10 agosto 1998
Polemiche sull'emigrazione clandestina

Il Viminale conferma: scaduti i 30 giorni dall’arrivo in Italia, ai clandestini non ancora rimpatriati sarà consegnato il foglio di via, che consentirà loro di restare nel nostro Paese per altri 15 giorni. Non è prevedibile una proroga dei termini: è pronto un piano per chi non rispetta il decreto di espulsione. Protestano Lega e Alleanza nazionale, che parlano di smacco alla credibilità dello Stato, per quanto fatto dalla polizia per arginare il fenomeno. L’UDR chiede una riforma dell’attuale legge.

A tale proposito vi trascrivo qualche passo della "Dichiarazione di voto sulla legge sull’immigrazione" dell’On. Gian Paolo Landi di Chiavenna:

"Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, legalità e immigrazione: dietro queste due parole ci sono idee e concetti, progetti che stanno sempre più animando il dibattito politico europeo. Politiche di integrazione e politiche di sicurezza sono, infatti, le sfide che il Governo italiano e gli altri paesi europei devono saper accettare e superare per garantire lo sviluppo economico e soprattutto l'armonia sociale delle nostre comunità. Invece, è poco europea la querelle di chi cerca di porre il problema dell'accoglienza in contrasto con quello dell'intransigenza nella repressione delle forme di illegalità legate al fenomeno della immigrazione. Il centro destra, con il disegno di legge Fini- Bossi che ci apprestiamo a votare, vuole superare questa falsa alternativa e costruire sul binomio legalità-integrazione una politica dell'immigrazione capace di garantire l'inserimento nella nostra società degli immigrati che a pieno titolo vivono e lavorano nel nostro paese".

A questo punto si riallaccia ad alcune espressioni del Presidente della Repubblica.

"Riprendendo le parole del Presidente Ciampi è necessario accogliere nuove presenze di cittadini immigrati nel rispetto delle culture d'origine, ma anche nell'osservanza, necessaria per prevenire tensioni sociali, degli ordinamenti dei paesi d'accoglienza e nello spirito degli elementi unificati delle radici cristiane e umanistiche della civiltà europea". "Di ciò si sono resi conto anche i paesi del nord Europa vocati da sempre da politiche di grande accoglienza; si è invertito un trend e l'Italia ne è la principale artefice. La linea dura verso i trafficanti di uomini, i provvedimenti per dare certezza all'espulsione, il collegamento del permesso di soggiorno al contratto di lavoro, la certezza dell'applicazione del reato di clandestinità, i rilievi dattiloscopici, tutte queste novità su cui si accentra la polemica dell'opposizione sono solo una faccia della medaglia della nostra politica di governo; dall'altra ci sono lo sviluppo di politiche di forme di cooperazione con i paesi di origine dei flussi, la promozione di corsi di formazione professionale e di istruzione in loco, la lotta contro il mercato nero del lavoro, la certezza di un posto di lavoro, il reperimento di una casa vivibile, la politica dell'istruzione, le garanzie sanitarie e previdenziali, ma anche le severe sanzioni contro i datori di lavoro che cercano di sfruttare la manodopera straniera. Oltre un cittadino su tre in Europa considera gli immigrati una minaccia per la sicurezza e l'ordine pubblico, ma anche per l'occupazione, per la cultura e l'identità nazionale. Una percentuale altissima di italiani, quasi tre su quattro, ritiene che esista una correlazione tra la presenza degli extracomunitari e la criminalità".

"Il centrosinistra ha introdotto in Italia, ha tollerato, ha protetto in un quadro di incertezza normativa e di latitanza dello Stato per decisione politica dei Governi Prodi, D'Alema e Amato. Il nostro Governo, non solo non intendere disconoscere, bensì intende tutelare attraverso il rigido controllo di quelle forze che lo possono minacciare. Non possiamo però ignorare, anzi lo denunciamo, le condizioni precarie in cui il centrosinistra ha costretto molti immigrati, per lo più irregolari, a vivere la loro mancata e spesso impossibile integrazione, proprio a causa della condizione di irregolarità, ha finito per spingerli verso la criminalità, verso traffici di droga e prostituzione, verso forme di chiusura comunitarista. In molte carceri italiane i detenuti extracomunitari sono già la maggioranza; all'inizio del 2001 i detenuti stranieri in Italia erano meno di 15 mila, il 40 per cento per reati di droga. La percentuale di coloro che avevano già avuto a che fare con la giustizia nei paesi di origine è davvero irrisoria; essi sono diventati delinquenti nel nostro paese. E' questo il concetto di accoglienza che vogliamo sviluppare?"

