11 luglio 2001
Lo scandalo doping
si allarga al ciclismo femminile

Lo scandalo doping si allarga al ciclismo femminile. Durante il Giro d'Italia, i Nuclei Antisofisticazione dei carabinieri (NAS), nel corso di una perquisizione a Levico Terme, sequestrano molte sostanze dopanti. Oltre 40 le persone indagate.

Come qualche giorno fa a Sanremo, un blitz in grande stile dei Nas al Giro d'Italia femminile. Diciassette squadre, la totalità delle formazioni partecipanti alla corsa rosa, oltre a tutto il personale relativo, massaggiatori, medici, direttori sportivi, ecc…; e ai mezzi usati per la manifestazione, sono state perquisite in nove alberghi al termine della tappa che è approdata a Levico Terme, la prima delle frazioni d’alta montagna previste dalla corsa rosa.

I militari hanno operato su mandato del PM Cassetta di Matera, che, in modo analogo a quanto successo per il Giro maschile a Montevarchi, ha dato il via ad un'operazione a tappeto, scattata alle 19,30, cui hanno preso parte non meno di centocinquanta fra carabinieri e sottufficiali.

L'inchiesta, infatti, è stata aperta dalla Procura di Matera, come ho anticipato, dopo che all'interno di un albergo a Scansano Jonico che aveva ospitato alcune squadre erano state rinvenute siringhe, flebo e materiale farmaceutico sospetto. L'operazione ha già permesso di sequestrare molto materiale definito interessante. In particolare in un camper al seguito della corsa sono state sequestrate fiale di epo, l'eritropoietina.

In contemporanea si è mossa anche la Procura di Bologna, con l'obiettivo mirato di perquisire una squadra particolare, la Edilsavino. Nelle stanze dell'albergo che ospita questa squadra sono stati rinvenuti molti farmaci, che non sono inseriti nella lista dei prodotti doping e molte ricette mediche. Per un'atleta erano previste più di dieci medicine il giorno. Un qualcosa che, al di là del doping, ha del vero e proprio accanimento farmaceutico. Ad uno degli addetti dello staff è stato sequestrato un foglio con una lista di preparazioni comprendente anche il GH, l'ormone della crescita e altri prodotti dopanti.

La PM bolognese Castore ha, inoltre dato mandato di perquisire anche la sede della società che ha una base nel bolognese, a Castel San Pietro, dove solitamente alloggiano le ragazze durante gli allenamenti ed i ritiri. I militari sono andati a colpo sicuro. Hanno sequestrato in un frigorifero diverse fiale e medicine sospette, che saranno sottoposte ad analisi. Scoperte anche scatole vuote di testosterone.

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RICORDIAMOLI

CASO MATTEI: INTERVISTA CON GRAZIANO VERZOTTO

E’ il 10 febbraio 2003 il Giornalista Tony Zermo de "La Sicilia" intervista Graziano Verzotto, l'unico rimasto in vita dei protagonisti di quel tempo. E’ l'uomo dei misteri, l'ex senatore Graziano Verzotto, 80 anni.

Ora si trova al Gemelli di Milano per curare il Parkinson. "E' inarrestabile - dice scherzando - ho chiamato i carabinieri, ma nemmeno loro ce la fanno". Però è lucido e la voce forte. Verzotto, nato a San Giustino in Colle in Provincia di Padova, è stato uno dei viceré di Sicilia: potente presidente dell'Ente minerario siciliano, segretario regionale della DC, eletto senatore nel collegio di Noto, amico personale di Mattei e rappresentante dell'Eni in Sicilia.

