Sovietici intrapresero la ricostruzione della città, decisi a restituire all'antica capitale degli zar tutto il suo passato splendore e a cancellare la benché minima traccia del terribile assedio cui la città era stata sottoposta.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1945: Fucilazione di partigiani gappisti al Campo Giuriali di Milano.

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RICORDIAMOLI

LA RESISTENZA E IL DOPOGUERRA ITALIANO

La guerra finì per l’Italia il 29 aprile, con l’armistizio di Caserta, ma la penisola rimase, per tutto il 1945, totalmente occupata dalle forze anglo-americane. Ferruccio ParriIl governo, presieduto dal vice comandante delle forze della resistenza dell’Alta Italia, Ferruccio Parri, fu coadiuvato da una Consulta nazionale di quattrocento membri scelti tra i partiti antifascisti e le organizzazioni sindacali; poi, il 10 dicembre, la presidenza del Consiglio passò ad Alcide De Gasperi il quale, attraverso otto ministeri consecutivi, divenne l’artefice della ricostruzione del Paese. Il 2 giugno 1946 avvennero le prime elezioni libere dal 1921 e il suffragio universale fu esteso alle donne; alla tornata elettorale era abbinato il referendum istituzionale che si risolse in favore della repubblica con 12 717 923 voti contro i 10 719 284 per la monarchia. In seguito a questi risultati Umberto II il 13 giugno, si ritirò in Portogallo ed Enrico De Nicola fu scelto come capo provvisorio dello Stato.

Le elezioni del 1946 videro l’affermazione della Democrazia cristiana, il rinnovato Partito popolare degli anni 1919/1926, seguita dal Partito socialista e dal Partito comunista. Nel gennaio del 1947 si ebbe la scissione del Partito socialista (PSIUP) in due partiti distinti: uno (PSLI) d’indirizzo autonomista e democratico, capeggiato da Saragat; l’altro filo-comunista, capeggiato da Nenni.

SaragatIn quel periodo fu concluso il trattato di pace che, discusso tra i vincitori nel corso del 1946, fu imposto al governo italiano, che lo firmò il 10 febbraio 1947, riconosciuto oggi come "Trattato di Parigi". In base alle clausole in esso contenute l’Italia perdette Zara, le isole dalmate, Fiume e l’Istria, cedute alla Iugoslavia; Trieste fu proclamata città libera; Briga e Tenda passarono alla Francia; le colonie prefasciste furono cedute ai vincitori o riconosciute indipendenti. Inoltre, l’Italia s’impegnò a pagare 360 milioni di dollari ad alcuni dei vincitori, quale indennità di guerra, e a sottostare alla limitazione degli armamenti, clausola peraltro cancellata nel 1951.

Successivamente, il 20 marzo 1948, fu promessa all’Italia la restituzione del territorio libero di Trieste, ma la pendenza rimase aperta fino al 5 ottobre del 1954, quando, con gli accordi di Londra, la città e la zona a nord di essa, detta "zona A" vennero ricongiunte all’Italia, mentre la zona a sud detta "zona B" divenne parte integrante della Iugoslavia; la questione ha avuto una risoluzione definitiva nel 1975 con il Trattato di Ancona, firmato a Osimo, che ha, di fatto, confermato questa situazione. Per quanto concerne la politica internazionale, l’Italia entrò a far parte della NATO nel 1949, dell’ONU nel 1955 e della CEE nel 1957 e, nel 1950, ricevette un mandato fiduciario decennale sulla Somalia, con lo scopo di avviarla all’indipendenza, il che avvenne puntualmente nel 1960.

Un problema lungamente dibattuto nella nuova realtà italiana divenne quello riguardante l’Alto Adige (Sudtirolo) che, in un primo momento, dinanzi alle preoccupazioni di uno spostamento della frontiera del Brennero a Salorno, portò Alcide De GasperiDe Gasperi a concludere, il 5 settembre 1946, col ministro austriaco Gruber un accordo in base al quale ai cittadini di lingua tedesca veniva accordata parità di diritti con quelli di lingua italiana, parità estesa all’insegnamento e all’uso della lingua; inoltre, si stabilì la creazione di un potere legislativo ed esecutivo regionale autonomi.

