12 agosto 1997
Negati gli arresti domiciliari a
Sergio Melpignano e a Domenico Bonifaci

A Perugia, il Tribunale del riesame nega gli arresti domiciliari a Sergio Melpignano e all’imprenditore Domenico Bonifaci: il ritrovamento di una lista di 100 clienti particolari e l’individuazione di presunte responsabilità a carico di altri due magistrati romani, di ufficiali della Guardia di Finanza e di funzionari pubblici, fanno considerare socialmente pericolosi e capaci di inquinare le prove i due, che quindi restano in carcere. Intanto si svolge l’interrogatorio e il confronto tra Melpignano e il generale Verdicchio sui 20 milioni avuti dal primo. Ora le versioni coincidono: si è trattato di un acquisto a termini di Borsa.

Il "brutto pasticcio" sembra concludersi lunedì 7 giugno, siamo al Tribunale di Roma, mentre si sta discutendo il sequestro delle quote dell'Editrice Romana spa, che pubblica Il Tempo, chiesto dai legali della Vianini Lavori, della Porto Torre, della Ical Sud e dell'Arquata Cementi, istanza cui ha aderito anche il professor Giuseppe Consolo, avvocato di Francesco Gaetano Caltagirone, è arrivata la notizia che il capitale dell'Editrice Romana, finora controllata da Domenico Bonifaci, è stato azzerato e la proprietà del quotidiano è passata di mano: si presume a una società del gruppo del costruttore romano e a sua sorella Angela Bonifaci. Il trasferimento di proprietà del Tempo complica la già difficile partita giudiziaria che vede in campo da una parte Caltagirone e le aziende del suo gruppo, che contestano a Bonifaci inadempienze contrattuali, e, dall'altra, Bonifaci, che ha chiesto al Tribunale l'annullamento del contratto di acquisto del quotidiano, dei contratti di mutuo che sono serviti a finanziare l'acquisto della testata, e un risarcimento danni di 96 miliardi nei confronti di Caltagirone per una condotta, come scrive l'avvocato Gregorio Iannotta concretatasi in artifizi o, comunque, comportamenti dolosi.

Naturalmente la difesa di Caltagirone, affidata al professor Consolo, ribatte punto per punto alle accuse di Bonifaci. Ne viene fuori una battaglia legale senza esclusione di colpi che rischia di avere ricadute negative sui due contendenti e sulla sopravvivenza del quotidiano di Piazza Colonna. Così i palazzinari dell’Urbe compravano i pm per sfuggire a Mani Pulite.

Corruzione alla capitolina. Dalla Banca di Roma regalo di 60 miliardi a Bonifici.

I giudici si chiedono anche perché questo accordo extragiudiziale sia stato sottoscritto con la garanzia della Banca di Roma, che oltre ad assistere Bonifaci era parte in causa anche con Ferfin, e quindi con Montedison, i cui interessi avrebbero dovuto essere più tutelati, in quanto l’istituto ne era azionista. Antonio Nottola, attuale direttore generale della Banca di Roma, convocato dal pm di Perugia il 10 giugno 1997 per spiegare anche il ruolo dell’istituto nella compravendita de Il Tempo, immediatamente associava i nomi di Bonifaci e Melpignano alla vicenda Enimont. Nottola produsse anche copia di quella scrittura privata trovata poi a casa di Melpignano dopo lunga perquisizione. Dall’atto si evince una cosa incredibile: la banca garantisce incondizionatamente e irrevocabilmente a favore di Montedison il puntuale ed esatto adempimento da parte di Bonifaci del pagamento del credito fino all’importo di 54 miliardi.

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RICORDIAMOLI

ROBERTO BAGGIO "IL DIVIN CODINO, O L’ESSENZA DEL CALCIO"

Ci sono due immagini che fotografano la carriera di Roberto Baggio, uno dei più grandi numeri 10 della storia del calcio, nato a Caldogno in provincia di Vicenza, il 18 febbraio 1967.

