12 febbraio 1944
Il consiglio dei ministri

della Repubblica di Salò
approva una serie di norme

Per la ristrutturazione dell'economia italiana il consiglio dei ministri della Repubblica di Salò approva una serie di norme di indirizzo generale tese al coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese. Il programma così delineato resterà totalmente inapplicato sia per l'opposizione degli industriali, sia per le perplessità dei tedeschi.

La Repubblica di Salò è una formazione statale fascista costituita da Benito Mussolini nell'Italia settentrionale, occupata dai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale; l'Alto Adige e la Venezia Giulia furono annessi alla Germania. La sede del governo fu fissata a Salò, sul Lago di Garda. Mussolini, che aveva annunciato da Radio Monaco il 23 settembre 1943 il ritorno del fascismo alle sue origini rivoluzionarie e repubblicane, era capo dello Stato, ma in realtà privo di reale potere.

Fu ricostituito un esercito, affidato al generale Rodolfo Graziani, un Partito Fascista Repubblicano, segretario Pavolini, il cui compito precipuo fu la lotta antipartigiana, condotta anche da formazioni autonome X Mas, Battaglioni Mussolini, Brigate nere e da bande irregolari, di Koch, e la banda Carità. Nonostante la proclamata volontà di attuare una politica "antiplutocratica", attraverso provvedimenti come la socializzazione della produzione, secondo il Manifesto di Verona, del 14 e 16 novembre 1943, la R.S.I. non riuscì a ottenere il consenso della popolazione: ostile fu la classe operaia, scioperi del marzo 1944, diffidente il clero. Nella primavera 1945 la R.S.I. fu definitivamente travolta dalla pressione congiunta degli anglo-americani e della Resistenza.

I primi nuclei di partigiani furono costituiti già all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943 da reparti militari sbandati, che si rivelarono però inadatti alla guerriglia. Una reazione morale portò molti italiani a opporsi all'occupante tedesco come ai fascisti, e su questa lotta originaria, nazionale e civile al tempo stesso, si innestarono poi esigenze più radicali di rinnovamento sociale e visioni politiche più definite da parte delle forze antifasciste organizzate. Tre furono i principali gruppi della Resistenza

1) le formazioni autonome, circa il 30% dei combattenti, come le Osoppo in Friuli, le Fiamme Verdi in Lombardia, le divisioni di Mauri in Piemonte, apolitiche, guidate da militari, fedeli al governo Badoglio e quasi esplicitamente alla monarchia; quando il CLNAI impose un collegamento dei partiti, si avvicinarono alla Democrazia Cristiana e al Partito Liberale;

2) le formazioni Giustizia e Libertà circa il 25%, costituite dal Partito d’Azione;

3) le Brigate Garibaldi circa il 40%, costituite e guidate dal Partito Comunista; comandante generale fu Luigi Longo, commissario politico Secchia. Vi furono poi alcuni gruppi legati ai socialisti, le Brigate Matteotti, o alla Democrazia Cristiana, le Brigate del Popolo. La collaborazione fra i tre gruppi principali non fu sempre facile e vi furono anche sanguinosi episodi fratricidi. Nel giugno 1944 fu costituito il comando generale del Corpo Volontario della LIbertà, al cui vertice fu insediato, dopo molte polemiche tra i moderati e le sinistre, che rivendicavano un comando più politicizzato, il generale Raffaele Cadorna. Tra le imprese maggiori della Resistenza vi furono la battaglia per la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944, la costituzione di temporanee "zone libere" nell'estate 1944, le "repubbliche" dell'Ossola, dell'alto Monferrato, della Carnia e di Montefiorino, le insurrezioni nelle grandi città del Nord nell'aprile 1945 e la tutela degli impianti industriali e delle infrastrutture al momento della ritirata tedesca.

 ***

RICORDIAMOLI

QUEI TRE FASCISTI DI SINISTRA

La discesa dei tedeschi in Italia dopo l’annuncio del maresciallo Badoglio dell’armistizio firmato con gli Alleati, mise in fuga, oltre al Re, anche molti italiani che dopo la caduta di Mussolini si erano schierati apertamente contro il fascismo. Uomini politici, militari, docenti universitari, giornalisti, cercarono rifugio in Svizzera, in Francia, o salirono sulle montagne per iniziare la lotta partigiana.

