11 aprile 1988
Enzo Tortora chiede un risarcimento

Enzo Tortora, per i danni morali e materiali subiti nel corso dei ventidue mesi trascorsi in carcere sotto l'accusa rivelatasi infondata di far parte della camorra, chiede un risarcimento di 100 miliardi di lire. Il popolare presentatore televisivo, malato di cancro, morirà a Milano il 18 maggio.Enzo_Tortora.jpgEnzo_Tortora

Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita. Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui, prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino,finiranno nel tritacarne altre 855 persone. Il suo arresto fu un evento. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.

L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé. E’ l’estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.

Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna. Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo è tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei pentiti, soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Enzo TortoraSolo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.

Nel giugno del 1984 Enzo Tortora, che nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana, è eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie. Il 17 settembre 1985, oltre due anni dopo l’arresto, Tortora è condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli undici pentiti, definiti da un giornale "la nazionale della menzogna", hanno retto al dibattimento.

Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV, protetto dall’immunità parlamentare,si consegna. Resterà agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986, a più di tre anni dall’inizio del suo dramma, è assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli. Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi. Il 17 marzo 1988 è definitivamente assolto dalla Cassazione. Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, muore. Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà, purtroppo, ancora molti. Il pappagallo di Portobello

PORTOBELLO la sua più celebre trasmissione televisiva è definita: "La madre di tutte le trasmissioni televisive", condotta con la partecipazione di alcuni volti allora emergenti Gabriella Carlucci e Eleonora Brigliadori per esempio, nel ruolo di centraliniste, capitanate dalla romantica René Longarini. La trasmissione iniziò il suo viaggio alle 20.30 del 27 maggio 1977 sulla RETE 2. All'interno della trasmissione erano presentati, dai diretti interessati, oggetti in vendita e strane invenzioni. Due erano le rubriche fisse: DOVE SEI e FIORI D'ARANCIO. Il punto cardine della trasmissione era sicuramente il pappagallo PORTOBELLO. Di puntata in puntata un concorrente cercava di fargli ripetere il nome. Nessuno mai ci riuscì fino a che non arrivò l'attrice PAOLA BORBONI che gli strappo quel tanto atteso PORTOBELLOOO. La somma-premio messa a disposizione servì a pagare un viaggio in America ad un bambino bisognoso di una particolare operazione chirurgica.

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RICORDIAMOLI

CIRIACO DE MITA

Ciriaco De Mita è nato a Nusco, Avellino, nel 1928. Laureato in legge, professore universitario, deputato D.C. dal 1968, è stato vicesegretario del partito dal 1969 al 1973.Ciriaco De Mita Successivamente ha retto i dicasteri dell'Industria, del Commercio Estero e del Mezzogiorno. Nel 1982 è stato eletto segretario della D.C. riuscendo a ottenere, dopo un primo insuccesso nel 1983, risultati significativi nelle elezioni amministrative del 1985 e 1988 e in quelle politiche del 1987. Nel 1988 è stato nominato presidente del Consiglio, ma, per l'accesa stato di conflitto all'interno del suo partito e della stessa compagine governativa, ha perso la carica di segretario nel febbraio 1989, e dopo poco tempo, luglio 1989, ha rassegnato le sue dimissioni da capo del governo. È stato presidente della D.C. dal 1989 al 1992.

Successivamente è stato colpito, sia pure solo di riflesso per le accuse al fratello, dalle indagini giudiziarie contro la corruzione politica e, anche se confermato come membro della direzione del Partito Popolare Italiano, lo stesso nato il 18 gennaio 1919 con il lancio al Paese di un appello e di un programma che avevano trovato in Luigi Sturzo il maggiore interprete e sostenitore nella lotta contro i liberali e i socialisti. Il P.P.I. prendeva il via al termine di un lungo e travagliato processo che dalla Rerum Novarum al non expedit, al Patto Gentiloni e all'Unione elettorale aveva portato lentamente i cattolici dall'intransigente opposizione nei confronti dello Stato alla collaborazione con i partiti conservatori e liberali.

Soppressa l'Unione elettorale, l’8 febbraio 1919, tolto il non expedit il 12 novembre 1919, la fondazione del partito fu preceduta dalla costituzione della Confederazione Italiana dei Lavoratori (C.I.L.) in cui confluirono tutte le leghe bianche.