Dopo aver descritto come l’extra comunitario possa essere diventato delinquente nel nostro Paese, passa alla descrizione della legge Fini – Bossi elogiandone le qualità.

"Il centro destra vuole esprimere, attraverso la ridefinizione delle procedure del provvedimento Fini - Bossi, la chiara volontà politica di dare esecuzione all'espulsione. La certezza dell'espulsione è, infatti, un segnale chiaro, un monito agli aspiranti irregolari. L'incompiutezza dei provvedimenti di espulsione, operati dai passati governi di centrosinistra, è stato il segno palese dell'incapacità di quella coalizione di governare il fenomeno della immigrazione. Convivere, dunque, non può significare perdere il controllo della città, di quartieri e vedere crescere città satelliti nelle quali è addirittura inibito l'ingresso alle forze dell'ordine; non è questa la società in cui il centrodestra vuol fare italiani ed extracomunitari! Non possiamo tollerare l'esistenza di enclave in città o in quartieri dove i cittadini italiani sono espropriati dei loro diritti di cittadinanza. Il lavoro nero è una preoccupante piaga sociale dal momento che quasi un terzo della ricchezza nazionale viene prodotto illegalmente".

Dopo una ennesima dissertazione contro i governi di sinistra, conclude:

"Alleanza nazionale non consentirà il prevalere di sentimenti avulsi dalla nostra cultura. La storia degli italiani è fatta di privazioni, sacrifici e sofferenze, di pagine scritte nel sangue della violenza, ma anche di pagine di grande successo dei nostri connazionali nel mondo. Di lì parte il nostro essere solidale con chi cerca lavoro ed un futuro nel nostro paese. Alleanza nazionale sa di poter vincere questa sfida e per questo ci siamo battuti e continueremo a battere dentro e fuori dal Parlamento. Giustizia, libertà e sicurezza, valori e solidarietà: la forza delle nostre idee è una garanzia per gli italiani. Speriamo lo possa diventare anche per quegli extracomunitari che decideranno di vivere in pace e nel rispetto delle nostre regole sul nostro territorio".

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RICORDIAMOLI

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II (2) PAOLO VI

Paolo VI al secolo Giovanni Battista Montini, nacque a Concesio, Brescia nel 1897, morì a Castel Gandolfo nel 1978, figlio di Giorgio, deputato del Partito Popolare per tre legislature; appartenente a una cospicua famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche, Giovanni Battista Montini, compiuti gli studi presso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.Paolo VI

Nel 1924 era già aiutante nella Segreteria di Stato; parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato; nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII.

Il successivo ventennio di collaborazione con papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e pontefice. Punti fondamentali del futuro governo montiniano furono il passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, la svolta mondiale dalla guerra fredda al disgelo, il nuovo porsi della Chiesa romana di fronte al mondo, la problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare, la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra Santa Sede e Paesi comunisti.

Nel 1952 era eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari della Chiesa; nel 1954 arcivescovo di Milano; nel 1958 diventava cardinale. Quando papa Giovanni XXIII indisse il Concilio, il cardinale Montini collaborò attivamente. Alla morte di Giovanni XXIII, Montini gli succedette il 21 giugno 1963.

Primo compito del nuovo papa fu la conduzione di un Concilio non facile come l'ultimo Vaticano. La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza e dalla ponderatezza di un temperamento e di una personalità per tanti aspetti diversi da quelli di Giovanni.

Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti consideravano una nuova era della storia della Chiesa romana. Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare, questione del celibato ecclesiastico, o d'ordine ecumenico, incontri sì con tutte le altre Chiese, ma fermezza sul primato di Roma, e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Basti considerare la lettera enciclica Populorum Progressio del 26 marzo 1967 che bene si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la Gaudium et Spes del 7 dicembre 1965.

