10 novembre 1918
Viene assegnato a Proust
il premio Goncourt

Marcel ProustMarcel Proust nacque a Parigi il 10 luglio 1871 da una famiglia dell'agiata borghesia. Il padre era medico e la madre era figlia di un agente di cambio d’origine ebrea. A nove anni cominciò a soffrire di quegli attacchi d'asma che lo tormenteranno per tutta la vita.

Crebbe con un fortissimo attaccamento alla madre, in un ambiente ovattato e pieno di tenere cure. Fin dal 1890, a soli diciannove anni, cominciò a frequentare i salotti mondani, dove brillava per le sue doti spirituali e i modi raffinati. Conobbe artisti e letterati, compi traduzioni dall'inglese e collaborò a riviste culturali e letterarie. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1905, la vita di Proust cambiò radicalmente. Il dolore cocente per la grave perdita e l'aggravarsi dell'asma lo condussero all'isolamento dal mondo esterno.

Nasceva quindi da questo assoluto isolamento il grande ciclo narrativo Alla ricerca del tempo perduto. L'opera si compone di sette parti e si articola in più di tremila pagine. Il primo libro, con il titolo La strada di Swann fu terminato nel 1911, ma nessun editore volle pubblicarlo. Il secondo volume, All'ombra delle fanciulle in fiore, ottenne il premio Goncourt il 10 novembre 1918. Gli altri volumi furono pubblicati dopo la sua morte, avvenuta il 18 novembre 1922. La Ricerca del tempo perduto è il grandioso affresco di un'epoca, gli inizi del secolo XX.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1667: Prima rappresentazione di Andromaca, tragedia di Racine.

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RICORDIAMOLI

JEAN RACINE

Jean Racine Poeta e drammaturgo nacque a La Ferté-Milon nel 1639, morì a Parigi nel 1699. Jean RacineDi famiglia borghese, il padre era un funzionario statale in una cittadina dove erano andati a rifugiarsi, l'anno prima della nascita del poeta, dei giansenisti alcuni dei quali avevano trovato ospitalità presso una zia materna di Racine rimasto orfano di madre a due anni e di padre a quattro, fu allevato dai nonni materni, che avevano una figlia a Port-Royal, ed ebbe una rigida educazione religiosa prima al collegio giansenista della città di Beauvais, poi a Port-Royal stesso.

Il suo carattere venne plasmato alla scuola dell'intransigenza e ne restò quasi condizionato per tutta la vita, con un ritorno acuto nella maturità. Si tenga anche presente che il poeta completò i suoi studi a Parigi, al collegio di Hercourt, anch'esso giansenista.

Di vivace intelligenza, subito in contatto con i classici, lettore appassionato di tragedie, si affacciò al mondo delle lettere con madrigali e sonetti, facendosi notare nel 1660 per un'ode composta in occasione del matrimonio di Luigi XIV. Chapelain la lodò, ma la passione per le cose profane gettò nello sconforto i parenti, che con ogni mezzo tentarono di conquistarlo alla vita religiosa, prospettandogli anche dei benefici. Jean, invece, preferì seguire la vocazione poetica.

Nel 1663 pubblicò una Ode sur la convalescence du Roi, che gli fruttò una gratifica dal sovrano e l'anno dopo fece conoscere la sua prima opera teatrale: La Thébaide ou les Frères ennemies. Il dramma, rappresentato da Molière, ebbe un discreto successo, ma era difficile scoprirvi le premesse di ciò che sarebbe diventato il teatro di Racine.

Maggior fortuna ebbe nel 1665 Alexandre le Grand. Anche qui l'autore non rivelò una personalità propria: c'era Corneille e c'era Quinault nel suo dramma, Racine, scontento dell'interpretazione della compagnia di Molière, assai più adatta per la commedia che non per la tragedia, con poca correttezza affidò la sua opera anche alla compagnia dell'Hôtel de Bourgogne che la recitò contemporaneamente.

Molière ne fu offeso, tanto più che Racine era riuscito anche a strappargli la primattrice, Madame du Parc, che non solo passò alla concorrenza ma divenne anche la sua amante. I saldi principi non consigliarono bene il poeta e la sua condotta gli procurò molti nemici. Non seppe neppure tacere di fronte a una frase del giansenista Pierre Nicole che accusava i drammaturghi di avvelenare gli spiriti. Scrisse una lettera polemica, bellissima, peraltro, ma cattiva. Egli attaccava, in un momento in cui i giansenisti erano già sotto accusa, i suoi padri spirituali. Solo l'intervento di Boileau riuscì a distoglierlo dal pubblicare una seconda lettera. Ma la rottura con Port-Royal era ormai definitiva.

