Hana

L'atmosfera era quella di un bar-latteria di periferia. I clienti abituali disattenti e frettolosi. Massaie già cariche di sacchetti di plastica pieni della recente spesa. Giovani mamme che si soffermano il tempo necessario per acquistare la merendina per il piccolo da portare a scuola, e poi, di corsa al lavoro.

A quest'ora del mattino la vita scorre velocemente. Molti hanno fretta, ma non tutti; infatti, quei due signori seduti tranquillamente ad un tavolino con dietro di loro un giovane amico prete, fretta non ne hanno di certo. Questi tre amici stanno commentando una notizia di cronaca appena appresa in diretta dall'emittente TV locale: il ritrovamento del cadavere di una giovane sotto un cavalcavia della tangenziale. Il cronista, che aveva intervistato il maresciallo dei carabinieri, aveva saputo da questi che addosso alla ragazza non erano stati trovati documenti. Perciò non si conoscevano le generalità e l'età della giovane; ad ulteriore domanda il maresciallo non sapeva precisare se la morte era dovuta a suicidio, disgrazia oppure omicidio. L'operatore TV partendo dalla cima del ponte e finendo sul corpo scomposto dell'infelice, riprese il volto fortunatamente intatto di una giovanissima e bella ragazzina.

Nell'attimo che apparve il viso della sciagurata, il giovane prete con voce straziata esclamò:<<Ma io la conosco. E' Hana Caxhoni. Una sedicenne albanese da poco in Italia. Scusatemi, ma vado subito in caserma, ho tante cose da raccontare ai carabinieri su di lei. >>

<<Don Luigino - disse uno dei due signori seduti al tavolino - non ci lasci così, ci racconti qualcosa. Chi era questa ragazza e perché lei la conosceva così bene? Secondo lei si è tolta la vita oppure qualcuno l'ha uccisa buttandola giù dal cavalcavia?>>

<<Va bene, adesso vi racconto tutto. Se mi fate posto mi siedo vicino a voi. Non ho piacere che qualcun altro ci ascolti. Anche perché prima vorrei spiegarvi cosa era successo a Hana prima che arrivasse in Italia.>>
Prontamente i due amici gli fecero posto ed uno di questi con un semplice cenno alla commessa ordinò il solito caffè per Don Luigino, il quale iniziò subito il suo racconto.

<<Prima di tutto è bene che vi spieghi come si vive oggi in quel Paese. L'Albania si è da poco liberata dalla dittatura comunista. Il disordine, la guerra e la povertà hanno fatto esplodere e riaffiorare la crudeltà atavica di alcuni di questi albanesi. Tutti noi conosciamo il dramma dei profughi e la spietatezza degli scafisti, e la riduzione a schiavitù delle loro giovani concittadine da parte di bande albanese. E proprio di questo e di altro che dovrò parlare con i carabinieri.>>
<<Don Luigino, prima che inizi a raccontare si beva il suo caffè, altrimenti si raffredda.>>

<<Grazie, ci voleva proprio un buon caffè. Dunque dovete sapere innanzi tutto che la povera Hana abitava in un villaggio vicino al porto di Valona. Unica figlia femmina di una povera famiglia di pescatori, questi smisero di mandarla a scuola all'età di dieci anni, perché i soldi per la scuola c'erano solo per i figli maschi. Questo paese dal nome impronunciabile si trova nella zona più povera della Nazione, dove sei adolescenti su dieci erano costrette a prostituirsi, e che ancora ora hanno il terrore di uscire da sole per paura di finire nella tratta delle schiave.

Non esistono più le aziende di Stato, adesso l'80 per cento di quelle che lavoravano in quelle aziende sono disoccupati. Alcune fortunate riuscivano a farsi assumere come cameriere o cuoche presso i nuovi ricchi di Tirana. Anche per quelle poche donne laureate, il loro avvenire se vogliono continuare a vivere onestamente, è in impieghi da 200 mila lire al mese. Una miseria. E' difficile, perciò, non cedere alle lusinghe di un guadagno facile, sapendo che in una sola serata sulle strade italiane si può guadagnare lo stipendio di sei mesi di lavoro in Patria.

Alcuni, chiamiamoli "bravi giovanotti", si fanno accogliere da queste povere famiglie e ostentando ricchezza riescono a "fidanzarsi" con queste ragazze, poi le portano all'estero, per lo più in Italia e le costringono a prostituirsi.

Hana fu, se possiamo dirlo, anche più sfortunata, perché quando aveva solamente quattordici anni fu violentata da Hajdar il capo clan del villaggio. Un vecchio brutale e violento temuto da tutti, il quale non esitò a vederla a suo figlio Ali, che a sua volta la cedette ad una banda d'albanesi trapiantati in Italia.

Alcuni mesi dopo, non sopportando quella vita infame, Hana decise di farla finita e si tagliò le vene. Soccorsa, fu curata, chiese aiuto e la nostra associazione "La Casa per le donne maltrattate" dopo il ricovero la nascose presso un istituto di suore. Malgrado le nostre raccomandazioni telefonò di nascosto ai suoi genitori per avere notizie del fratellino gravemente ammalato. Non sapendo che i familiari, sia perché avevano ricevuto dalla banda del denaro, ma forse per paura, riferirono a questa banda dove si trovava. Non volendo perdere questa loro fonte di guadagno, questi delinquenti si presentarono presso quell'Istituto spacciandosi per i suoi fratelli, e minacciandola, la costrinsero ad uscire e riprendere la vecchia strada della prostituzione.

Dopo una breve indagine riuscii a trovarla. Essendo giovane mi fu facile avvicinarmi a lei, non come prete, ovviamente, per non destare sospetti nei suoi aguzzini, ma come cliente e in quella veste tentare di aiutarla. Hana all'inizio rifiutò questo aiuto, temeva non per sé, ma per la sua famiglia e per quel fratellino bisognoso di un trapianto. Solo un trapianto di reni poteva salvarlo, ma non esistevano strutture adeguate al suo Paese. Hana per raccogliere i soldi per curare il fratellino iniziò a trattenere ogni sera il provento di due prestazioni, soldi che poi mi consegnava perché li custodissi. Io che, come ho detto mi fingevo un cliente, la facevo salire sulla mia auto e lei nel buio della notte mi consegnava dei soldi, normalmente cento mila lire a sera.

Giorni fa, forse perché in giro vi era molta Polizia, o perché il tempo era molto brutto, pioveva forte, riuscì ad appartarsi solo con quattro clienti. Nonostante il mio consiglio, volle trattenersi la solita cifra. Io l'avevo sconsigliata, perché se finora non avevano scoperto che lei tratteneva per sé dei soldi, perché bene o male ogni sera consegnava a loro una discreta somma, non avrebbero di certo accettato una così misera somma. Conoscendo la loro crudeltà temevo per lei, ma lei non volle ascoltarmi.

A quel punto Hana prese un bigliettino che aveva nascosto nel reggiseno e me lo consegnò. Era una specie di testamento, vi era scritto che nel caso le fosse successa una disgrazia acconsentiva alla donazione dei suoi organi. Esclusi i reni perché erano destinati al fratellino.

Anche per questo motivo debbo correre in Caserma, altrimenti se non leggono quel bigliettino, non eseguiranno le sue ultime volontà.

Questa, cari amici, è la triste storia di una cara ragazza albanese di nome Hana, che io non sono riuscito a salvare.>>

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Umberto Romano

 


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