10 marzo 1940
Il ministro degli esteri tedesco
 incontra a Roma con Mussolini e Galeazzo Ciano

Il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop s’incontra a Roma con Mussolini e Galeazzo Ciano. Porta un messaggio di Hitler che invita l'Italia ad entrare in guerra nella convinzione che "la sorte" inevitabilmente costringerà le due nazioni a combattere a fianco a fianco contro le potenze occidentali. Joachim von RibbentropMussolini da parte sua ripete l'intenzione dell'Italia di impegnarsi in una guerra solo nel momento in cui avrà completato la preparazione militare

Il diplomatico tedesco, figlio di un ufficiale prussiano, volontario nella Prima guerra mondiale, svolse attività commerciali e di rappresentanza prima di entrare, nel 1932, nell'entourage di Hitler, che gli affidò missioni diplomatiche informali di crescente importanza. Ambasciatore a Londra nel 1936, divenne infine ministro degli Esteri, dimostrandosi fedele e in qualche caso abile esecutore delle direttive del Führer. Il suo nome è legato soprattutto al patto di non aggressione con l'U.R.S.S., firmato a Mosca il 23 agosto 1939, noto anche come Patto Molotov-Ribbentrop, insistente e convincente, riuscì ad avere un "NI" da Mussolini, che col passar del tempo, avendo visto la Francia in ginocchio davanti al Fuhrer, credette fosse doma e intervenne dichiarandole guerra. Joachim, fu condannato a morte dal tribunale interalleato, fu impiccato a Norimberga. Nel 1953 furono pubblicate le sue memorie a cura della vedova.

Galeazzo Ciano, figlio di Costanzo, assistette impotente anche se protestò, palesando la sua diffidenza nei confronti del tedesco. Aveva perseguito la carriera diplomatica e ricoperto la carica di plenipotenziario in Cina.Il matrimonio con Edda Mussolini gli permise di raggiungere importanti cariche politiche, Ministero della Cultura Popolare e degli Affari Esteri. Nonostante la sua responsabilità in alcune tragiche iniziative del regime fascista, intervento in Spagna, occupazione dell'Albania, guerra alla Grecia, non esitò a palesare la sua diffidenza nei confronti dell'alleato tedesco. Dopo le sconfitte del 1942, entrò in dissenso con Mussolini e fu costretto a lasciare il dicastero degli Esteri per un incarico presso la Santa Sede. Alla seduta del Gran Consiglio del 24-25 luglio 1943 votò l'ordine del giorno Grandi contro il suocero; poi, temendo le reazioni dei fedelissimi del regime, fuggì in Germania da dove avrebbe voluto raggiungere la Spagna. Consegnato dai Tedeschi alla Repubblica di Salò, fu processato a Verona e fucilato assieme ad altri gerarchi. Nel dopoguerra è stato pubblicato il suo Diario, testimonianza d’alcuni aspetti della politica estera fascista.

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RICORDIAMOLI

ANTONIO MEUCCI

Antonio Meucci nacque a Firenze nel 1804, morì a Long Island, New York, nel 1889. Di modeste origini, espatriò in America in seguito ai moti rivoluzionari del 1831. Stabilitosi a Staten Island, New York, fondò una piccola fabbrica di candele in cui trovò lavoro anche l'esule Garibaldi. Antonio Meucci Qui proseguì gli studi, già da tempo iniziati, sulla trasmissione della voce a distanza, realizzando nel 1854, il primo rudimentale apparecchio telefonico e stabilendo tre anni dopo un collegamento con la propria abitazione. La scarsità di mezzi gli impedì di rinnovare a scadenze annuali il brevetto, rilasciatogli nel 1871, e di sfruttare così l'invenzione. Nel 1876 il brevetto fu assegnato a Bell, e ciò fu motivo di numerose vertenze giudiziarie volte a stabilire la priorità dell'invenzione. Nel 1886 la Corte Suprema diede soddisfazione a Meucci, ma il riconoscimento, data anche la potenza economica raggiunta dalla Compagnia Bell, fu privo d’effetti pratici e commerciali. Soltanto nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti riconosceva ufficialmente Meucci come "inventore del telefono".