L’accordo fu ritenuto, in seguito, limitativo per la popolazione altoatesina di lingua tedesca e ciò diede luogo a un movimento anti-italiano fomentato da elementi estremisti. Al malcontento, espresso per qualche tempo in forma democratica, successe, a partire dalla "notte di fuoco" del 12 giugno 1961, quello espresso mediante attentati dinamitardi contro tralicci, caserme, militari e cittadini di lingua italiana. Si cercò allora, da parte austriaca, di portare la questione sul piano degli arbitrati e dell’internazionalizzazione, ma il governo italiano, nominata una commissione detta dei diciannove, portò nel 1971 a conclusione la vertenza con l’approvazione del "pacchetto" per l’Alto Adige, elaborato su un piano d’accordo con l’Austria e accettato da parte sud-tirolese.

All’interno, l’Assemblea costituente affidava a una commissione di settantacinque membri il compito di preparare un progetto di Costituzione che poi discuteva essa stessa in sedute plenarie. Il progetto veniva approvato il 22 dicembre 1947 e promulgato il 27 perché entrasse in vigore il 1° gennaio 1948; nello stesso anno, dopo due governi tripartiti: democristiani, socialisti e comunisti formati in seguito alle elezioni del 1946, e dopo un monocolore DC, si ebbero le elezioni politiche.Pietro Nenni

La campagna elettorale risentì della sempre più netta divisione dell’Europa in due sfere di influenza e dell’ormai aperta rivalità tra USA e URSS: l’opinione pubblica interna si spaccò in due campi contrapposti e, più che le questioni interne, furono quelle ideologiche e di schieramento internazionale a dominare il dibattito.

I due maggiori partiti di sinistra si presentarono uniti nel Fronte popolare e ad essi si contrappose il blocco anticomunista capeggiato dalla Democrazia cristiana; i democristiani ottennero quasi la maggioranza assoluta, ma De Gasperi inaugurò la coalizione di centro, coi repubblicani,i socialdemocratici e i liberali; che sopravvisse allo statista, morto nel 1954, e terminò solo nel 1960. In questa fase centrismo l’Italia operò decisamente una scelta di campo a favore del mondo occidentale e si incamminò sulla via della ricostruzione grazie anche ai generosi aiuti accordati dagli Stati Uniti nel 1948 col cosiddetto piano Marshall. La DC avviò inoltre una moderata politica riformatrice, culminata nella riforma agraria del 1950, i cui risultati furono però limitati dalla resistenza opposta dai grandi proprietari terrieri.

Mentre la DC vedeva progressivamente diminuire il consenso a suo favore, furono ancora una volta le vicende internazionali a condizionare gli sviluppi politici interni. L’avvio del processo di destalinizzazione in URSS, ma soprattutto la cruenta repressione sovietica dei moti d’Ungheria avvenuti nel 1956, portarono dapprima a una rottura tra PCI e PSI, quindi all’avvicinamento di quest’ultimo a posizioni socialdemocratiche, incoraggiato in questa scelta dalla constatazione del notevole sviluppo economico conosciuto dall’Italia sotto la guida democristiana. Fu così che maturò l’idea di recuperare nell’area di governo il Partito socialista di Nenni mediante la collaborazione tra cattolici e socialisti, formando il centro-sinistra.

Giulio AndreottiL’operazione, condotta da Fanfani e attuata nel 1962, ebbe dapprima gravi ripercussioni d’ordine psicologico, crollo in Borsa, recessione economica; fu poi continuata con maggiore prudenza dopo le elezioni del 1963 portando, il 30 ottobre del 1966, all’unificazione dei due tronconi in cui il Partito socialista s’era scisso nel 1947, unificazione che però venne meno nel luglio del 1969, dopo i deludenti risultati elettorali delle elezioni politiche del maggio 1968.