Qualcuno però fece anche il percorso inverso: l’ambizione e il desiderio di riscatto dopo una capitolazione della Patria vissuta come un infamante tradimento, spinsero tre uomini che prima di allora non si erano di certo distinti per la loro fedeltà al fascismo, a rischiare la propria vita per servire il Duce e la sua Repubblica Sociale. Carlo Silvestri, Concetto Pettinato, Edmondo Cione. Due giornalisti e un filosofo: sembrerà impossibile, ma questi "fascisti di sinistra" furono tra i consiglieri più ascoltati da Mussolini nei lunghi mesi della R.S.I. che segnarono il crepuscolo del fascismo.

Nelle ultime settimane di vita della Repubblica di Salò quasi non si parlava d’altro. Il "ponte", il disperato tentativo di trovare una sponda dall’altra parte della barricata con cui avviare un impossibile dialogo. Scopo: mettere fine alle violenze e aver salva la vita al momento della resa dei conti. Esponenti di punta del governo di Salò, tra cui i ministri Tarchi, Pisenti e Zerbino, il capo della polizia Montagna e molti altri funzionari più o meno in vista, fino all’ultimo cercarono di stabilire dei contatti con uomini della Resistenza.

Il Duce era ovviamente a conoscenza di queste manovre e le approvava. Lui stesso, anzi, aveva trovato un tramite attraverso cui cercò di coltivare il suo ultimo assurdo progetto politico: consegnare la Repubblica Sociale nelle mani dei suoi vecchi compagni socialisti. Questo tramite fu Carlo Silvestri. Ex giornalista del "Corriere della Sera" di Luigi Albertini,socialista, era stato tra i più duri accusatori del Duce al tempo del delitto Matteotti. Per questo fu perseguitato, picchiato, arrestato, spedito al confino e infine liberato su intercessione dello stesso Mussolini. Nel dicembre del ‘43 Silvestri chiede di rivedere il suo vecchio nemico.Ha da poco messo in piedi una sua organizzazione, la Croce Rossa socialista, che si propone di salvare gli antifascisti finiti in carcere. Mussolini confida al suo segretario Dolfin: "Il Silvestri è un uomo interessante, col quale avremo dei contatti. È un vecchio socialista che spesso non mi è stato amico: ama il Paese e questo basterà per intenderci".

I due iniziano a vedersi con assiduità e dagli incontri nascono una serie di articoli firmati "Giramondo", pubblicati sul "Corriere della Sera" fra il marzo e il maggio del ’44, in cui Silvestri avanza le sue proposte di riconciliazione fra le parti più moderate del neofascismo e della Resistenza. Nello stesso tempo porta avanti con successo l’attività della sua "Croce rossa", giocando un ruolo molto importante nella liberazione di partigiani come Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi e Corrado Bonfantini.

Proprio Bonfantini diventa il principale contatto di Silvestri per realizzare il "ponte". L’esponente socialista accetta più volte di incontrare il ministro dell’Educazione di Salò Biggini, il capo della polizia Montagna e altri ufficiali disposti al doppio gioco. Gli incontri si svolgono in un appartamento di via Montenapoleone, al numero 24. Al piano superiore c’è la redazione clandestina dell’"Avanti!". Il 22 aprile 1945, nell’imminenza del crollo finale, Mussolini decide di uscire allo scoperto. Convoca Silvestri alla Prefettura di Milano e gli affida una lettera da consegnare all’esecutivo del partito socialista: "Poiché la successione è aperta in conseguenza dell’invasione angloamericana, Mussolini desidera consegnare la Repubblica Sociale ai repubblicani e non ai monarchici; la socializzazione e tutto il resto ai socialisti e non ai borghesi".