Col primo Congresso, svoltosi a Bologna nel giugno del 1919, il dibattito sulla relazione di don Sturzo rivelò l'esistenza di tre grandi correnti: una di destra, sostenuta da padre Agostino Gemelli, da Corazzin, dal marchese Reggio d'Aci, che puntava su un'accentuazione dell'ispirazione cattolica e sulla preminenza della morale cristiana; una di sinistra Grandi, Migliogli, Gronchi, ecc., che propugnava tesi classiste e antiborghesi, e una di centro, don Sturzo, Cavazzoni, De Gasperi, che sosteneva non solo l'aconfessionalità del partito, ma anche la sua vocazione interclassista e la natura non rivoluzionaria, in polemica contro le strategie eversive e radicali. Tuttavia, l'ambiguità della politica sociale del partito non frenò il suo sviluppo e grazie anche al vigoroso appoggio del clero e delle organizzazioni cattoliche, nelle elezioni del 16 novembre 1919, il P.P.I. diventò subito il secondo partito d'Italia raccogliendo 1.167.354 voti, pari al 20,5%, e conquistando 100 seggi in parlamento. Il successo dei popolari sconvolgeva profondamente gli equilibri politici preesistenti. Chiusi i socialisti in un'opposizione di principio, i vecchi gruppi liberali e costituzionali si trovavano forzatamente di fronte al passaggio obbligato del P.P.I. per formare qualsiasi maggioranza parlamentare. Ma l'intesa non era facile. Anche al secondo Congresso del P.P.I., svoltosi a Napoli nell'aprile 1920, prevalse la mediazione centrista di don Sturzo: prudente riformismo in campo sociale, mentre in campo politico il P.P.I. intendeva porsi come nucleo di polarizzazione dei partiti d'ordine, senza però disporre di una forza sufficiente per assumere la direzione dello Stato.

Anche le successive politiche, volute da Giolitti nell'intento di ottenere una Camera meno difficile, confermarono che il P.P.I. era il secondo partito del Paese ma non segnavano un ulteriore progresso. D'altra parte l'asprezza polemica della campagna elettorale aveva fortemente irritato i popolari nei confronti di Giolitti, che nel luglio 1921 preferì dimettersi.

Intanto il Fascismo intensificava le sue azioni squadristiche dirigendole anche verso le leghe contadine bianche; falliva il tentativo bonomiano di pacificazione, la mediazione De Nicola, del 3 agosto 1921; Mussolini alla Camera, il 21 giugno 1921, lanciava il primo siluro al P.P.I., aprendo inopinatamente le porte al Vaticano.

Di fronte alla gravità della situazione politica venutasi a determinare il P.P.I. riunì il suo terzo Congresso a Venezia il dal 20 al 23 ottobre 1921. Il dibattito, però, fu in sostanza deludente, senza alcuna ferma presa di posizione contro il fascismo.

Il 6 febbraio 1922, era stato eletto papa Pio XI, un uomo formato nell'ambiente conservatore lombardo, arcivescovo di Milano e non ostile al fascismo che aveva visto nascere. Sebbene ciò non significasse un drastico mutamento di indirizzo del Vaticano nei confronti del P.P.I., il rafforzamento della corrente di destra fu inevitabile e assunse proprio in quell'epoca una coloritura apertamente filo-fascista. Il 12 luglio i fascisti assaltarono a Cremona le case dei deputati Miglioli e Garibotti: ne nacque una grossa discussione in Parlamento al termine della quale il ministero fu messo in minoranza. Le dimissioni di Facta il 19 luglio, aprirono l'ultima e forse più laboriosa crisi di quel periodo. Tentarono di risolverla, inutilmente, Bonomi, Orlando, De Nicola e De Nava; per la prima volta fu interpellato un socialista, Turati. Meda, anche in questa occasione, rifiutò l'incarico. Si giunse finalmente a un reincarico a Facta.

Era in pratica una sconfessione del P.P.I. Di fronte a queste allarmanti manifestazioni il Consiglio Nazionale nell'ottobre del 1922 lanciò un manifesto al Paese in cui chiedeva agli iscritti di tenersi uniti e auspicava un ritorno a quella pace interna che tutti debbono volere nell'urgenza di risolvere l'aspra crisi del momento. Era un vero e proprio atto di abdicazione. Così si spiega come, il 30 ottobre, De Gasperi e Cavazzoni trattarono con Mussolini l'ingresso dei popolari nel suo governo ponendo l'unica condizione del rispetto della proporzionale.

Il 10 luglio don Sturzo si dimise. Lasciò l'Italia un anno dopo, il 25 ottobre 1924. La battaglia contro la Legge Acerbo, l'Aventino, il quinto Congresso, tenuto a Roma, dal 28 al 30 giugno 1925, furono gli ultimi deboli atti di un partito agonizzante. Durante la Resistenza Alcide De Gasperi ricostituì il partito popolare con il nome di Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa che ha sempre fatto parte del governo fino al 1992. Nel gennaio 1994, a seguito della disgregazione della Democrazia Cristiana, nascevano due nuove formazioni politiche. Alle consultazioni amministrative e regionali dell'aprile-maggio 1995 Buttiglione presentava candidati comuni con Forza Italia, dando vita a liste denominate Forza Italia-Polo popolare. Anche la nuova coalizione di governo, formata da Massimo D’Alema alla fine del 1998 a seguito delle dimissioni di Prodi, vedeva esponenti del P.P.I. in posizioni di rilievo.