I governi di centro-sinistra si rivelarono sempre più deboli e precari, mentre una profonda crisi economica: aumento galoppante dell’inflazione; rincari del prezzo del petrolio; sociale: contestazione giovanile; "autunno caldo"; rivolta di Reggio Calabria; moltiplicarsi di attentati terroristici; e istituzionale: Parlamento sempre più condizionato dalle segreterie dei partiti; elaborazione delle leggi troppo lenta e loro applicazione troppo parziale; susseguirsi di scandali che coinvolgevano i servizi segreti e la classe politica tanto da portare, nel 1978, alle dimissioni di un presidente della Repubblica, Giovanni Leone, colpì il Paese; né valsero a risolverla i più svariati tentativi di coalizione governativa che andarono dal governo monocolore democristiano fondato sulla "non sfiducia", presieduto da Giulio Andreotti dal 1976 al 1978, a quello di solidarietà nazionale che raccoglieva tutti i partiti dell’arco costituzionale, compreso il PCI, propugnato soprattutto da Aldo Moro ed entrato in carica il 16 marzo 1978, il giorno stesso in cui lo statista democristiano venne rapito dal gruppo terroristico delle Brigate Rosse.

Il rapimento di Moro e il ritrovamento del suo corpo senza vita il 9 maggio 1978, segnarono forse il momento più drammatico della storia italiana degli ultimi anni. Tuttavia, il Paese superò il grave trauma. Furono varate alcune importanti riforme e leggi, come quella sui pentiti, destinata a circoscrivere il fenomeno terroristico, ma non si riuscì a trovare una soluzione radicale ai mali economici dell’Italia.

Aldo MoroIn un clima reso più incandescente dall’emergere di gravi scandali, come quello della loggia massonica P2, un incarico di governo venne affidato a Giovanni Spadolini, primo presidente del Consiglio "laico" nella storia dell’Italia repubblicana. Ma una serie di problemi, quali l’eccessivo aumento del valore del dollaro che gravava negativamente sui pagamenti internazionali dell’Italia, la ripresa dell’attività della mafia in Sicilia, con l’uccisione, nel settembre 1982, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato come prefetto a Palermo, e della camorra in Campania dopo il terremoto del 1980, per accaparrarsi le sovvenzioni dello Stato, determinarono la caduta dei due governi Spadolini.

Il presidente del Consiglio rimase in carica complessivamente dal giugno 1981 al novembre 1982: gli successero prima il democristiano Amintore Fanfani, poi il socialista Bettino Craxi. In un quadro così complesso, ebbe un ruolo fondamentale l’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, eletto con larghissima maggioranza nel luglio 1978, che, con il suo rigore e la sua onestà, riuscì a guadagnarsi una vastissima stima e popolarità. Il governo pentapartito a direzione socialista, formato dopo le elezioni del 1983, affrontò in primo luogo la crisi economica, con tagli alla spesa pubblica, il varo della riforma fiscale e il blocco di alcuni prezzi amministrati; sul piano della politica estera, poi, concluse un nuovo concordato con la Chiesa cattolica, sottoscritto il 17 febbraio 1984.

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IL FATTO

L’INNO DI MAMELI

Quante volte ci siamo domandati ma chi ha scritto l’inno nazionale italiano: "Fratelli d’Italia", chi sono gli autori e come è nato? Andiamo con ordine.

Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli, lo dobbiamo alla città di Genova. Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria. L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. MameliNon a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani e non alla Marcia Reale il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli divenisse l'inno nazionale della Repubblica Italiana.

Goffredo Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827. Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta-soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di trecento volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, alle sette e mezza del mattino, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.

Il musicista Michele Novaro nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Convinto liberale, offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885.

Come nacque l'inno?

La testimonianza più nota è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Carlo Alberto Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli. Siamo a Torino: "Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni terra d'Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari. Del nuovo anno già l'alba primiera, al recentissimo del piemontese Bertoldi Coll'azzurra coccarda sul petto musicata dal Rossi.

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto:

- To' gli disse; te lo manda Goffredo. - Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos'è; gli fan ressa d'attorno.

- Una cosa stupenda! - esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio.

- Io sentii - mi diceva il Maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli

- io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa.

Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia."

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LA POESIA DEL GIORNO

LA LUNA INDIFFERENTE
La luna indifferente
ascoltava i vituperi
vede l'incomunicabilità.
Sento le sue lacrime
sulla pelle, come pece bollente;
udivo i suoi lamenti
e non mi sono ribellato.
Come lei
lontano:
i vituperi mi hanno annichilito

Reno Bromuro (Da «Il vestito più bello»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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