Suo il progetto del gasdotto algerino poi rilevato dall'Eni. Quando cercarono di incastrarlo perché aveva messo i fondi dell'Ems nella banca Privata di Michele Sindona, l'accusa era di avere lucrato interessi extra sottobanco, fuggì a Beirut dove lo intervistammo. Da quella storia uscì poi assolto. Mai chiarito invece il tentato sequestro ai suoi danni da parte di un gruppo scombiccherato di balordi capeggiato dal presunto brigatista Berardino Andreola. Verzotto fu bloccato nell'ascensore di casa a Siracusa, gli spararono, il proiettile bucò il cappotto, ma riuscì a divincolarsi. Poi i mancati sequestratori furono tutti arrestati, compreso un ambiguo avvocato agrigentino.

Qualche sospetto Verzotto se lo trascina, perché se è vero, come afferma Buscetta, che l'aereo di Mattei fu sabotato da mafiosi mandati dal boss di Riesi Beppe Di Cristina, proprio Di Cristina era stato assunto da Verzotto alla Sochimisi, società satellite dell'Ems. Ormai è acqua passata e lui uscito indenne da tutto accetta di parlare di Mattei.

"Lui era del 1906 - ricorda - e oggi avrebbe 97 anni. Io ero più giovane di una quindicina d'anni. Ci conoscevamo indirettamente perché lui era il comandante dei partigiani cattolici e operava in Lombardia e io comandavo una brigata di partigiani cattolici nell'alto padovano. Mattei faceva parte del comando generale assieme a Longo, Pertini e Parri. Mattei al principio del 1946 promosse un convegno a Roma e mi sono trovato a fare da segretario del congresso. Avevo 23 anni. Facevamo tutti parte dell'Anpi, l'associazione nazionale dei partigiani italiani, ma avevamo voglia di rompere perché non sopportavamo più la prevaricazione che facevano i comunisti all'interno dell'associazione, e così abbiamo costituito la corrente dei partigiani cristiani, di cui Mattei è stato presidente".

Com'è che poi siete approdati nel campo degli idrocarburi? "Mattei era già all'Agip, allora l'Eni non esisteva. Mi chiamarono a Milano promettendomi un posto. Per la verità avevo pensato di andare alla Rasiom di Augusta, ma il 15 maggio del 1950 vado a Milano ed entro in Agip, nell'ufficio vendite metano che era stato appena creato e aveva sede in piazza Cordusio. Dovevamo convincere gli industriali lombardi a usare il metano al posto dell'olio combustibile o del carbone".

Quando venne in Sicilia? "Mi ci mandò Mattei nel 1955 sia perché la DC mi voleva dare, come poi mi ha dato, l'incarico di commissario del partito a Siracusa, e sia perché l'interesse dell'Eni per la Sicilia cresceva e bisognava creare un ufficio per le relazioni dell'Eni con la Regione".

Ma alla luce dei problemi ambientali, complessivamente abbiamo fatto un buon investimento in Sicilia, oppure era meglio non realizzare industrie pesanti?

"Alcune località sono state scelte male. Ma allora non era facile, perché tutti gli esponenti politici delle varie Regioni cercavano di attirare un investimento programmato dell'Eni, la Sicilia fu particolarmente favorita dalla scoperta del metano a Gagliano Castelferrato e soprattutto del petrolio di Gela, scoperta che venne dopo quella del petrolio di Ragusa da parte della Gulf".

Perché dice che alcune località scelte sono state sbagliate?

"Lo dico da un punto di vista ambientale. Per la verità la Regione all'epoca non aveva maturato una coscienza ambientale. Il tasto delle disoccupazione era quello che suonava più forte e i governi Milazzo e D'Angelo pressavano per l'industrializzazione".

Sulla fine di Mattei che opinione s'è fatto?

"Ogni volta che mi fanno questa domanda vorrei astenermi. In un primo momento fui convinto come tutti gli italiani che si trattava di sabotaggio, poi la commissione governativa di indagine disse che si trattava di una disgrazia e anche la Procura di Pavia che ha riaperto le indagini non mi pare che abbia trovato molto. La verità è che avere prove di un sabotaggio non è che sia tanto facile".

All'epoca chi aveva interesse a eliminare Mattei?

