Don Alfio

Nell'immediato dopoguerra, nei paesini sulle falde dell'Etna, non vi era massaia, contadina o gran dama, che non conoscesse Don Alfio.

Di lui si sapeva ben poco, ma egli conosceva tutto di tutti. Sapevano solamente che proveniva da Catania, che in gioventù aveva viaggiato molto e in quei lontani Paesi aveva appreso l'arte magica e divinatoria dei Tarocchi.

In realtà, questa storia sul suo passato e il suo abbigliamento, non erano altro che il frutto del personaggio che lui nel tempo si era costruito.

Era molto alto e robusto, rispetto alla media degli altri isolani, ma appariva ancora più alto perché per copricapo sia d'estate sia d'inverno, indossava un cappello a cilindro nero e sempre lucido.

I baffi a manubrio incorniciavano il suo viso perennemente abbronzato, il quale risaltava ancora di più sotto la sua folta capigliatura bianchissima.

Indubbiamente un tipo così non poteva passare inosservato, e neppure la sua valigia-negozio, molto colorata e appariscente.

Egli si faceva precedere ed annunziare da un altro personaggio altrettanto stravagante: suo cugino Michele il tamburino.

Questo parente, di statura notevolmente sotto la media, vestito con pantaloni alla tirolese, camicia rossa garibaldina strapiena di strane medaglie, e con in testa un casco coloniale di almeno due misure più grandi; usava come tamburo una latta vuota di vernice, con la quale richiamava l'attenzione delle paesane, in un dialetto incomprensibile a molti.

Questo però non impediva loro di sapere che Don Alfio stava arrivando in paese.

La sua valigia era una vera opera d'arte. Don Alfio l'aveva fatta costruire, su un suo progetto, dal cognato ebanista.

Era in compensato verniciato all'esterno in blu e rosso, i colori della squadra di calcio del suo Catania, escluso il coperchio, sul quale vi era un bel dipinto raffigurante la Santa Protettrice di Catania: Santa Agata.

L'apertura di questa valigia era quasi un rito, Lui orgoglioso e furbo tardava volutamente ad aprirla, per meravigliare ogni volta i suoi clienti.

Sollevava il coperchio, a sua volta chiuso da due sportelli sui quali aveva scritto in grande " Don Alfio", e subito sotto "Gran Bazar".

Aperti si notavano in quello di sinistra uno specchio e nell'altro, una tasca trasparente contenente un vecchio e consumato mazzo di Tarocchi.

Il rimanente spazio della valigia era occupato da minuscoli cassettini contenenti: spille da balia, bottoncini, spagnolette coloratissime e pochissime altre minuterie.

Uno scomparto più grande conteneva dei bellissimi pettini, quelli che all'epoca adornavano i capelli delle signore, e questo spiega il perché dello specchio.

In quei pochi istanti in cui le sue clienti si specchiavano, lui con poche parole sussurrate dolcemente, riusciva a trasformare quel pettine in una corona, ed esse sognavano e si sentivano delle regine.

Quest'illusione si consumava in un attimo, ma era sufficiente per renderle felici, nell'attesa della sua prossima venuta.

Subito dopo, per non rompere quest'incantesimo, Don Alfio tirava fuori i Tarocchi, li mescolava con cura e le disponeva vicino alla valigia ormai inutile.

A questo punto è chiaro che il suo maggior guadagno non era nella vendita delle spille o delle spagnolette, ma nei Tarocchi.

Lui non sbagliava mai una previsione, bella o brutta che fosse, perché lui sapeva sempre con certezza ciò che loro volevano sapere.

Il trucco era semplice e forse per questo nessuno se ne era mai accorto.

Don Alfio annotava gli ordini su un block notes a quadretti; e mentre parlava con le clienti quel foglio lo riempiva continuamente di disegnini e di scarabocchi.

Nessuno faceva più caso a questo suo modo di fare, pensando che fosse una sua mania, un suo tic nervoso, non sapendo che invece quei scarabocchi non erano altro che una sua particolare scrittura cifrata.

Qualche giorno dopo, prima di ripassare da queste ingenue signore per la consegna, rileggeva questi appunti, nel caso, quasi certo, che le richiedessero di farle le carte.

In questo modo, certamente scorretto si era fatto la fama d'indovino, e su quei Tarocchi e non sulla vendita di bottoni, aveva costruito la sua fortuna personale.

Alla sua morte avvenuta qualche anno fa, i suoi nipoti, oltre a spartirsi il suo capitale, si contesero questi magici Tarocchi, e non arrivando ad un accordo decisero di dividerli in parti uguali.

La mia parte di carte l'ho incorniciata e occupa una parete del mio studio, in omaggio e alla memoria di un grande uomo, di uno splendido nonno che tutti chiamavano Don Alfio.

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Umberto Romano

 

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