Il terzo Congresso Nazionale, tenutosi nell'ottobre 1999, segnava il passaggio della segreteria del partito da Franco Marini a Pierluigi Castagnetti. Nel quarto Congresso Nazionale, svoltosi nel marzo 2002, veniva invece decretato lo scioglimento del partito, con l'obiettivo di confluire, dopo un anno di transizione, nella Margherita. In questo modo viene sostituita la vecchia D.C., e De Mita è rimasto fuori dalle liste elettorali alle politiche del 1994. Tre anni più tardi è prosciolto dalle accuse di truffa, abuso d'ufficio e concussione. Alle elezioni politiche del 1996, di fronte alle resistenze della sinistra su una sua candidatura con l’Ulivo, ha presentato una sua lista autonoma, Democrazia e Libertà, nel XIII collegio della Campania, risultando eletto deputato. Nel 1997-98 è stato membro della Commissione Parlamentare per le Riforme Costituzionali e nel 1999 è stato eletto al Parlamento europeo con il Partito Popolare Italiano. Nel maggio del 2001 è stato rieletto deputato al Parlamento italiano con la Margherita, formazione facente parte dell'Ulivo.

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IL FATTO

LETTERATURA CONTEMPORANEA (1)

UMBERTO SABA

Umberto Saba è pseudonimo del triestino Umberto Poli figura straordinaria e solitaria nel panorama della poesia italiana del Novecento.

Umberto Saba lasciò gli studi ancora adolescente per lavorare come commesso. Umberto SabaA vent'anni si trasferì per qualche tempo a Firenze, dove entrò in contatto con i redattori della Voce, ai quali propose i propri scritti. L'esperienza del servizio militare a Salerno lo allontanò dall'ambiente estetizzante e lo avvicinò alla realtà quotidiana. Tornato a Trieste, nel 1909 sposò Carolina Wölfler, che gli diede l'unica figlia, Linuccia. Nel 1910 pubblicò a proprie spese la raccolta Poesie nella quale emergono i versi che celebrano la vita familiare come porto di pace. Nella successiva Trieste e una donna del 1912, domina invece il contrasto tra la sofferenza per un amore sfuggente e l'esaltazione della città come luogo familiare e sicuro. Dopo la prima guerra mondiale riprese a scrivere e a pubblicare poesie: Cose leggere e vaganti nel 1920; L'amorosa spina nel 1921; che nel 1921, con le raccolte precedenti, confluirono nella prima edizione del Canzoniere; Preludio e canzonette nel 1923; Cuor morituro nel 1926.

Nel 1928 la rivista Solaria pubblicò la sua raccolta Preludio e fughe, cui seguirono nel 1934 Parole e le brevi prose di Scorciatoie. Le leggi razziali imposte dal fascismo lo costrinsero a cedere formalmente la proprietà della libreria, e a trasferirsi a Parigi.

Con lo scoppio della guerra trovò rifugio a Firenze, dove visse nascosto per vari mesi, visitato solo da Montale. Alla fine del conflitto visse a Milano, dove preparò e pubblicò le varie edizioni del Canzoniere: 1945, 1948, 1951 e 1961, postuma. Dopo le ultime raccolte Ultime cose; Mediterranee; Uccelli. Quasi un racconto, le bellissime prose Scorciatoie e raccontini, morì a Gorizia. Postumo uscì il romanzo incompiuto Ernesto nel 1975.

I temi del "Canzoniere" sono la somma di tutte le raccolte pubblicate nel corso degli anni, il Canzoniere è un'opera compiuta. La poesia di Saba nasce non da una frattura con il passato, ma da una fusione tra il grande interesse per la poesia italiana del Settecento e dell'Ottocento, in particolare per Leopardi, e le suggestioni più intense della cultura mitteleuropea contemporanea, Nietzsche e Freud.

Da queste scelte culturali discendono i suoi temi: protagonista è l'inesausta ricchezza della vita, con tutte le sue contraddizioni, la gioia e il dolore, le pulsioni d'amore e di morte. Saba si appropria dei momenti della vita con un godimento vorace e istintivo, quasi fanciullesco, sia che si tratti delle vie della sua città o di un'immagine di donna, di un sogno o di un ambiente. Tutte queste cose divengono per il poeta parole buone, rivolte al lettore non per disorientarlo nel labirinto del simbolismo, ma per accompagnarlo in un cammino di amicizia. Ben diverso dall'io decadente o crepuscolare, che diventava baluardo e difesa dal mondo, l'io della lirica di Saba è disposto a una fraterna comunione. Ma proprio per questa sua innocenza nell'approccio con il mondo, a ogni passo egli incontra il negativo, il senso di sofferenza e di dolore che sta in fondo a ogni manifestazione della vita, anche la più gioiosa.

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LA POESIA DEL GIORNO

HANNO ARRESTATO CRISTO
Hanno arrestato Cristo
si stava drogando e dietro la Croce
aveva quattro chili di eroina.
Hanno arrestato Cristo
e il cielo non piange
né gli uomini piangono:
più nulla meraviglia.
Una cosa mi atterrisce:
a chi chiederò giustizia dopo la morte?

Reno Bromuro (da «Senza levatrice»).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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