Il nome di Antonio Meucci deve essere proprio segnato dalla sfortuna se perfino "Topolino" il settimanale di fumetti, si è accanito contro la sua invenzione in una sua rubrica del 1998, attribuendola perentoriamente a Bell, colui che sull'originario brevetto italiano costruì un'immensa fortuna economica. Ma nonostante l'ultimo, plateale affronto, quella di Antonio Meucci resta una vita limpida caratterizzata dalla geniale intuizione che ha rivoluzionato la vita quotidiana del Pianeta Terra. Una vita che è stata soltanto in minima parte risarcita dal paese d'adozione con la postuma riabilitazione da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Originario di Firenze, Antonio Meucci crebbe in una famiglia povera e fu costretto giovanissimo a entrare nel mondo del lavoro. Lavorò un primo momento come daziere e poi si specializzò come meccanico teatrale, trovando onesti impieghi in un settore caratterizzato da richieste di valide professionalità. In un teatro del Granducato di Toscana egli incontrò peraltro anche Ester Mochi, una giovane sarta teatrale, che divenne sua moglie e che con lui condivise la strada dell'emigrazione. Nonostante il tranquillo lavoro, Antonio Meucci non rinunciò mai alle sue due grandi passioni, quella per l'elettricità fisiologica e animale e quella per un'ideale politico repubblicano.

E proprio per quelle sue idee liberali, il fiorentino fu costretto a lasciare il Granducato di Toscana e a spostarsi prima nello Stato Pontificio e poi nel Regno delle Due Sicilie, per poi attraversare l'Oceano Atlantico e approdare a Cuba. Nell'isola centroamericana l'emigrante forzato trovò lavoro come meccanico teatrale e riuscì a programmare il suo ultimo salto verso la grande città di New York, attratto dalla possibilità di lavorare nei teatri americani, che in quegli anni stavano sorgendo un po' dovunque nel paese. Arrivò quindi nel grande porto di Ellis Island con in tasca tanta voglia di portare avanti, lontano dal lavoro ufficiale, la sua passione per la fisica sperimentale applicata allo studio del suono.

Nel 1848 realizzò una parte dei suoi sogni imprenditoriali aprendo una piccola fabbrica di candele, a Cliftond, un piccolo villaggio dello Staten Island, presso New York. In quella piccola fabbrica egli perfezionò nel poco tempo libero i suoi studi sulla trasmissione delle onde sonore, collegando due coni di cartone, chiusi alla base da una membrana elastica, con una corda e mettendo in comunicazione due persone anche a distanza: nacque così il primo prototipo di "telefono", marchingegno che avrebbe tenuto occupato l'italiano per altri venti anni.

La vita di Antonio Meucci proseguì, infatti, su una strada tutt'altro che lastricata di successi.
La sua piccola fabbrica fu costretta a chiudere i battenti per fallimento, gettandolo in una condizione molto vicina alla miseria. Dotato di una volontà di ferro,portò avanti suoi studi sul "telefono" depositando però soltanto nel 1871 il suo brevetto all'ufficio di Washington. Meucci in realtà intuì da subito le grandi potenzialità della sua invenzione e cercò affannosamente dei finanziatori italiani, tramite il suo amico Bendelari. Alexander Graham BellMa come spesso è accaduto nella storia italiana, il fiorentino non fu ascoltato in patria. Il suo avvocato pretendeva 250 dollari per la pratica di deposito definitivo del brevetto, in un momento nel quale l’italiano poteva contare appena su 20 dollari. Ricorse all’espediente di depositare un brevetto temporaneo, chiamato caveat, rinnovandolo con gravi stenti dopo due anni e per altri due anni. Nel 1873 chiese aiuto anche a Grant, vicepresidente della potente American District Telegraph Company di New York, presentandogli un’ampia documentazione e la richiesta di usare le linee della società per i suoi esperimenti. Grant non comprese la grande occasione lasciando l’italiano a se stesso. Alla fine del secondo rinnovo dovette così rinunciare a un ulteriore proroga del marchio per mancanza di fondi personali, lasciando il campo a un nuovo "inventore" del telefono, il professore Alexander Graham Bell.

Le inchieste giornalistiche diedero il via a una vera e propria indagine che portò alla clamorosa scoperta delle truffe perpetrate dall'ufficio brevetti di Washington. Ma quella di Meucci fu soltanto una vittoria di Pirro. Egli ricevette l'offerta di 400mila dollari dalla stessa Bell Telephone Company per un silenzio cui rispose con piglio nazionalista:"E' una scoperta italiana e non c'è oro al mondo che la possa americanizzare".

