10 luglio 2000
A Milano Amato affronta il problema del federalismo

Durante la sua visita alla città di Milano, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha affrontato il problema del federalismo, dicendosi favorevole alla creazione di una Camera delle Regioni.

Nato a Torino il 13 maggio 1938, ma cresciuto in Toscana, Giuliano Amato si è laureato in Giurisprudenza nel 1960 alla Normale di Pisa, e nel 1963 ha conseguito un master in Diritto Costituzionale comparato alla Columbia University (School of Law) di New York. Nel 1964, ha conseguito la libera docenza in Diritto Costituzionale. Dopo aver insegnato per alcuni anni nelle università di Modena, Perugia e Firenze, nel 1975 è diventato professore ordinario di Diritto Costituzionale comparato alla Sapienza di Roma, Facoltà di Scienze Politiche, dove ha continuato ad insegnare fino al 1997. Attualmente è docente (part time) di Istituzioni e politiche pubbliche europee all' Istituto Universitario Europeo di Firenze e Global Law Professor al NYU Law School.Amato

La sua avventura politica comincia nel 1958, quando, studente universitario, si iscrive al Partito socialista, di cui nel 1989 diventerà vicesegretario. Almeno fino alla metà degli anni Settanta, in ogni modo, è soprattutto un intellettuale e un tecnico, esperto di drasting, il sistema di produzione delle leggi, e il suo impegno diretto nella politica è abbastanza marginale.

Quindi entra nel gruppo che produce il Progetto socialista, che è una tappa importante della svolta riformista del PSI. Capo dell'ufficio legislativo del Ministero del bilancio nel 1967, fra il 1976 e il 1978 Amato è stato presidente della Commissione governativa per il trasferimento delle funzioni amministrative alle regioni e di quella per la riorganizzazione degli uffici della Presidenza del Consiglio, oltre che del Comitato per il coordinamento degli studi sui parlamenti europei e della Commissione per la riorganizzazione delle partecipazioni statali. Dal 1979 al 1981 ha presieduto l'Ires, il centro studi della CGIL. Viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 1983. Sarà sempre riconfermato, nelle successive tornate elettorali, fino al 1993.

Ha ricoperto molti incarichi di governo: dal 1983 al 1987 è stato Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio nel governo Craxi; poi è stato vice presidente del Consiglio e ministro del Tesoro nel governo Goria e nel successivo governo De Mita.

Nel giugno del 1992 è diventato Presidente del Consiglio dei Ministri, carica mantenuta fino all'aprile del 1993, quando fu sostituito dall'attuale Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. E' passata alla storia, di quei 300 giorni di presidenza, la colossale finanziaria lacrime e sangue novantatremila miliardi, che gettò le basi della nostra ripresa.

Il coraggio e la determinazione del premier nel fronteggiare l'emergenza suscitarono reazioni di profonda insofferenza in un' opinione pubblica ai cui occhi i partiti che avevano retto le sorti del Paese fino allora apparivano irreparabilmente screditati e infangati dagli scandali. Amato lo sapeva bene e si rendeva conto che la sfida più ardua era, forse, proprio quella di convincere gli italiani a bere l'amara medicina in un momento come quello. Nel 1994 è stato nominato Presidente dell'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). Ha lasciato l'incarico alla fine del 1997, dopo aver ingaggiato un ostinato corpo a corpo soprattutto con i grandi monopoli: Telecom, Alitalia, petrolieri…

La questione federale, afferma Amato, non è opposta alla questione meridionale. E' anzi il contrario: è complementare. Finita la politica clientelare, infatti, il Sud ha e deve trovare in sé (Sud su Sud) le ragioni della sua storia e del suo futuro. Può farlo solo liberandosi da vincoli centralisti ed attrezzando il suo territorio, per la competizione globale.

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RICORDIAMOLI

I FATTI DI GENOVA (2)

Nel pomeriggio di venerdì 20 luglio 2001, quando ormai da ore Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno perso il controllo della piazza, abbandonandosi a cariche indiscriminate contro cortei in grandissima parte formati da pacifisti, avviene il fatto più cruento che farà del vertice del G8 organizzato in Italia il primo a dover contare una vittima.