"Le sette sorelle hanno avuto scontri notevoli con Mattei, perché la politica petrolifera dell'Eni all'estero mirava a rompere le uova nel paniere delle grandi Compagnie. Lei ricorderà la politica di Mattei del fifty-fifty, l'Eni faceva la ricerca, estraeva petrolio e dava ai Paesi la metà dei guadagni, mentre le sette sorelle erano abituate a concedere molto meno. L'offerta dell'Eni era pesante e provocatoria nei confronti delle sette sorelle. Però sembrerebbe anche dai documenti che alla fine si fosse trovata un'intesa per cui se prima c'era interesse a dare fastidio a Mattei per le sue intemperanze, dopo l'intesa il motivo di colpire Mattei non c'era più".

Lei fu fortunato, nel senso che declinò l'offerta di Mattei di accompagnarlo nel volo verso Milano.

"Non c'ero solo io, ma anche il presidente D'Angelo, anche il professor Falestrini, assistente di Mattei, anche l'ing. Fornara che era il direttore dell'Eni. Mattei aveva in aereo un posto libero e voleva che qualcuno lo accompagnasse per chiacchierare. Era un privilegio viaggiare con Mattei, la gente faceva la coda. Io sono stato praticamente salvato da un convegno che avevo alla DC di Siracusa per preparare le elezioni amministrative che ci sarebbero state da lì a poco. Falestrini aveva un impegno alla Facoltà di Economia a Milano e quindi si era già accaparrato l'altro aereo dell'Eni che stava a Gela. Lui sapeva che Mattei portava sempre ritardo e quindi preferiva andare con l'altro aereo, che era un bimotore De Havilland".

Ma perché, a Gela c'è un'altra pista?

"C'è una pista militare quasi coperta dall'erba, chiamarla pista è un po' esagerato, dove può atterrare solo un pilota molto bravo. Per l'occasione i carabinieri di Gela furono avvertiti per fornire assistenza".

Il pentito Masino Buscetta disse: "L'aereo di Mattei fu sabotato da una "squadra" mandata a Fontanarossa dal boss di Riesi Beppe Di Cristina".

Ma Verzotto non ci sta a questa ricostruzione del pentito e al giudice di Pavia, Calìa, dice: "La nascita del Petrolchimico era un'idea avviata da Cefis quale direttore generale dell'Eni e dall'avv. Vito Guarrasi come responsabile del piano di sviluppo industriale della Regione siciliana. Per spiegare la morte di Mattei bisogna chiedersi a chi serviva. Non serviva più alle sette sorelle che avevano raggiunto con Mattei una tregua, non serviva nemmeno all'Oas e ai servizi segreti francesi perché la questione degli aiuti dell'Eni agli insorti algerini e il metanodotto Algeria-Sicilia si era risolta da sola con l'indipendenza dell'Algeria. Cefis invece si avvantaggiò della morte di Mattei perché era stato allontanato dagli incarichi che ricopriva".

Il "giallo" diventa più fumoso. Ne resta aperto un altro, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che cercava notizie sull'ultimo giorno di Mattei in Sicilia. "Gli feci la cronistoria della giornata, ricorda Verzotto, e gli suggerii di andare dall'avvocato Guarrasi, che però non lo volle ricevere".

Che c'entra Guarrasi?

"C'è una registrazione telefonica. Guarrasi da Parigi parla al telefono con il vecchio commercialista Nino Buttafuoco e gli dice di parlare di meno, di stare più cauto. Come ricorderà, Buttafuoco era andato in casa De Mauro per chiedere se lui, prima del rapimento, stesse lavorando su delle carte, gli interessavano soprattutto eventuali carte sull'Eni. Non voglio accusare nessuno, ma ci sono delle ombre nel comportamento di Buttafuoco e di Guardasi".

Anche loro defunti. I grandi "gialli" di Sicilia non si spiegano mai.