La giustizia americana non riconobbe all’italiano nessun risarcimento lasciando l'inventore nella più totale miseria. L'inventore di Firenze, stanco e deluso, morì un anno dopo, nel 1889 a Staten Island, incollato alla sua ormai cronica povertà. L’America, il grande paese nel quale il fiorentino tante speranze aveva riposto per i suoi sogni scientifici, non gli tributò neanche gli onori funebri, che si svolsero completamente a spese del Regno d’Italia. Alexander Graham Bell aveva vinto infine la lunga guerra del telefono e del successo personale.

Bibliografia News ITALIA PRESS

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IL FATTO

L’AMORE

Prima di affrontare la parte poetico letteraria della nostra contemporaneità, vorrei parlavi della parola "AMORE" e del suo significato; questo, a mio avviso ci permetterà di capire meglio in futuro anche le varie correnti poetiche e letteraria della nostra era.

La parola italiana amore continua l’accusativo amorem del sostantivo latino amor, derivato dal verbo amare, termine antichissimo nel latino che non trova riscontri nelle altre lingue indoeuropee, ad esempio nel greco antico che per lo stesso concetto usava soprattutto eros.

In particolare nella lingua dell’antica Roma amor si opponeva a odium, nel senso di un forte sentimento di affetto per qualcosa o qualcuno, che poteva giungere fino alla passione.

Così il grande poeta Catullo poteva dettare il celeberrimo epigramma che si avvia su "odi et amo" cioè odio e allo stesso tempo amo, con specifico riferimento alla passione erotica.

Questo è senz’altro il valore prevalente del termine amor in latino, personificato nel dio Amore, chiamato anche Cupido, che si potrebbe tradurre con bramosia amorosa.

Amor era detto anche L’amato o l’amata. La parola tuttavia poteva avere anche un significato di sentimento affettuoso verso gli altri, i familiari o gli amici, e assumere un valore civile quando si parlava di amor in patriam l’amore verso la patria.

Questa concezione dell’amore era così profondamente radicata da essersi trasmessa attraverso i millenni fino a noi: e i poeti hanno cantato ininterrottamente dell’amore come di una delle più grandi passioni dell’uomo.

Il termine amore, in italiano, si è trovato a poter rimare con cuore, la sede presunta di ogni passione e in particolare di quella amorosa.

Dalla lirica più raffinata alla canzonetta più popolare, amore e cuore hanno dilagato ovunque. E, secondo le mode letterarie e culturali nella storia, abbiamo avuto tante diverse codificazioni dell’amore, da quello cortese a quello romantico, a quello libero.

Con l’affermarsi della religione cristiana, amore ha assunto anche una precisa valenza teologica, riferendosi in particolare all’amore di Dio per il creato e soprattutto per l’umanità, ma anche all’amore che ogni essere umano deve portare al suo prossimo: un amore che in questo senso non è passione erotica, ma profondo sentimento di carità verso gli altri, e di solidarietà per chiunque si trovi in una situazione di sofferenza o di disagio.

Più in generale amore indica oggi il voler bene, qual è l’affetto profondo di un genitore verso il proprio figlio: anzi, l’amore materno è emblematico di un sentimento che giunge spesso fino al sacrificio.

Su questa stessa linea l’amore verso qualcosa significa, con valore più esteso, un attaccamento che ci porta a metterla al primo posto: è l’amore verso il lavoro, verso un ideale, ma anche per la musica o per lo sport.

Insomma tutto ciò che ci dà piacere può essere oggetto d’amore, e in questo senso si usa l’espressione che una certa cosa si deve fare per amore o per forza.

Ma non tutto ciò che è oggetto d’amore è sempre giusto, perciò si può avere un eccessivo amore per il lusso, per il guadagno, per il potere.

Nonostante i possibili eccessi, resta il fatto che il bisogno di amore, cioè di amare e di essere amati, nel senso più ampio del termine, è per ogni uomo una necessità primaria, che è fondamentale per la costruzione della personalità: e allora il diritto all’amore diviene, specialmente nell’infanzia,un elemento irrinunciabile alla crescita umana e civile di ogni individuo

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LA POESIA DEL GIORNO

NELL'ORA DEL TRAMONTO

Come nuvola adagiata nell'aria
giaccio sulla morbida rena.
Lingue di fuoco arrossano il cielo
nell'incresparsi delle onde aspetto.
Come nuvola adagiata nell'aria
giaccio sulla tiepida sabbia.
Già stanco il pescatore si prepara
al travaglio notturno, con lui
aspetto che s'affacci la luna.

Reno Bromuro (da «Il canto dell’Usignuolo»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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