La lettera apostolica Octogesima Adveniens del 1971, rivela sì l'iterata condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche una forte accentuazione in Montini della sensibilità sociale, che va al di là della Rerum Novarum. Una rigorosa fermezza anima invece, oltre all'enciclica Humanae vitae sulla regolamentazione delle nascite, i documenti pontifici sul problema della fede e dell'ubbidienza alla gerarchia. Atto estremamente rilevante del suo pontificato fu poi l'anno giubilare, caratterizzato non solo dalla facies esteriore ma dal massiccio concorso di otto milioni di pellegrini.

L'Anno Santo si chiuse l'otto dicembre con la pubblicazione dell'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il più lungo documento papale del pontificato di Paolo VI. Dal 1975 al 1978 l'ormai ottantenne papa perseguì sia la sua politica ecumenica sia quella verso i Paesi dell'Est europeo.

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IL FATTO
UN POETA AL GIORNO "GIOVANNI PASCOLI"

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855. Il padre gli morì assassinato quando aveva 12 anni; a questo lutto si sommarono altre tragedie familiari, tra cui la morte della madre, che influenzarono profondamente la sua vita, la sua visione del mondo e la sua poetica.Giovanni Pascoli

A Bologna, dopo la laurea, si avvicinò a gruppi anarchici e socialisti ma, in seguito ad una esperienza di carcere che lo segnò in maniera pesante, abbandonò la politica attiva. Decise di dedicarsi all'insegnamento universitario non tralasciando mai, però, la sua unica passione: la poesia. La sua produzione poetica, vasta ed eclettica, consistette in un incessante sforzo di ricerca metrica e formale imperniata su temi vari, quali: il gusto per le piccole cose, viste con gli occhi di un bambino; il torbido, il nascosto; l'ansioso bisogno di quiete, di un nido sereno di affetti; il simbolismo; la celebrazione, propria delle sue ultime opere.

Straordinario erudito, capace, nella sua costante opera di rinnovamento, di frantumare il discorso letterario in fugaci impressioni, affascinato dai temi della classicità nei suoi momenti di decadenza, tanto da comporre i "Carmina" in lingua latina, Giovanni Pascoli si spense nel 1912.

"Myricae", la prima opera fatta conoscere ai lettori anche non eruditi, fu pubblicata a più riprese tra il 1891 e il 1903, questa raccolta contiene molti di quei componimenti nei quali si scorge l'inizio della poesia novecentesca italiana.

Myricae costituiscono alcuni dei primi esempi di poesia pura: impressioni veloci, ricchezza e complessità di simbolismi. In queste brevi poesie la sintassi tradizionale e la solenne letterarietà lirica vengono frantumate a favore della preziosità della parola, ricercata nel toscano e nel romagnolo dei contadini e dei paesani.

Da "Myricae" ho scelto "Ceppo", che anche se la poesia meno nota tra tutta la produzione del Pascoli è la lirica per eccellenza, a mio parere, che mette a nudo l’animo dell’uomo, le sue paure nascoste, le sue ansie inconfessate, di fronte ad un ceppo che crepito e la morte che lentamente s’avvicina.


CEPPO
di Giovanni Pascoli

È mezzanotte. Nevica. Alla pieve
suonano a doppio; suonano l’entrata.
Va la Madonna bianca tra la neve:
spinge una porta; l’apre: era accostata.
Entra nella capanna: la cucina
e piena d’un sentor di medicina.
Un bricco al fuoco s’ode borbottare:
piccolo il ceppo brucia al focolare.

Un gran silenzio. Sono a messa? Bene.
Gesù trema; Maria si accosta al fuoco.
Ma ecco un suono, un rantolo che viene
di su, sempre più fievole e più roco.
Il bricco versa e sfrigge: la campana,
col vento, or s’avvicina, or s’allontana.
La Madonna, con una mano al cuore,
geme: Una mamma, figlio mio, che muore!

E piano piano, col suo bimbo fiso
nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia.
Il ceppo sbracia e crepita improvviso,
il bricco versa e sfrigola via via:
quel rantolo... è finito. O Maria stanca!
bianca tu passi tra la neve bianca.
Suona d’intorno il doppio dell’entrata:
voce velata, malata, sognata.

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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