Nel settembre del 1989 l’allora ventiduenne promessa della Fiorentina parte nella sua metà campo al San Paolo di Napoli, semina con lineare eleganza mezza dozzina di giocatori partenopei e, dopo settanta metri con la palla al piede, segna a porta vuota.Roberto Baggio

Nel gennaio del 2002 l’allora quasi trentacinquenne capitano del Brescia capisce sul prato del Tardini di Parma che il suo compagno di squadra, Vittorio Mero, è appena morto in un incidente stradale sulla Serenissima: senza dire niente a nessuno, senza parlare con l’arbitro e l’allenatore, si toglie i guanti di lana, li getta a terra e scompare piangendo negli spogliatoi.

Quella partita, valida per la Coppa Italia, non si giocherà perché Roberto Baggio, prima di tutti, aveva deciso che, in quelle condizioni, non aveva senso. In questi due episodi, lontani quasi quindici anni, c’è l’immensa classe e la straordinaria personalità del terzo italiano capace di vincere il Pallone d’Oro dopo Gianni Rivera e Paolo Rossi.

Baggio cresce nelle giovanili del Vicenza. Debutta in serie C1 a sedici anni nella stagione 82/83. Bastano trentasei partite e tredici reti con la maglia biancorossa per capire che è nato un fenomeno. La Fiorentina è la prima a crederci: lo acquista nell’estate del 1985.

La serie A però dovrà attendere più di un anno per ammirarlo perché, nell’ultima stagione a Vicenza, Baggio si rompe i legamenti del ginocchio. Sarà il primo di una lunga serie di infortuni. Nei primi due campionati in viola gioca appena sei partite, segnando un gol.

La stagione 87/88 è la sua vera annata d'esordio. Firenze perde la testa per questo giocatore esile, che dribbla gli avversari con morbidi e precisi cambi di direzione. Porta per il campo il suo metro e settantaquattro toccando la palla di mezzo esterno, prima di superare i portieri con traiettorie di piatto destro a girare. Ha gambe sottili, e lunghi riccioli neri, sempre bagnati, spesso raccolti in un codino. Da quella capigliatura, unita alla celestiale abilità sul campo, nasce il soprannome "Divin Codino". Negli anni di Firenze, abbraccia il buddismo. Ci sono filmati quasi inediti in Italia che lo mostrano in Estremo Oriente, mentre parla commosso a platee formate da centinaia di fedeli. Anche per questo diventa un fenomeno planetario.

Il 16 novembre 1988 Azeglio Vicini lo chiama per la prima volta in nazionale in occasione di Italia-Olanda all’Olimpico. In precedenza aveva raccolto solo una convocazione con l’Under 21. Ma è il 20 settembre 1989, alla sua quarta presenza azzurra, che il fuoriclasse di Caldogno lascia il segno: la nazionale affronta la Bulgaria in amichevole a Cesena. Finisce 4-0 con una doppietta di Baggio, frutto di due splendide azioni solitarie. Il giorno dopo tutti i quotidiani si interrogano sulle somiglianze con i grandi del passato: è più Meazza o più Rivera, è più Zico o più Maradona? Firenze lo ama, ma capisce che presto lo perderà. Prima di andarsene porta la squadra viola alla finale di Coppa UEFA nel 1990. L’avversaria è la Juve, la sua prossima destinazione. Nella finale di andata il fantasista fallisce una clamorosa occasione da gol, solo davanti a Tacconi. Qualcuno maligna. La Coppa UEFA va ai bianconeri.

Il passaggio alla Juve è ufficializzato. A Firenze la notizia è accolta con le barricate in strada: i tifosi viola sfogano la rabbia con ore di guerriglia urbana. Raramente per un calciatore si era arrivati a tanto. Poche settimane dopo Baggio sperimenta un altro tipo di affetto: quello dell’Olimpico nelle notti magiche di Italia ‘90. Lui ricambia con il meraviglioso gol alla Cecoslovacchia: un triangolo con Giannini e poi via da solo verso la porta. Insieme a Schillaci spinge la squadra alla disgraziata semifinale persa con l’Argentina.

