L’indimenticabile Zio Joe

Quella che sto per raccontarvi, cari amici, è una storia vera che avvenne nel lontano luglio 1989, in un paesino a pochi chilometri da Taormina.

I miei genitori, un po’ per risparmiare sulle spese per le mie vacanze, un po’ perché l’aria di mare giovava alla mia salute, per due anni mi spedirono in Sicilia ospite di una zia che gestiva un elegante albergo.

Io ricambiavo la sua ospitalità come potevo: accompagnavo i clienti stranieri a visitare gli scavi, mettevo di mattina ombrelloni e sdraio nella minuscola spiaggetta privata, o portando le valigie dei clienti in camera.

Quest’ultimo incarico, vale a dire aiutare i clienti a portare le valigie in camera, mi consentì di far conoscenza con lo Zio Joe.

Ricordo come se fosse adesso il nostro incontro. Stavo uscendo dall’albergo per recarmi a ritirare i giornali, quelli che la zia metteva a disposizione dei clienti, quando un taxi con una manovra spregiudicata si fermò a pochi metri da me e vicinissimo ai tavolini ove i nostri clienti stavano facendo colazione. Il cliente che scese dall’auto ammutolì tutti i presenti, era un uomo alto e brizzolato, il cui volto incorniciato da una corta barba bianca, mi ricordò l’attore americano del film "Il Gattopardo". Indossava un elegante completo di tela color crema, e un paio di scarpe di bicolori: bianche e marrone. Io non ne avevo mai visto delle simili, ma mia zia mi disse che anche suo nonno ne possedeva un paio identiche a quelle.

Ditemi voi, come avrebbe potuto passare inosservato, quello che poi avrei chiamato confidenzialmente Zio Joe?

"Che cosa guardi? Non ti piacciono le mie scarpe - chiese divertito - non ne hai mai viste delle simili? Alla tua età invidiavo quelli che potevano permettersele, cosicché giorni fa, quando le ho viste esposte non ho resistito, e le ho comprate. Probabilmente domani non le metterò più, ma oggi mi fanno sentire un po’ più giovane. Tu sei un ragazzo e non puoi capire ma sei abbastanza forte da aiutarmi a portare le valigie in camera. A proposito come ti chiami?"

"Mi chiamo Uccio. Non è il mio vero nome, ma tutti mi chiamano cosi, e lei come si chiama?" Queste furono le prime parole che ci scambiammo.

Quest’affascinante e misterioso signore, aveva richiesto la stanza migliore, quella con vista sul golfo, e l’aveva prenotata per l’intero mese di luglio. Presentò come documento il passaporto diplomatico di un Paese sudamericano. Parlava un italiano perfetto senza alcun accento, ed in seguito ebbi l’occasione di riscontrare che parlava altrettanto bene diverse lingue straniere.

Per farla breve vi dirò, cari amici che mi prese a benvolere, ed io ero contento di stare in sua compagnia.

Alcuni giorni dopo il suo arrivo, mentre gli servivo un caffè, mi disse: "Uccio, ho pensato di ammirare questi bellissimi paesini dal mare, e per fare ciò mi serve una barca, e così ho preso a noleggio un piccolo gommone. Tu che conosci bene questi posti, mi faresti qualche volta da guida?"

"Per me va benissimo, gli risposi, però debbo chiedere il permesso a mia zia. Conosco una piccola caletta poco frequentata, da dove si gode un bellissimo panorama, sono certo che le piacerà."

Quelle mattinate non potrò mai scordarle, si partiva subito dopo la colazione e si rientrava, purtroppo per il pranzo, mentre avrei voluto che il tempo si fermasse e la costa sparisse.

Vale la pena che vi descrivi questo posto. Immaginatevi una piccolissima insenatura, con alti scogli neri, (ricordo di antiche eruzioni laviche), che sorgevano da un mare azzurro cobalto, e una spiaggetta dove a stento ci potevano stare tre ombrelloni. Alle sue spalle una piccola grotta naturale che sì o no poteva riparare noi due. Dall’alto degli scogli un panorama unico: da un lato la costa che si snodava fino a Messina, dall’altro l’Etna, con ai suoi piedi un paesaggio da presepio.

Zio Joe, ormai lo chiamavo così, aveva sempre con se una macchina fotografica, un potente binocolo e un grosso block notes con una copertina rigida a colori, rossi e blu, come i colori del mio Bologna.