La lettera giunge sul tavolo di Pertini e Nenni. Il futuro presidente della Repubblica la straccia e, furibondo, urla a Silvestri di andare a riferire a Mussolini che coi fascisti non si tratta e che l’unica cosa da fare è rimettersi alla giustizia del popolo. Finisce così il "ponte" e finisce anche il fascismo. Carlo Silvestri farà invece in tempo, prima di morire nel 1955, scrivere vari libri di memorie in cui racconterà la sua strana parabola di antifascista mussoliniano.

Il secondo antifascista è Concetto Pettinato Nato a Catania nel 1885, giovanissimo lascia la Sicilia spinto da un’irrefrenabile passione per il giornalismo. Inizia così la sua lunga carriera di corrispondente per la "Stampa" del liberale Alfredo Frassati. Una carriera che lo porta a viaggiare in Russia, da dove racconta la rivoluzione bolscevica, in Austria, in Germania, in Francia e, da ultimo, in Svizzera. Mentre Mussolini conquista e consolida il suo potere, Pettinato scrive libri eruditi sulla storia e la cultura dei vari paesi europei e a Parigi stringe amicizia con molti esuli antifascisti italiani. Eppure, dopo l’8 settembre, decide di lasciare la sua comoda dimora di Ginevra e di trasferirsi a Torino dove, sotto le bombe alleate e il rigido controllo della censura nazista, può però coronare il sogno di dirigere il giornale per il quale ha lavorato per tanti anni. Ha un progetto: fare un quotidiano d’assalto, che non risparmi se necessario le critiche al nuovo regime di Mussolini. Il gioco per qualche tempo gli riesce: il Duce lo considera "la nostra più importante mente giornalistica", ma soprattutto Pettinato conosce molto bene i tedeschi e sa di poter contare sul loro appoggio quando con i suoi editoriali attacca la confusione burocratica e l’inerzia del governo di Salò. Alla fine però tira troppo la corda.

Il 21 giugno 1944, due settimane dopo la liberazione di Roma, Pettinato scrive sulla "Stampa" un articolo indirizzato direttamente a Mussolini, dal titolo inequivocabile: "Se ci sei, batti un colpo!". È un elenco impietoso di tutte le promesse mancate del Duce: la riorganizzazione del nuovo esercito, la lotta ai partigiani, la socializzazione delle imprese. Il caso Pettinato esplode come una bomba: le copie della "Stampa" sfuggite al sequestro vanno a ruba, vendute al mercato nero all’incredibile prezzo di mille lire l’una. La stampa estera e Radio Londra ne parlano diffusamente, mentre il capo del Fascio di Torino, Antonio Bordin, minaccia una ribellione contro il governo di Salò se il Duce non ascolterà l’allarme lanciato dal giornalista.

Il danno di immagine per il fascismo è gravissimo, ma Mussolini ha le mani legate: l’articolo di Pettinato ha infatti ricevuto il visto dell’addetto alla censura tedesco Ludwig Alwens. Occorre quindi muoversi con i piedi di piombo: il giornalista è sospeso per un mese, riprende poi a scrivere, e, infine, è licenziato il 3 marzo 1945, dopo aver pubblicato alcuni articoli di un altro "fascista di sinistra", Edmondo Cione. Deferito alla Commissione disciplina del partito,gli è inflitta una semplice deplorazione per pratica di compromesso e di alibismo. Finita la guerra, dopo un anno di latitanza a Roma in cui vive facendo il pittore, Pettinato viene riconosciuto e arrestato. Grazie all’amnistia di Togliatti, trascorre solo qualche mese in carcere, e può così riprendere la sua attività giornalistica, scrivendo anche un articolo per il quotidiano socialista L’Avanti!, "Lettera di un fascista onesto". Muore novantenne a Padova nel 1975. Edmondo Cione, nell’ambiente universitario si era guadagnato il soprannome di o’ vaccariello, il vitellino che segue sempre la madre, per il suo vivere all’ombra del maestro Benedetto Croce. Fino al 1943 Edmondo Cione è un oscuro docente di filosofia napoletano, punito per il suo antifascismo con sei mesi di confino scontati a Foligno e a Manfredonia. L’8 settembre si trova a Milano per un concorso a un posto di professore di liceo e di bibliotecario a Brera. Qui conosce e diventa amico di Carlo Alberto Biggini, prossimo ministro dell’Educazione della R.S.I. Si confida: non rinnega le sue idee politiche, ma considera l’armistizio un ingiustificabile voltafaccia. Così, quando qualche mese dopo legge le promesse socialisteggianti contenute nel Manifesto di Verona, ne rimane folgorato e chiede a Biggini di incontrare il Duce per offrirgli la sua collaborazione. Nello stesso tempo, mantiene i legami con i suoi amici socialisti Lelio Basso, Vittorio Amodeo, Eugenio Colorni e Placido Martini, poi assassinato alle Fosse Ardeatine.