Il suo Mondiale finisce con un bel gesto di altruismo: cede a Schillaci il rigore del 2-1 nella finale 3°-4° posto contro l’Inghilterra. Il siciliano trasforma e si laurea capocannoniere della competizione. Gli anni alla Juventus lo consacrano: nei primi quattro campionati, segna 70 gol in serie A. Il trauma dell’addio a Firenze lascia solo uno strascico nella prima stagione: quando la Juve va a giocare in casa viola, il Divin Codino si rifiuta di tirare un calcio di rigore contro la sua ex squadra. Mentre esce dal campo, raccoglie da un tifoso una sciarpa della Fiorentina e la appoggia sulla maglia della Juve: scoppiano le polemiche.

Ma per il resto Baggio è un vero trascinatore. Nel '93 l’apoteosi: la squadra vince la Coppa UEFA e lui conquista il Pallone d’Oro. Paradossalmente lo scudetto in bianconero arriverà solo nella stagione 94/95, quella in cui lui giocherà e segnerà meno: diciassette partite e otto gol. Un altro fenomeno, veneto come lui, sta iniziando a rubargli la scena: Alessandro Del Piero. Ma in quel momento la sua carriera aveva già cominciato a piegare verso il basso. Il suo destino si compie nel primo pomeriggio del 17 luglio 1994, quando… rigorista infallibile, spara oltre la traversa il rigore che decide la finale mondiale col Brasile. Proprio a quell’errore è legata una delle poche cadute di stile del campione. Anni dopo girerà uno spot per una società di telefonia mobile nel quale accetterà di rivivere la scena con un epilogo diverso: la palla in gol e l’Italia campione, con tanto di abbraccio a Sacchi. Il rigore sbagliato macchia un Mondiale strepitoso: cinque gol, tutti determinanti. Solo la seconda partita con la Norvegia gli riserva un’amarezza: al ventunesimo Sacchi lo sostituisce per far entrare Marchegiani, mandato in campo al posto di Pagliuca, espulso. "Ma questo è matto", si legge sulle labbra del fuoriclasse azzurro.Roberto Baggio

Nel 1995 la Juve lo scarica. Lo accoglie il Milan, ma in rossonero lascia pochi ricordi: Capello lo utilizza a intermittenza. Nella stagione dello scudetto 95/96 segna sette gol. Si materializza il più clamoroso dei paradossi: il calcio italiano emargina il suo giocatore più illustre.

La Nazionale non lo chiama dal 6 settembre 1995.

Ma lui, forte della sua testardaggine, insegue il terzo Mondiale. Per farlo, sceglie il Bologna. È la sua stagione più prolifica in serie A: ventidue reti. Il CT Cesare Maldini deve cedere alla pressione dell’opinione pubblica e convoca Baggio per Francia ‘98. Roberto va in gol con Cile e Austria. Con queste reti, diventa l’unico giocatore italiano capace di segnare in tre edizioni differenti dei Mondiali.

L’estate del 2000 è il momento più duro: Baggio è senza squadra, si allena da solo a Caldogno. Vicino a lui, la moglie Andreina. Anche questo lo rende speciale: l’amore per una ragazza conosciuta da adolescente, e sempre venerata nonostante l’immensa popolarità acquistata negli anni. E poi l’affetto per la sua famiglia e il suo paese. L’amicizia con persone lontane anni luce dal jet-set frequentato dalla maggioranza dei suoi colleghi, le lunghe fughe per andare a caccia in Argentina.

Solo a metà settembre si fa vivo qualcuno in Italia: il Brescia di Gigi Gorioni e Carlo Mazzone. "Perché non prendi Baggio?". Da questa domanda, rivolta dalla moglie di Gorioni a suo marito, parte l’affare. E parte un idillio. Grazie a Baggio, per la prima volta il Brescia si salva in serie A. Grazie a Baggio, al Rigamonti vedono gol che non avevano mai visto. Non li rivedranno più i tifosi della nazionale. Trapattoni, infatti, non chiama il Divin Codino per i Mondiali 2002, nonostante una prodigiosa rieducazione dopo l’ennesima operazione al ginocchio. Baggio torna in campo a meno di due mesi dalla rottura dei crociati: è un miracolo sportivo.