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IL FATTO

ANTONIETTA BOZZELLA: "La libera espressione pittorica"

Le funzioni che spingono, nell'artista, l'inconscio verso il conscio sono alla base della pittura di Antonietta Bozzella. Il suo atteggiamento consiste nell'escludere, il più possibile, ogni controllo riflesso e quindi lasciarsi guidare dal "dettato" dell'inconscio. Queste funzioni provocano l'esteriorizzazione delle emozioni che l'avevano assalita, cosciente che le emozioni costituiscono gli elementi psichici reali da cui la personalità cosciente e morale esplode nelle figure cromatiche delle sue tele, perché sono nate conforme alle leggi naturali della fantasia.

Cosi, mentre nella vita sociale assume un atteggiamento di controllo e di dominio, facendo astrazione delle intenzioni personali, nella costruzione dell'opera d'arte assume una condotta di ordine tecnico, come una scarica liberatrice di vari sentimenti.

Nasce, in questo caso, una contraddizione lampante, fra le due immagini che sono venute a crearsi, tra i vari volti femminili che si susseguono in atteggiamenti di abbandono totale per la costruzione di una montagna alta e potente, a volti che guardano mesti la solitaria esistenza di un albero morente, asfissiato dallo smog, sovrastante altri volti femminili a simbolo di maschere e i volti di donna uno sull'altro fino a formare piramidi viventi, intese a sottolineare il suo pensiero politico-sociale: uniti si diventa forti e imbattibili nell'amore come nell'arte e nella vita sociale.

Nella varietà dell’immaginazione fantastica, il volto di donna diventa nell'artista il punto di congiunzione per l'annullamento sessuale della creatura umana che stilla liquide perle in attesa dell'evento; cioè del giorno in cui questo si avvererà. In attesa che uomo e donna non saranno più distinti in sesso forte e debole.

Questi sentimenti sono manifestati, con colori vivaci e primaverili, a volte caldi come il calore dell'amore, a volte freddi e indifferenti come la solitudine, altre con un nero dolce e ovattato; raramente il colore della terra riempie le figure femminili e questo crea un'altra contraddizione, palese quanto si vuole, ma, in effetti, la contraddizione è puramente razionale, perché nella mente dell'artista c'è la certezza che, solo dall'amore può avvenire l'annullamento della distinzione. Altrove, come ad esempio nelle "Due Teste" riesce ad essere mirabile e incisiva: due teste a mano a mano che si fondono spargono sulla terra un colore blu venato di rosso e la terra lo accoglie come linfa vitale per le radici dell'umanità. Oppure nel dipinto che ha intitolato "Chernobil" in cui il cielo e la terra si rimbalzano la nube radioattiva fino a stringerla in una morsa inesorabile, distruggendola. Ed è proprio in questa conflittualità che la Bozzella raggiunge l'equilibrio tra creatività fantastica predominante e razionalità, al punto da far vedere saltare dal quadro l'immagine che prende vita; ed è quindi il trapasso lirico. Ancora volti e volti e volti di donna, fusi e accavallati a formare montagne erette, quasi a fermare definitivamente l'avanzare della dissoluzione spirituale e della morte per lasciare il passo alla beatitudine dell'amore, fino a richiamare l'attenzione di chi guarda, in modo che, finalmente, anche lui possa provare gli stessi sentimenti dell'artista e confondersi con lei, per capire l'autenticità reale della nostra esistenza e ritrarre pienamente il sentimento dell'artista.

In tutto è chiaro l'immanenza del fatto trascendente sul fatto presente, giustificati dall'austero sentimento pittorico. Per quanto espresso siamo lieti di ricordare quest’artista, che continua a mietere allori e salire la scala della vero sentire dell’Arte.


Omaggio poetico
I COMPAGNI/ DEI POETI

I compagni/e dei Poeti
sono angeli con mani forti
che attingono linfa da querce
secolari; per amore
sfidano il vento e le tempeste:
I compagni/e dei poeti.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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