Silenzio

L’ennesimo dialogo, l’ennesimo esame di coscienza, l’ennesimo rimpianto...

Atteggiamenti noti, atteggiamenti duri e crudi.

Uno di fronte all’altro, vorrei che tu parlassi, ma non lo fai: silenzio.

E il silenzio può voler dire mille cose: belle e brutte.

Che cosa mi vuole dire il tuo silenzio?

Ti guardo negli occhi, quegli occhi meravigliosamente verdi in cui mi sono persa per tanto tempo. E adesso invece, benché familiari, quegli occhi mi sembrano distanti.

Occhi umidi.

Le cose vanno chiamate con il loro nome. Questa è una regola pedagogica corretta che, puntualmente, da adulti ci scordiamo (non dimentichiamo).

Dunque, le mie “gite fuori porta” sono fughe.

Nient’altro che fughe.

Fughe da quegli occhi che mi guardano e che non mi vedono più, ormai da molto tempo.

Ho imparato ad accettarlo questo. E’ vero? Non lo so, in certi momenti mi sembra di farlo, in altri invece…

- Perché stai con me? – ti chiedo.

- Secondo te, perché? – rispondi.

Chiudo gli occhi e sospiro, nemmeno in quest’occasione, ti assumi le tue responsabilità…… nemmeno per assicurarmi che stai con me perché…….

- Perché, da gran presuntuosa quale sono, penso che tu abbia bisogno di me …. In che cosa ti posso aiutare?–

Inclino la testa, prima a sinistra e poi a destra, ritorno dritta sul mio collo……e aspetto….

- E’ vero hai ragione…. Hai perfettamente ragione – ammetti con difficoltà… le parole costano molto.

- Tu hai bisogno di te stesso, non di me…… Tu devi crescere…Cresci! – ed alzo la voce, pensando che dovrò riuscire a controllare il mio nervosismo…

Devo riuscire a mantenermi calma, voglio un dialogo e non una lite.

- Sì, lo so – continui ad ammettere – me lo ripeto spesso anch’io, che devo crescere…… Forse non sono ancora un uomo e non lo sarò mai….-

Fermi, immobili, uno davanti all’altro, abbiamo smesso di compiere quei gesti quotidiani della vita comune per affrontarci un’altra volta. E nel silenzio continuo a guardarti, ad aspettare che tu parli, e continuo a riflettere: sono sempre in ogni caso io a volerlo fare…….Sono sempre io a voler combattere…. Sono sempre io che non mi voglio arrendere. Il tuo atteggiamento è estremamente passivo, ma riesci a fare della tua passività, della tua debolezza un’arma forte…...

- Dici di dover crescere…... ma …... dove sei stato finora? Dove eri quando ti ho chiamato ed implorato? Te lo dico un’altra volta e, forse, non smetterò mai di dirtelo: tu devi guardarti dentro, devi scoprire se e perché vuoi continuare a stare con me. Nella vita non si hanno certezze, è vero……. Ma per me, tu, eri l’unica cosa certa….Io volevo sentire che mi vuoi, me lo dovevi dire…… Non solo con le parole, con le false promesse, ma con i gesti, con gli sguardi, con le azioni….Non con le illusioni che mi hai regalato. Io voglio essere certa di non essere solo un’abitudine….Ti devi chiedere se stai con me solo perché hai paura di rimetterti in discussione con il mondo…...o perché è una scelta dettata dall’ipocrisia del “va tutto bene”……Parla una buona volta…...T’ascolto… sono qui …... sto aspettando…-

Mi rendo conto che sono parole dure, so che stai soffrendo, so che ti sembra di subire, ma tu sai bene che da me non hai mai subito nient’altro che atti d’amore e d’attenzione, di cura, la mia mano era sempre pronta ad evitarti cadute …… lo sai……Vorrei, in questo momento, una tua reazione, anche un vaffan……., ma……… silenzio.

Il silenzio di parole e di gesti mi ha portato via la mente: nel mio cranio c’è un 'perché' che rimbomba da moltissimo tempo e che rimbalza da una parte e dall’altra come una pallina da ping-pong. Ma non c’è nè partita persa, né vittoria… C’è il silenzio……. Continua a rimbalzare, quel perché.