La tragedia avviene in piazza Alimonda. Uno spezzone di uno dei tanti cortei massacrati nella vicina via Tolemaide dalle cariche decide di organizzare un minimo di risposta attiva in funzione di autodifesa. Nel mezzo degli scontri tra un drappello di carabinieri, comandato da un vice questore aggiunto della polizia, e i manifestanti finisce un gippone dell’Arma che, per imperizia dell’autista, Filippo Cavataio, un giovane di leva, assurdamente utilizzato in servizio di ordine pubblico, termina la sua corsa contro un muro. Il gippone, a bordo del quale si trovano tre ragazzi di leva, viene subito accerchiato da un gruppo di manifestanti con pietre e bastoni.

Nonostante un altro drappello dei carabinieri sia a pochissima distanza, nessuno muove un dito per soccorrere gli occupanti del veicolo. L’attacco dei dimostranti è cruento. Tra di loro vi è Carlo Giuliani, 23 anni, romano di nascita, figlio di un sindacalista della CGIL, da tempo a Genova. Dal finestrino posteriore del gippone ormai intrappolato spunta una pistola. La impugna Mario Placanica, carabiniere di leva, poco più che 20 anni anche lui. Placanica apre il fuoco. Due colpi in rapida successione. Giuliani viene colpito alla testa: muore praticamene sul colpo, mentre il suo corpo viene per due volte travolto dal gippone che riesce ad allontanarsi dal luogo della tragedia. Sulle prime un funzionario di polizia cerca di addebitare l’orrenda fine di Carlo Giuliani ad un sasso lanciato dai dimostranti. I carabinieri Mario Placanica e Filippo Cavataio, sulle prime, vengono incriminati per omicidio volontario. Carlo Giuliani

L’inchiesta durerà quasi due anni. Il 5 maggio 2003, con una sentenza a dir poco discutibile che sancisce l’uso indiscriminato delle armi da parte dei corpi dello Stato, in pratica una vera e propria licenza di uccidere, Placanica e Cavataio verrano prosciolti dal GIP di Genova Elena Daloiso che, accogliendo le richieste del PM Silvio Franz, rifiuta il loro rinvio a giudizio.

Eppure, proprio un processo avrebbe potuto sciogliere i mille interrogativi che circondano la morte di Carlo Giuliani. A cominciare dal giallo tutt’altro che fittizio di chi lo ha veramente ucciso. I dubbi che a sparare contro il giovane No Global sia stato davvero Placanica, infatti, crescono a dismisura con il passare del tempo. La morte di Carlo Giuliani finisce così nel grande calderone dove giacciono gli omicidi insoluti della nazione.

C’è un passaggio, però, nel decreto con il quale, il 5 maggio 2003, il GIP di Genova Elena Daloiso, ha archiviato la posizione dei carabinieri Mario Placanica e Filippo Cavataio che fa accapponare la pelle.

Tratto da un giornale dell’epoca lo riporto integralmente:

"Tutti gli elementi dell’indagine consentono di escludere che Placanica abbia deliberatamente diretto i suoi colpi verso Carlo Giuliani. Ma quand’anche ciò si fosse verificato, non vi è dubbio che il carabiniere legittimato all’uso delle armi, si trovava in presenza di un pericolo attuale per la vita o l’integrità fisica propria e dei compagni, pericolo già concretatosi in atti lesivi dell’integrità fisica e che si faceva sempre più violento".

Il corpo di Carlo GiulianiBasterebbero i referti medici di Placanica e del terzo carabiniere a bordo del gippone, Dario Baffone, doverosamente riportati nel decreto di archiviazione del GIP, che segnalano solo ferite superficiali, nessun referto medico per Cavataio, a smentire l’imminente pericolo di vita dei tre. Ma anche supponendo che l’integrità fisica dei giovani carabinieri sarebbe stata messa a rischio dall’evolversi dell’assalto dei manifestanti, come è possibile che un appartenete ai Corpi dello Stato sia comunque legittimato all’uso delle armi, senza neppure avere il dovere di sparare in aria a scopo intimidatorio?