Mussolini accetta di riceverlo il 20 agosto 1944 nella sua villa di Gargnano. Il Duce ha ormai compreso che la guerra è perduta e pensa che i contatti di Cione con gli antifascisti potranno essergli utili quando arriverà il momento della resa dei conti. I suoi gerarchi restano sbalorditi quando apprendono l’esito di quel colloquio: il Duce ha dato l’autorizzazione alla costituzione del "Raggruppamento nazionale repubblicano socialista", un movimento che eserciti una "responsabile opera critica" al fascismo in nome dell’unità nazionale. Non solo: o’ vaccariello ottiene dal Duce anche l’autorizzazione per fare uscire un quotidiano e per fondare un Centro Studi Sociali, entrambi finanziati dalle esangui casse del governo di Salò. È lo stesso Mussolini a suggerire il nome del giornale, ispirandosi con nostalgia al quotidiano da lui diretto per tanti anni: "L’Italia del Popolo". Il primo numero esce il 28 marzo 1945, ma il giornale ha subito vita tribolata. I tedeschi chiedono spiegazioni: Mussolini non avrà mica rinnegato il fascismo? Il Duce è costretto a ricevere l’ambasciatore Rahn e per tranquillizzarlo gli dice che "per attuare la socializzazione è necessario l’appoggio della sinistra". Rahn finge di credergli, anche perché tutto sta crollando e ci sono cose più importanti a cui pensare. Così Cione può andare avanti fino al 10 aprile, quando commette l’errore di attaccare il prefetto Montani con un articolo dal titolo dantesco: "Ed egli avea del cul fatto trombetta". Il prefetto, che è un ex combattente pluridecorato e padre di un caduto medaglia d’oro, reagisce in puro stile squadrista: mentre Cione è assente, piomba a Milano con quattro dei suoi e gli sfascia la redazione. Il giornale viene chiuso, Cione va da Mussolini, si umilia, chiede scusa e ottiene il permesso di riprendere le pubblicazioni. Ma ormai è troppo tardi: "L’Italia del Popolo" esce ancora il 24 e il 25 aprile. Nel giorno della Liberazione Cione pubblica un preoccupato corsivo: "L’ora è grave e non sappiamo quel che può accadere ...". Il filosofo fa ancora in tempo a incontrare per l’ultima volta il Duce e a raccogliere una frase da consegnare alla storia: "Mussolini non esiste più. Se ora gli antifascisti mi fucilano, ebbene, ne è valsa la pena". Cione non segue il Duce nella carovana per Dongo e così salva la pelle. Nel dopoguerra si ricostruirà una carriera nella Democrazia Cristiana a Napoli.

NOTE: Ho preferito raccontare analiticamente periodi bui della mia infanzia, spinto dai venti vertiginosi di guerra che avvolgono l’universo con un alone di paura, affinché i giovani sappiano la verità su fatti che i testi scolastici non credo dicano loro.

***

LA POESIA DEL GIORNO

IL PANE VERDE

Giorni di guerra. Per non vedere umidi
gli occhi che già perdevano la luce
vagai per la campagna a raccattar patate,
fave, lupini e lumachine che facevi al sugo
per far tacer lo stomaco languente.
Quel giorno! ...
Quanto dolore t'ho dato, quel giorno!
Piangesti tanto e mai avrei voluto,
ma quel pane verde era un'offesa all'olfatto,
allo stomaco vuoto alla dignità di bimbi
che amano la vita ma sono costretti
sopportare la guerra.

Reno Bromuro (da «Occhi che non capivano»)

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE