10 settembre 1827
Muore Ugo Foscolo

Niccolò Ugo Foscolo nacque a Zacinto da madre greca e da padre veneziano il 6 febbraio 1778.

Trascorse la sua fanciullezza nelle isole ioniche e in Dalmazia. Dopo la morte del padre si stabili a Venezia con la madre e i fratelli. E a Venezia nel 1797 accolse con entusiasmo l'arrivo dei francesi considerati come liberatori: ma si dovette presto ricredere dinanzi al tradimento operato da Napoleone, che cedeva il Veneto agli austriaci. Le deluse speranze di libertà insieme al tema della sconfitta amorosa ispireranno al poeta l'opera epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis, cui continuò a lavorare dal 1798 al 1802.

Foscolo fu autore anche di una tragedia di stampo alfieriano: Tieste, rappresentata a Venezia nel 1797. Scrisse poi le Odi "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo" e "All'amica risanata". Queste odi e i sonetti furono pubblicati nel 1803 e sono una testimonianza dell'altissima poesia foscoliana. Ugo Niccolò Foscolo fu chiamato alla cattedra di eloquenza dell'Università di Pavia, dove pronunciò la famosa Orazione inaugurale, ma vi insegnò solo un anno perché la cattedra fu soppressa. Nel 1807 aveva pubblicato a Brescia la sua opera più celebre: il carme "I sepolcri". Nel 1810 scrisse la sua seconda tragedia, Ajace.

Trasferitesi a Firenze iniziò, dopo aver composto la terza tragedia, Ricciarda, la stesura delle Grazie, poema composto di tre inni. Dopo la sconfitta di Napoleone egli lasciò l'Italia ed andò in Svizzera ed infine in Inghilterra. Qui svolse l'attività di critico. In Inghilterra morì il 10 settembre 1827.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1898: L'imperatrice d'Austria Elisabetta soprannominata dal popolo "Sissy" è pugnalata a Ginevra dall'anarchico italiano Luigi Luccheni.

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RICORDIAMOLI

NICCOLO’ UGO FOSCOLO: LA VITA

La breve scheda della vita e le opere di Foscolo l’ho scritta per i frettolosi e per coloro che già conosco questo grande Vate; ora scriverò la vita analiticamente per coloro che sono assetati di sapere, come lo ero io.Ugo Foscolo

Zante o Zacinto, è un’isoletta del mare Jonio, Niccolò Ugo nacque da medico Andrea, medico veneziano e dalla greca Diamantina Spathis, come già detto il 6 febbraio 1778. Ricevette la sua prima educazione a Spalato dove il padre era stato nominato direttore di quell'ospedale, frequentando gli studi nel seminario, che forse caratterizzò le sue tendenze mistiche; alunno ribelle, tanto fece che ne fu scacciato. In seguito alla morte del padre, avvenuta nel 1788, la vedova tornò a Zante con i figli, dove si stabilì in una catapecchia le cui finestre non avevano vetri. Ugo, che aveva definitivamente rinunciato al suo primo nome, prese a frequentare caffè e circoli letterari tra cui quello della contessa Isabella Teotochi, amica del Pindemonte, che lo iniziò capricciosamente ai segreti dell'amore e che gli fu amante per cinque giorni, ma amica per tutta la vita.

In quel periodo di inquieta maturazione, il giovane poeta non sogna soltanto le Muse e le donne, ma si proclama rivoluzionario accostandosi alle idee di Robespierre, Rousseau e di Alfieri. Contemporaneamente frequentava saltuariamente l'Università di Padova dove i consigli del Cesarotti gli rivelarono per primi la cupa teatraggine dell'Ossian e dello Young.

Ai primi del 1796, Napoleone al comando degli eserciti repubblicani scendeva in Italia contro gli austropiemontesi collegati, costringeva Vittorio Amedeo a firmare l'armistizio di Cherasco, sgominava gli austriaci in una serie fulminante di vittoriose battaglie a Lodi, a Borghetto, a Lonato, a Castiglione, a Bassano, ad Arcole e suscitava un'ondata di entusiasmo nei patrioti italiani che lo salutavano "liberatore". Sulla scia di questi entusiasmanti successi di Napoleone, Ugo scrisse la sua prima tragedia "Tieste", nella quale, sull'esempio dell'Alfieri, contrapponeva al tiranno Atreo il ribelle e perseguitato Tieste. La tragedia venne rappresentata il 4 gennaio 1797 nel teatro di Sant'Angelo a Venezia. Il successo fu enorme per quel tempo: trenta repliche, e la fama di Foscolo poeta e patriota, consacrata. Ma il governo veneziano non vide di buon occhio quel successo, né gradì il tema della tragedia e Foscolo, malvisto e tenuto d'occhio, dovette lasciare Venezia e si arruolò nella Legione dei Cacciatori a cavallo.

E' di questo periodo l'Ode "A Buonaparte liberatore" che, nella dedica ai cittadini di Reggio, "con esempio magnanimo hanno scosso l'Italia già sonnacchiosa" esprime la passione che adesso occupa il cuore del poeta: "giovane qual mi sono io, nato in Grecia, educato fra dalmati e balbettante da soli quattro anni in Italia, né dovea né potea cantare ad uomini liberi e italiani. Ma l'alto genio di libertà che m'infiamma e che mi rende uomo libero e cittadino di patria non in sorte toccata, ma eletta, mi dà i diritti dell'italiano e mi presta repubblicana energia". Il 12 maggio 1797, Napoleone obbliga Venezia a costituire un a municipalità democratica, Ugo accorre nella ormai "Libera" città", accoglie le truppe francesi, danza attorno all'albero della libertà e viene eletto segretario della municipalità. Però questo entusiasmo doveva durar poco perché, nell'ottobre, in seguito al trattato di Campoformio, Venezia veniva ceduta all'Austria, la municipalità democratica scompariva e tornava la tirannia.

Ugo Foscolo, per evitare rappresaglie e persecuzioni da parte del nuovo governo, andò esule a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina. E' l'inizio delle sue peregrinazioni tra "estranee genti" sempre ribelle, sempre insoddisfatto; soldato prode fa di Milano il teatro delle sue attività, dove declama discorsi patriottici, gridando la verità alta e forte contro la tirannide. Diviene direttore del monitor italiano, ma poco tempo dopo per il suo carattere "troppo" italiano il giornale venne soppresso; sdegnato anche dall'arrivismo politico oltre all'irremovibile Teresa Pickler, moglie di Vincenzo Monti, la quale rifiutava le sue profferte amorose anche dopo due tentativi di suicidio da parte del giovane si rifugia a Bologna dove ottiene un impiego di aiutante cancelliere presso il tribunale.

Annoiato di quella misera vita, si mette a redigere quelle "Laura, Lettere" che aveva già iniziato a Milano e che avrebbe voluto fosse un romanzo autobiografico. Nell'ottobre dello stesso anno, spinto dalla necessità, consegna al libraio Marsili di Bologna il romanzo non ancora compiuto, a cui ha dato il titolo di "Ultime lettere di Jacopo Ortis"; spera di portarlo a termine mentre prosegue la stampa ma, alla notizia che gli austro-russi avanzano nel ferrarese e nel milanese, ai primi del 1799 si arruola come luogotenente nella Guardia Nazionale di Bologna. Combatte a Cento, viene ferito a una coscia e per non cadere nelle mani del nemico è costretto a nascondersi e a vagabondare qua e là. Intanto l'editore, che aveva già stampato il manoscritto consegnatogli da Ugo, nell'inutile attesa della conclusione e non potendo rintracciare l'autore, affidò la conclusione a un certo Angelo Sassoli; così, tra il maggio e il giugno 1799, a insaputa di Foscolo, il volume uscì col titolo "Vera storia di due amanti infelici, ossia ultime lettere di Jacopo Ortis". Travolto dalle vicende politiche e militari, Ugo Foscolo aveva dimenticato completamente il romanzo.

Entrato nel reggimento degli Ussari Cisalpini, appena guarì la ferita, combattè, nel giugno del 1799 alla Trebbia e nell'agosto a Novi, e fu tra i pochi che sfuggiti alla strage, passarono alle truppe del generale Massena, che difendeva Genova assediata dagli austriaci. Durante il lungo assedio della città ligure, nacque come un fiore l'Ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo".

Il 4 giugno 1800 Genova capitolava eroicamente e i difensori, secondo i patti, venivano trasferiti in Francia. Ma l'esito fu brevissimo. Infatti il 14 giugno Napoleone vince a Marengo e il poeta torna a Milano come capitano aggiunto dello stato maggiore del generale Pino. Da Milano viene trasferito in diversi luoghi. Nel novembre del 1800 lo troviamo a Firenze dove conosce la "Divina fanciulla" Isabella Roncioni di Pisa. In lui si ridesta il "furore amoroso", contenuto per poco dal "furore guerriero". Ma anche l'amore per la Roncioni è un'illusione in quanto, costei, era già stata promessa al marchese Pietro Bartolomei.

Nel 1801 tornato a Milano diede capricciosamente le dimissioni al Ministro della Guerra, protestò per l'edizione bolognese della "Vera storia", si diede alla vita mondana e s'invischiò in una vergognosa relazione con Antonietta Fagnani, moglie del conte Arese, per la quale scrisse l'Ode "All'amica risanata". Fu costei che lo invogliò alla rielaborazione del romanzo dell'Ortis, con la lettura dei "Dolori del giovane Werter".

Il romanzo uscì a Milano nel 1802 ed ebbe un enorme successo. Steso in forma epistolare, carico di passione politica e di sentimento, era un po’ il ritratto della gioventù del tempo che viveva la stessa crisi dell'Ortis. Teresa la protagonista è una casta e nobile fanciulla, e non più la vedova della prima stesura; Jacopo Ortis è un carattere ardente che, disilluso in politica, per la cessione di Venezia all'Austria, e in amore da Teresa, costretta a sposare Odoardo al posto di Jacopo che ama nascostamente, in preda all'angoscia si uccide.

Ancora durante l'innamoramento con la Fagnani, terminato burrascosamente nel carnevale del 1803, traduce "La chioma di Berenice" di Catullo, che viene pubblicata, con un ampio discorso introduttivo e con note, nel luglio del 1803.

Nel giugno del 1804 rientra nell'esercito col grado di capitano di fanteria e va in Francia, con la divisione italiana, nella speranza di prendere parte alla spedizione napoleonica che si sta allestendo contro l'Inghilterra, ma solo per uscire dalle ristrettezze economiche nelle quali si dibatteva e da cui s'era illuso di uscirne con la pubblicazione della "Chioma di Berenice" che invece ebbe un pieno insuccesso. In Francia non trovò quello che s'aspettava.

Non fece parte delle truppe d'imbarco ma fu mandato a Valenciennes con compiti per lui abbastanza noiosi; vi rimase per due anni e vi conobbe la famiglia Emeryth, che stava là come prigioniera.

Tradusse "Viaggio sentimentale" e si innamorò della figlia degli Emeryth, Sofia, dalla quale ebbe una bimba a cui impose il nome di Floriana. La nascita della bambina parve legare il poeta a Sofia con propositi di matrimonio, ma appena lasciato Valenciennes per Calais mandò tutto in fumo: dimenticò Sofia e Floriana per la bellissima figlia del generale Petier. Floriana ricomparirà solo negli ultimi giorni dell'esilio londinese del poeta. Rientrato in Italia nel marzo del 1806, aveva con sé il manoscritto della traduzione del "Viaggio sentimentale" dello Sterne e forse già lievitava nell'anima sua il carme "I Sepolcri".

Ottenuto un breve periodo di licenza, corre a Venezia per salutare e abbracciare la madre; rivide Isabella Teotochi; s'incontra con Ippolito Pindemonte, prima a Venezia e poi a Verona, e apprende da lui il piano del poema che sta scrivendo su "I Cimiteri" torna a Milano e quasi di getto, tra il giugno e il settembre, compone "I Sepolcri": un'opera di alta poesia nella quale gli ideali d'amor patrio e di bellezza, la poesia consolatrice e le virtù civiche splendono di un lirismo tutto puro che ha un suo fascino particolare. Il Carme, dedicato a Ippolito Pindemonte, uscì a Brescia nell'aprile del 1807.

Nel febbraio del 1808 chiede ed ottiene la cattedra di eloquenza a Pavia.

Ha solo trent'anni ed ha una gran voglia di quiete e di fare il professore.

Si smorza in lui anche l'amore per Marzia Martinengo Cesaresco conosciuta a Brescia al tempo della stampa de "I Sepolcri". Ha nostalgia di una donna-moglie e si prepara alle lezioni scrupolosamente; "Voglio almeno fare - diceva - che tutta Pavia gridi vendetta e che il mio grido si sparga per tutte le città che hanno mandato soldati".

Tenne la prolusione il 22 gennaio 1809, di domenica, alle dodici, in un'aula gremitissima di studenti, di magistrati, di notabili, di accademici di tutte le accademie, di signore. C'era anche Alessandro Volta. Il tema: "Delle origini e dell'ufficio della letteratura".

Fu un trionfo, specialmente quando avviandosi alla conclusione, giunse alla vibrante apostrofe, che ancora oggi non si legge senza un tremito: "O italiani, io vi esorto alle storie..." Dopo altre quattro lezioni la cattedra fu soppressa, lo stipendio mutato in pensione, che egli devolse a favore della madre. Di nuovo a Milano, ma sfiduciato, si innamora di Maddalena Bignami, moglie di un banchiere; frattanto mette gli occhi sulla contessina Francesca Giovio, figlia dell'amico Giambattista.

Tra la fine del 1809 e l'inizio del 1810 è al centro di una violenta polemica, accesa contro di lui da Urbano Lampredi a proposito della sua traduzione della "Chioma di Berenice" e di "Intorno alla traduzione dei due primi canti dell'Odissea" in cui accusava Soave, Cesarotti e anche Vincenzo Monti al quale indirizzò una lettera, alla rottura che ne era seguita, datata 13 giugno 1810, che terminava con queste parole: "Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto; il vostro epitaffio sarà un elogio; sul mio si leggerà che, nato e cresciuto fra tristi passioni, ho serbato la mia penna vergine di menzogne".

Nel 1811 scrisse un'altra tragedia "Aiace" che venne rappresentata alla Scala la sera del 9 dicembre, ma cadde miseramente, senza applausi, che però mette in allarme la polizia per certe evidenti allusioni a Buonaparte.

Lascia Milano e torna a Venezia, rivede la madre e nel salotto di Isabella Teotochi legge Aiace ricevendo quegli applausi che Milano gli aveva negato.

Da Venezia passa a Bologna, dove fa la corte alla contessa Cornelia Rossi Martinetti.

Da Bologna scende a Firenze dove starà per più di un anno, dal 17 agosto 1812 alla metà di novembre del 1813. Ritrovò la Roncioni sposata al Bartolomei; strinse relazioni amorose con Eleonora Nencini, con la poetessa Massima Fantastici Rosellini e con Quirina Mocenni Margiotti; frequentò il salotto della contessa d'Albany.

Nel 1813 è ospite a Bellosguardo. Rivede la traduzione del "Viaggio sentimentale", abbozza il "Didimo chierico"; stende una terza tragedia: "Ricciarda" che viene rappresentata a Bologna nel settembre; prepara: Le Grazie che lui dice "finite ma non terminate" e che lo tormenteranno ed esalteranno per tutta la vita.

La sconfitta di Lipsia avvenuta il 19 ottobre 1813, lo riporta a Milano nel novembre Riveste la divisa militare.

Il 6 aprile Napoleone abdica. A Milano succede un tumulto.

Il ministro Prina è ucciso da un rivoltoso e lo stesso Foscolo la scampa bella nel tentativo di salvare un generale caduto in mano ai fanatici. Arrivati gli austriaci in città e riportato l'ordine, Foscolo trova protezione nel maresciallo conte Bellegarde. Ma l'anno dopo, invitato come tutti gli altri ufficiali a prestare giuramento all'Austria, si rifiutò e il 30 marzo 1815 decise di andare in esilio.

Si rifugiò prima a Hottingen nella Svizzera, poi a Zurigo.

Durante l'esilio nella Svizzera pubblicò in pochi esemplari "Ipercalisse", che era un'amara requisitoria contro i suoi avversari letterari e politici di Milano; una nuova edizione dell'Ortis e un trattatello sui "Vestigi della storia del sonetto italiano dall'anno 1200 al 1800". Nel luglio del 1816 lasciò la Svizzera per l'Inghilterra.

A Londra, dove arrivò l'11 settembre ebbe buone accoglienze. Collaborò a parecchie riviste. che gli procurarono abbastanza denaro che sperperava per soddisfare certe sue ambizioni sociali.

Del periodo inglese sono "Il Gazzettino del bel mondo" sugli usi, la letteratura e la storia politica dell'Inghilterra e dell'Italia; parecchi "Saggi critici" : "Il discorso sul testo della Divina Commedia" che uscirà nel 1825 e i "Saggi sul Petrarca". Sempre a corto di denaro parve rianimarsi nel 1822 col ritrovamento della figlia Floriana alla quale la nonna materna aveva lasciato una notevole eredità, che lui sperperò per mania di grandezza. Per sfuggire ai creditori fu costretto a vagabondare di quartiere in quartiere.

Gli restava accanto la figlia: la sola donna che potesse amarlo senza interessi e condividere le sue sofferenze. Tristissimo fu l'ultimo anno, che passò in un tugurio del villaggio di Turnham Green, vicino a Londra. Malato di idropisia e di epatite, vi morì il 10 settembre 1827 e venne sepolto nel cimitero di Chiswick, da dove le ossa nel 1871, sono trasportate a Firenze in Santa Croce.

"Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura".

Così aveva scritto vent'anni prima.
Ma se non c'erano le lacrime della madre, che l'aveva preceduto nella tomba il 24 maggio 1817, c'erano però quelle della figlia Floriana.

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

23
Son venti giorni che il pane non c'è
e chi ce l'ha lo conserva fino ad ammuffire
e se lo divide con parsimonia quaresimale:
sono venti giorni eterni che non mastico pane.

Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito, piango; chiedo il pane.
Mio nonno mi redarguisce: "non è bello,
il coraggio di un uomo finisce qua?"

Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito; chiedo un pezzo di pane
non per me, per i miei fratellini.

24
Ma sarà dato onore a noi bambini
come coloro che han sofferto e soffrono
o rimarranno emarginati nel tempo
come i vili che han fuggito la guerra?

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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