Placanica ha sparato in aria, afferma il decreto, ma anche se non l’avesse fatto avrebbe fatto bene… Noi abbiamo visto dalle inquadrature dei cameraman della TV che il colpo è rimbalzato sopra un sasso, e che Carlo Giuliani si dirigeva minacciosamente con un estintore in mano verso la Gip. La sentenza di Genova entra così nel novero degli atti giudiziari destinati solo a sollevare dubbi su dubbi. Non sarebbe stato più naturale un processo che, al di là degli assiomi, avrebbe potuto davvero chiarire tutte le circostanze di quanto accaduto in piazza Alimonda? (2 fine)

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
COSIMO COSENZA: "La fede nella poesia"

Quando stanco delle brutture, degli inganni e dell'ipocrisia di questa nostra società, mi rifugio nella lettura di poesie per ritrovare carica e volontà, come uno sportivo prima della competizione si rifugia in un bosco per ossigenarsi; mi capita di leggere libri di tutte le forme, col contenuto più disparato. Uomini, donne che scrivono senza sapere cosa vogliono veramente, predicando filosofie personali: i soliti ubriachi che farebbero meglio ad andarsene al cinema; fa piacere, quando si trova un libro come "NAPOLI, CASTELLAMARE, E..." di Cosimo Cosenza, Edizione Bideri S.p.A., parlarne per farlo conoscere; specialmente in questa nostra era in cui migliaia di libri infestano il mercato editoriale.

Ho letto questo libro di Cosenza, in treno, la prima volta; poi l'ho riletto ancora perché ne vale la pena, ed ogni volta, ad una nuova lettura, una sensazione nuova.

Afferma Gaetano Pagano nella prelazione: "in qualche lirica si ritrovano i modi galderiani dell'anonimato popolare... Ma le radici della sensibilità del Cosenza si avvicinano di più, a mio avviso, alla poesia di Libero Bovio": ho volutamente cercato questi modi e le radici nelle stesse poesie enunciate da Pagano: non le ho trovate. Galdieri è più legato alla tradizione versaiola popolare dell'epoca, legato, a parer mio, ad un periodo ormai sorpassato di certo folklore partenopeo; Cosenza è più aperto, più libero: guarda più avanti. In poche parole, la sua lirica pur essendo espressa in vernacolo va più verso l'universalità che non verso un ristretto modulo circoscritto da una tradizione pur sempre viva e radicata da millenni. Galdieri è più innamorato che credente; Cosenza ha più fede e il suo amore è diverso da quello di Galdieri: Cosenza è 'spirituale, Galdieri sensuale. Galdieri più sviscerato, Cosenza più ritroso e timido; e questo perché ama spiritualmente e tende alla catarsi attraverso l’Arte intesa quale trasfigurazione dell'io.

L'accostamento, poi a don Libero è puramente emblematico, perché anche qui vi è differenza sostanziale di linguaggio e di sentimenti. Don Libero Bovio più umano, interprete dell'anima napoletana attraverso una conoscenza puramente filosofica; Cosenza più poeta nel senso crociano della parola. Bovio enuncia sentimenti sentiti con l'anima del napoletano; Cosenza trasfigura in arte poetica i sentimenti del popolo, dell'uomo, nel mondo: lì c'è vita vissuta, qui c'è speranza e fede in una vita diversa; lì c'è solitudine e rimpianto, qui c'è collettività e certezza. Si leggano le liriche tutte, si mettano insieme e vien fuori una coscienza poetica della vita e una forza interiore non comune: una fede incrollabile. Cosenza è fermo nella sua concezione: il poeta può dare una spinta, può, anzi deve dire alla società quali sono gli scopi dell'uomo, qual è il suo compito e se svolto con coscienza è certo di vivere sereno e le lagrime non saranno più amare, ma liberatrìci: ultimo traguardo verso il vivere comune.

In parole povere il poeta sente condensarsi nella sua anima la certezza che, dal popolo viene la spinta in una vita futura, anche se intergalattica, fatta di bene, di amore, di fratellanza.

" 'Nu mumento
senza penzà 'e ccose solete
senza guardà niente.
Accummencianno da capo...
Pe' te senti felice,
cuccato
nmiez’ 'e stelle
e accarezzato
'a Dio!"

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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