A volte saliva sullo scoglio più alto, per fotografare il paesaggio, poi apriva quel suo block notes e scriveva. In quelle occasioni io rompevo raramente il silenzio per non disturbarlo, e questo mio atteggiamento, è stato simile a quello di un qualsiasi adolescente affascinato da un ragazzo più grande di lui. Quest’ammirazione fu tale che senza rendermene conto stavo iniziando ad imitare ogni suo gesto.

Un giorno mi chiese cosa avrei voluto fare da grande ed io gli risposi: "Sicuramente il giornalista e lo scrittore."

"Sono certo che ci riuscirai – ribatté, dandomi una pacca sulle spalle - sei un ragazzo sveglio. Ho osservato, con quanta curiosità e attenzione ascolti i racconti dei miei viaggi in Paesi lontani. Sono queste doti che faranno sicuramente di te un ottimo giornalista. Ti confesso che mi sarebbe piaciuto aver avuto un figlio come te, purtroppo il mio lavoro non mi ha permesso di farmi una famiglia."

Tra le mille domande che la curiosità mi suggeriva ero riuscito a farne solo due o tre. Una di queste fu: "Zio Joe, tu che sei così bravo a raccontare, non hai mai pensato di scrivere un libro delle tue memorie?"

"Tante volte ho iniziato a scriverlo poi ho lasciato stare, - e ridendo continuò – sono ancora troppo giovane."

Per me non era per nulla giovane, ma si sa che per un quindicenne, quelli che hanno più di trent’anni sono dei vecchi.

Il giorno 23 luglio 1989 è una data che non potrò più dimenticare. Quel giorno lo Zio Joe uscì da solo in barca, perché io ero impegnato ad accompagnare alcuni turisti a visitare Taormina. Al rientro per l’ora di pranzo, lo cercai, ma egli non era ancora rientrato, e non rientrò neppure per la cena. La mattina dopo, la cameriera trovò la camera dello zio Joe sottosopra. La zia preoccupata per l’assenza di questo cliente chiamò i carabinieri, i quali scoprirono che chi aveva messo a soqquadro la camera entrando dal balcone, aveva frugato dappertutto, ma non aveva rubato nulla; infatti, nel cassetto del comodino trovarono il suo passaporto diplomatico, l’orologio e molte banconote. Nella tazza del bagno trovarono della cenere: qualcuno aveva bruciato della carta. Fummo tutti interrogati e ci chiesero se mancasse qualcosa; a me sembrò che non mancasse nulla.

Per i carabinieri non vi era alcuna ragione per considerarla una scomparsa non volontaria. Nell’attesa di nuovi sviluppi, si poteva ipotizzare una fuga d’amore o un allontanamento per motivi personali. "D'altronde – disse il Maresciallo - egli non era tenuto a dar conto a nessuno del suo comportamento", e su queste motivazioni concluse l’inchiesta.

In realtà questa fretta del sottufficiale, era giustificata dal "fattaccio" avvenuto all’alba.

Verso le quattro della mattina, una sparatoria aveva svegliato gli abitanti delle casette vicine al porticciolo. I primi accorsi avevano notato due motoscafi che si allontanavano velocemente e, presso le barche in secca, due persone ferite e delle armi. I due feriti, un russo e un americano, erano stati immediatamente soccorsi e trasportati al vicino ospedale di Catania.

Ovviamente questa notizia, come la scomparsa dello Zio Joe, fu per giorni l’argomento preferito dei villeggianti, meravigliati soprattutto dalla leggerezza con cui la stampa aveva liquidato il tutto: un solo trafiletto di cronaca locale che parlava di un regolamento di conti, fra bande in guerra per il predominio del territorio, che disgraziatamente aveva coinvolto due ignari turisti stranieri. Tutto qui.

Completava l’articolo la notizia della disponibilità delle rispettive Ambasciate a far ricoverare i loro concittadini presto case di cura private su in Continente.

Per un quindicenne con la passione per il giornalismo quale ero io, l’articolo apparve subito scarso e riduttivo, infatti, mi chiesi come fosse possibile che l’articolista in questione non si fosse posto la domanda: cosa ci facessero a quell’ora, fra l’altro in posto di nessun interesse turistico due villeggianti di nazionalità diverse, e probabilmente estranei l’uno all’altro? Inoltre com’era possibile che le rispettive Ambasciate si fossero attivate così in fretta, contrariamente al solito?