"Trap avrebbe fatto meglio ad assecondare i segni del destino", scriverà qualcuno dopo la rovinosa eliminazione azzurra. L’ultima partita di Baggio con l’Italia porta la data del 31 marzo 1999: Italia-Bielorussia ad Ancona. Roberto Baggio chiude con ventisette reti in cinquantacinque partite, quarto cannoniere azzurro di tutti i tempi, dopo Riva, Meazza e Piola. Ai Mondiali del 2002 è stato l’unico Pallone d’Oro ancora in attività a non essere chiamato dalla nazionale del suo Paese.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
DANIELA LAMPASONA: "MILLE VOCI"

"Mille voci
si dirigono verso un infinito
pieno di canti e luci".

Come i numeri immaginari, che uniti ad un numero reale individuano un vettore, il positivo, che per Lampasona rappresenta tale unità immaginaria, unendosi alla realtà del negativo, individua il percorso che l’ha portata a gustare il frutto del canto. Riconosce, beata Lei, che nella propria operazione, ha raggiunto la discrezione della continuità rappresentativa, il valore della "libertà", del "miracolo", del "fatto che non era necessario".

In tale condizione pacata, può ben dire a se stessa, che la contraddittorietà è grandezza, ed è grandezza insita nello stesso fare poetico. Ho detto quello che era necessario fare; perché dicendolo ho fatto di più che raggiungere il necessario.

Pensare di contraddire il pensiero della Lampasona è come dire che è entrata in un ordine diverso, da quello in cui ci muoviamo noi ritardatari, così pazzesco com'è, sembra alla nostra ragione l'unico in cui la divinità può svolgere i propri attributi, riconoscersi e saggiarsi nei limiti di un assunto di cui ignoriamo il significato.

L’Autrice è sempre tra i primi a sapere, perché lo capta attraverso il suo forte sentire, ed essere sempre tra i primi, ecco ciò che conta, anche se il perché della rappresentazione sfugge. Ognuno di noi riesce ad avere dal Poeta una lezione di Vita e d’innalzamento verso la spiritualità, la quale se poi si lega con l’immaginazione, ha dato e avuto da te quest'alta lezione che è la più difficile delle virtù.

La sua parola s’ingigantisce di più dopo essere stata scritta. Il fatto è che la poesia della Lampasona è vissuta, nel significante, anzi nella fase emozionale del significante, pur essendo una poesia indirizzata. Essere tra i primi e sapere, ecco ciò che conta. E ce lo dice con semplici parole, facendoci sognare il Paradiso. Tutto quanto Ella ci dice è vissuto nel "suo" senso dell'esistente, rispetto al senso che porta ad un significato.

La Lampasona indirizza il suo senso richiamandosi ad una caratteristica fondamentale della nostra poesia protonovecentesca, da Palazzeschi a Sbarbaro, centrando, e centralizzando, la questione. Comunque il mondo che Ella vede, vive e descrive per farcene partecipi non e quello ludico di Palazzeschi, è un dato referenziale di partenza e Lei ne cerca la "modificazione", affinché la metafora sia chiara, come il suo sentire. Il suo pensiero non si dissolve né si è dissolto nell'attesa, è entrato in una zona in cui domina la neutralità del dire e dell’ascoltare, senza la speculazione intellettualistica sulla propria equidistanza degli estremi.

Ed ecco la necessaria eco cui si sentiva la mancanza. L’Eco nasce e si radica in un valore autoriflessivo, che è in realtà l'andare, alla ricerca d’altre voci che cantino per avere dal vento il dono della musica, il senso del discorrere e il ritornare discorsivamente su se stessa, non in forma speculare che tocchi i significati, ma la sostanza stessa comportamentale dell'attesa, che è attesa del significato. Un significato che sbriciola qualsiasi intenzionalità; sono versi questi che hanno la forza che dall’oscurità va facendosi sempre più chiara per condurre il segno, nei suoi percorsi di senso, al proprio significato.


MILLE VOCI
di Daniela Lampasona (Daparo)

Mille voci
si dirigono verso un infinito
pieno di canti e luci.
Chissà, forse un giorno...
saremo tutti un coro
e ogni soffio di vento sarà musica.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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