Un anno dopo fece rappresentare la sua prima grande tragedia Andromaque, opera superba che manifestò il genio di colui che rappresenta con Corneille l'apoteosi del teatro drammatico francese. Racine è considerato il poeta della passione, ma è anche il poeta della naturalezza.

Il suo verso è limpido, i sentimenti che esprime sono schietti e traggono la loro grandezza proprio da una semplicità che arriva, penetrante e tagliente come una spada, alle radici dell'esistenza. Una violenza primitiva sembra scatenarsi nel cuore dei suoi personaggi, che amano in senso assoluto e in senso assoluto odiano quando si vedono offesi e ingannati nei loro affetti.

La complessità dei sentimenti è apparente,essa è soltanto la giustificazione dello scatenarsi repentino del contro-sentimento, che non accetta, non vuole, non cerca balsami. L'amore è fiamma altissima come l'odio è brama di distruzione che deve manifestarsi con la stessa implacabilità annientatrice del fuoco celeste. Sodoma va distrutta all'istante, allorché la sua nefandezza è manifesta.

Jean Racine, è poeta della passione, è vero, ma della passione che ha in sé il senso della distruzione. La passione è impura e chi la soffre avverte già dentro di sé il sentimento di colpa, anela alla liberazione, la cerca, fosse anche nella distruzione di sé, quasi a cercare nel sacrificio il riscatto. Nel suo teatro l'azione è pressoché inesistente, rado tessuto in cui s'intrecciano le passioni. Il protagonista domina la scena e la sua assenza provoca il vuoto e lo spasimo dell'attesa per la riapparizione. Andromaca, Fedra, Atalia vivono dinanzi allo spettatore e nello spettatore. Tutta l'umanità sembra concentrata nella loro passione.

L'uomo, nella sua ansia di capire la ragion d'essere, di partecipare con il proprio cuore, coi propri sensi alla vita dell'oggetto amato, si concreta solenne, nel bene come nel male, nel personaggio raciniano che sembra esprimere, una volta per tutte, la confessione altissima di un tormento percepito come un groviglio inestricabile sul quale il poeta viene a gettare un lampo di luce accecante e rivelatore.

L'innocenza coesiste col destino, ma il destino è tragico perché l'innocenza è la condizione fragile o sublime che conduce l'uomo alla catastrofe o alla redenzione, alla trionfale esaltazione che solo la grazia può dare. La conclusione è sempre intransigente, specchio dell'intransigenza in cui venne educato e della sua formazione spirituale. Nel volgere di una decina d'anni si consacrò per sempre drammaturgo e poeta sommo, con opere splendide anche se non tutte accolte senza contrasti. Dopo Andromaque fece rappresentare, sempre all'Hôtel de Bourgogne, una commedia, quasi volesse misurarsi con Molière, "I litiganti", ma tornò subito alla tragedia con "Britannico", sulla volontà di dominio nel conflitto tra Nerone, Britannico e Agrippina.

Gli ultimi vent'anni di vita li dedicò alla famiglia, al suo compito di storiografo, senza più pensare al teatro se Madame de Maintenon non lo avesse pregato di scrivere un'opera per le collegiali nobili di Saint-Cyr. Nacquero così due capolavori, Esther nel 1689 e Athalie nel 1691; entrambi di argomento biblico, l'uno sulla persecuzione degli Ebrei e la loro liberazione, l'altro sul dramma della crudele regina destinata a perdere il trono: l'opera è in pari tempo l'annuncio che la nuova Gerusalemme, la Chiesa, trionferà sulla Gerusalemme corrotta. Il mondo nuovo ha bisogno di amore e di Dio, Athalie è l'eroina empia che deve soccombere. La tragedia è il capolavoro cristiano di Racine, il suo atto di fede in onore di Port-Royal e la conferma del suo spirito riconquistato alla grazia.

Bibliografia F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Torino, 1973; J. L. Backès, Racine, Parigi, 1981.

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L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI LO RIMANDIAMO A DOMANI

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LA POESIA DEL GIORNO

SENZA LEVATRICE

Senza levatrice, senza manto d'azzurro
nacquero le figlie del tempo.
Senza levatrice, senza un soffio di vento
nacquero le parole che corrono a te.

Senza levatrice, senza odore di mare
nacquero i passi che vengono a te.

Senza levatrice e senza compagnia di luna
nacque questo amore che a te mi lega.

Senza levatrice venne il mare ad allacciare
il tuo corpo: mio desiderio di vita.

Senza levatrice, sono nato in te
amante e vincitore tra gli uomini
perché tu e io, siamo un'anima sola.

.Reno Bromuro (da "Senza levatrice" Editrice Albatros Roma 1983)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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