Non mi aspettavo di certo che nello stesso articolo si parlasse della scomparsa del mio amico, ma di un approfondimento sulla notizia del "fattaccio" questo di certo.

Dello Zio non ebbi più notizie. Finite quelle ferie rientrai a Bologna e per anni non misi piede in Sicilia, anche perché mia zia l’anno dopo vendette l’albergo e si ritirò dagli affari. Seppi da lei che alcuni giorni dopo un pescatore trovò il gommone vuoto che andava alla deriva, con dentro una borsa contenente un binocolo e una macchina fotografica.

Sono già passati quasi quattordici anni da quella data, ed io ho ancora vivo in me il ricordo di quei giorni. Non ho mai scordato quell’uomo, e a volte mi sono chiesto se sarebbe contento di sapere che ora sono diventato un giornalista affermato e che ho già pubblicato due Spy Story, andando a documentarmi negli ambienti dello spionaggio reale.

Qualche anno fa, vedendo allo Stadio le bandiere del Bologna mi sono ricordato che effettivamente due cose erano sparite da quella camera dello Zio Joe: il suo block notes con la copertina a strisce rosso e blu e le sue scarpe bicolore. Ma dopo tanti anni non mi sembrò il caso di riferirlo alla Polizia.

Forse domani saprò se feci bene oppure no.

Dovete sapere, cari amici, che ieri un notaio, che ha lo studio in centro a Bologna, mi ha convocato per domani pomeriggio nel suo ufficio, per consegnarmi un pacchetto da parte di un cliente. Alla mia richiesta chi costui mi ha risposto: " L’altro giorno, un uomo distinto si è presentato nel mio studio e mi ha chiesto di consegnarle il pacchetto che teneva in mano, contiene a suo dire, qualcosa che lei attendeva da anni, e specificò – dal 23 luglio del 1989. Il suo indirizzo, completo di numero di telefono, era scritto in bella calligrafia sul pacchettino. Completava la scritta un nome scritto fra parentesi (per Uccio).

Alla mia richiesta se sarebbe stato presente all’apertura del pacchetto, aveva risposto con un laconico: "Forse".

Sicuramente un uomo di poche parole, se ad un’ultereriore richiesta, di un nome anche di fantasia, per intestare la pratica aveva risposto: "Se per lei è sufficiente, scriva semplicemente Zio Joe".

Per completare la descrizione del mio cliente – mi disse il notaio- le posso dire che era un signore indubbiamente elegante e stravagante, come lo sono le sue scarpe fuori moda di due colori: bianche e marrone.

Carissimi amici, sono certo che in quel misterioso pacchettino troverò le memorie di quest’inquietante personaggio, ma che uso dovrò farne? Pubblicandole acquisterei prestigio e denaro, ma la mia vita e la sua sarebbero al sicuro?

"Il codardo ha la vita lunga, ma al valoroso la morte non fa paura" sentenzia un vecchio proverbio indiano; io però non sono un indiano. Quindi la cosa migliore è quella di aprire questo pacchetto e dopo decidere cosa sia meglio fare.

Ma perché questo benedetto uomo per pubblicare le sue memorie si è rivolto a me anziché ad un editore? Sembra che il mistero si faccia sempre più fitto, ma non è così.

Innanzitutto vi ringrazio per avermi ascoltato attentamente e in silenzio, ora è giunto il momento di svelarvi il motivo per cui vi ho riunito questa sera a casa mia: mi serviva un pubblico attento, per verificare se il mio racconto fosse credibile e avvincente.

Zio Joe, è un personaggio creato tanti anni fa dalla mia fantasia, che ho avuto e voluto sempre accanto a me come un fratello maggiore; vi sembrerà futile e puerile ma io mi rivolgevo a lui per qualsiasi problema come se fosse reale. Per me era talmente reale che ho fatto credere a qualcuno di voi di averlo effettivamente conosciuto. Ora ho deciso di eliminarlo dalla mia vita, trapiantando questa fantastica storia, nella trama del mio prossimo romanzo, e vi anticipo che il protagonista e lo Zio Joe, subiranno un attentato, cui solo il primo sopravvivrà.

Ed ora non ci rimane, cari amici, che iniziare la cena, ma prima, permettetemi di brindare alla morte di questo personaggio indimenticabile cui avevo dato il nome di Zio Joe.

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Umberto Romano

 


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