- Tu hai bisogno di qualcuno che ti aiuti davvero, perché io, probabilmente, non so farlo, non sono stata capace, forse non posso farlo o forse non riesco più…Ho tentato e sono stata così presuntuosa da pensare che l’amore, tutto il mio amore, il nostro amore (ricordi?) potesse bastare per darti quell’aiuto di cui avevi bisogno. Devo pensare che fosse solo mio quell’amore?– continuo a parlare, cercando di riempire il tuo silenzio.

- Ho fallito – finisco, sperando nell’animo che finalmente tu mi dica qualcosa, ora.

- Anch’io – mi segui e taci di nuovo.

- Ho fallito – ribadisco – e ora sono vuota, senza energie, al buio. Mi hai e mi sono messa, accettando la tua decisione silenziosa, al margine della tua vita, mi hai tolto piano piano tutto ciò che era la linfa per me: i gesti, gli sguardi, le carezze, le tenerezze…. E ti stupisci perché io, ora, sono così distante? Ti stupisci perché sono lontana? Ti stupisci perché fuggo?-

Il silenzio che risponde alle mie domande è pesantissimo…... non lo reggo, devo riempirlo magari con i miei pensieri interiori….

Volevo un dialogo, ma è un monologo silenzioso.

E quel che è peggio (continuo la mia riflessione silenziosa sempre nell’attesa di una tua azione) è che mi sento in colpa per aver preso a piene mani nel tuo cuore, afferrato ed estratto ed, alla fine, esibito, il tuo dolore: a te e a me.

- Perché non hai raschiato in fondo alla tua anima cercando di recuperare quel po’ che c’era rimasto?-

Ancora una volta un “hai ragione” sprofonda il silenzio.

Tenti un abbraccio, ma è un abbraccio per entrambi pieno di paura, freddo.

“Mi abbracci perché ti ho ricordato che ne ho avuto bisogno?” penso fra me e me, ti sei chiesto se io, ora, ne ho bisogno, se io, ora, lo voglio? E ti stupirai della mia risposta negativa?

Ti giustifico da molto tempo, l’ho sempre fatto, ti compatisco, mi metto nei tuoi panni e soffro, così come ho sempre fatto, con te. Ma io non sono te.

Potrò, e l’ho fatto, consumarmi nella disperata volontà di guarire il tuo animo dalla malattia di vivere, ma questa è la mia volontà, non la tua.

Già, la mia e non la tua: io non posso sostituirmi a te. Ed è giusto così. Tu sei tu, con il tuo animo, il tuo sentire, forse in tutto questo tempo non l’ho capito, pensavo che ci fossimo fusi nell’amore, evidentemente non è così. Speravo che tu credessi a questa favola d’amore. Ho sbagliato: mea culpa. Ti ho sempre rispettato, ma ti ho perso e mi sono persa, ho perso il mio equilibrio, il mio ritmo. Probabilmente eri il perno della mia vita…...e una volta che ti sei allontanato, io sono caduta…

Tu, solo apparentemente più debole, ma più forte nell’animo, hai continuato a stare in piedi, ma io, la più forte, sono caduta….

La tua mano dov’era?

Come se dovessimo uscire da un aereo in fiamme, si è maturato l’istinto di fuga in entrambi, ma in ognuno in modo diverso.

Ci siamo accalcati all’uscita, cercando di fare il più presto possibile, ci siamo calpestati. Ma siamo ancora qui: tu, come indifferente, facendo finta (o è la verità?) che il fuoco non ti bruci, io, a lottare giorno per giorno, con il fuoco che mi ha consumato ormai. Lottiamo comunque entrambi per guadagnare l’uscita e, nello stesso tempo, per tentare di pilotare quest’aereo che perde sempre più quota e forse, come gli eroici comandanti, ad esibire la volontà di morire insieme al mezzo…

Ed alla fine, come al solito, mi rendo conto che sono state solo le mie parole a riempire la stanza, solo il suono della mia voce, solo le mie domande…... E tu? Silenzio...


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Stellacometa
maggio 2001

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