La soffitta dei ricordi

Chiudo gli occhi ed entro nella soffitta dei ricordi; a passi lenti, sui gradini della scala di legno, ben attenta a mantenere l’equilibrio, poso la mano sul pomo dorato, una lieve pressione e un sordo scricchiolio della porticina.

Sono dentro.

Un raggio di sole entra di sbieco dai vetri colorati diffondendo nella stanza, grande, una fioca luce, per un attimo sono disorientata, i miei occhi guardano tutt’intorno a trecentosessantagradi.

Da dove comincio?

Tanti sono gli oggetti da recuperare, alcuni coperti da un alto strato di polvere, sono i più vecchi dei ricordi, eppure… di spazio vuoto ce n’è ancora da riempire. Altri ricordi verranno?

Perché sono venuta quassù?

Che cosa cerco? In verità non lo so … oppure lo so benissimo, ma non lo vorrei sapere, forse…

Sì … lo so quale è la mia vita, io seguo il mio cuore, sempre.

E’ un errore?

Non dovrei fidarmi forse, perché so che questo modo di vivere mi fa soffrire, ma non riesco ad avere dubbi su questo, io voglio riuscire ad essere come sono.

Continuo a seguire il mio cuore, così come ho fatto nel passato.

Cerco, in questi pensieri, la mia vita trascorsa perché mi riporti a trovare ciò che ero o perché mi aiuti a continuare ad essere ciò che sono…

La vita è una continua evoluzione, un continuo cambiamento, anche dell’animo.

Le cicatrici delle esperienze passate, i segni si vedono, eccoli qui, tutti, si conservano tutti qui…. che mi servano per le esperienze future… se ci saranno.

So benissimo invece che non mi serviranno….

Semplicemente me ne dimenticherò, come sempre.

L’adolescenza, la gioventù, la maternità, oggetti confusi e dettagliati allo stesso tempo. Li trovo tutti in un baule verde dalla superficie marmorizzata, bordato d’oro, del tutto simile a quelli che i corsari lasciavano sulle isole dopo aver depredato le navi e io mi sento come un disperato su un’isola deserta, che accoglie quel ritrovamento come un segno di vita, ma è ricchezza?

Lentamente, alzo il coperchio: le monete d’oro, i dobloni d’argento…

Il grande amore per la musica e tutto quello che essa rappresenta, il tentativo di continuare a suonare il piano, la voglia di ballare, il desiderio di cantare…

“- Dove vai? - chiede mia madre

– Vado in camera mia –

– Dai che mi devi aiutare! –

– Mamma l’ho già fatto, per piacere! - e scappo.

Avvio la preparazione: giradischi, pila di dischi e asta dell’armadio come asta del microfono…sono pronta a sovrapporre la mia voce a quella dei cantanti in voga…, una sorta di karaoke prima maniera. A quei tempi, si trovavano nelle edicole dei libricini, piccoli, che contenevano tutti i testi delle canzoni di quel tempo. Ero la prima ad acquistarli.

La mia voce usciva dalla finestra e sfociava nel giardino, ma non mi importava niente, nemmeno degli sguardi degli inquilini che, incontrati nell’atrio del condominio, mi guardavano di traverso”.

E la musica accompagnava anche le mie soste sull’altalena durante le gite domenicali, le famose “scampagnate”, le gite fuori porta, con le mie amiche e le nostre famiglie.

“Una corda che va da un pino ad un altro, fermata ai rispettivi tronchi con due o tre giri e un nodo da marinaio, fatto da mio padre, l’esperto; al centro della corda pendolante due e tre cuscini: questa era la nostra altalena.

E, dopo il patto “spinte per tre dischi consecutivi”, a turno, una si sedeva sullo scomodissimo sedile e le altre due spingevano…. La musica rimbalzava per la pineta da quel mangiadischi arancione posato per terra, sul tappeto di aghi di pino ormai marroni, seguita dalle nostre voci che dilatavano i suoni… “

E la musica continua ad accompagnarmi.

Il primo amore, il primo bacio: vissuto in fretta e furia con timori e paure e sensi di colpa… cosa mi sono persa?

Lascio perdere tutta la polvere che c’è sopra a quello scaffale che ospita tutti i miei libri dell’università…

In un angolo, ecco qua: queste, ve le presento, sono le certezze del mio matrimonio, sono finite qui, perché? Ero giovane, giovanissima direi, con un entusiasmo che mi prendeva tutta e mi rendeva decisa, perché ero innamorata; era… come dire… come mi sentissi grande e pronta a caricarmi di tutte le responsabilità che la vita porta con sé, così serenamente.

Illusa? Forse… ma forte, molto forte… forte, forse, per due; quand’è che questa forza se n’è andata?

- Tu - mi chiedo - dimmi quando? -

- Quando? - mi ripeto con forza.

Volgo lo sguardo verso quella fioca luce che ancora illumina la stanza, fra i ricordi e questa strana pazzia, cerco qualcosa che faccia nascere, sul mio viso, un sorriso.

La mia attenzione viene carpita da quei palloncini: uno celeste e uno rosa. Con delicatezza appassionata li prendo fra le mie mani, li giro e dentro scopro quelle meravigliose sensazioni della mia maternità: gioia, dolore fisico, stupore, tenerezza e immensa felicità. Immensa. Quei palloncini colorati e trasparenti ancora integri come la gioia che ora mi porto dentro.

- Buoni, buoni. – li poso con attenzione perché non si scoppino, devono rimanere intatti.

Vicino, appendici di quei palloncini, la crescita dei miei figli, oggetti vari: un carillon, vari peluche e poi… che bello! La culla bianca, con i pallini rossi… mi sono sempre ripromessa di chiedere a mio figlio, il più grande, il primogenito, se li avesse contati; stava ore a fissare quei pallini ed a ascoltarmi mentre gli facevo il resoconto delle cose fatte e gli annunciavo quelle da fare ancora.

Più in là un poster di Titti il canarino: la mia bimba assomigliava a quel volatile con quelle guanciotte tutte da strizzare.

Tanti oggetti ancora: i primi scarabocchi, le prime macchinine, le prime bambole, le prime letture.

“Ciao Gigi “, a voce alta saluto l’orsetto Panda con la pancia un po’ scucita, mi rispondono con gli occhi lucidi anche Arturo, il peluche di cane cocker, con le orecchie lunghissime, e Tuto, altro peluche di cane bracco… Li comanda la scimmia dalla lunga coda; accompagnavano i miei figli, sdraiati nel letto a sbarre, ad entrare nel delicato sonno serale. Oramai era un rito, il bagnetto, la cena, la sistemazione dei compagni di “sonno” e poi……. a nanna……..

“Mamma! Vieniiiii”, dal lettino le vocine arrivavano fino in cucina, ma non erano né lamentose, né pretenziose, il grido serviva solamente per rafforzare la sicurezza che io c’ero, io ero lì, a poca distanza.

“Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole un albero……”

“E sono sono le ciliegie, sono sono le ciliegie…..”

Mi sorprendo a canticchiare pezzi di canzoncine urlate mano nella mano con i miei bimbi… e non ho voglia di smettere, no, non ho voglia, anzi continuo…

E mentre canto, vedo un altro palloncino, molto più piccolo, è bianco questo…e’ quel bambino mai nato e a cui penso sempre tanto, quel bambino che non ho potuto far nascere: paura? Forse.

Vigliaccheria? Forse.

Ma che senso avrebbe avuto far nascere una creatura che con una grande probabilità avrebbe avuto una vita anormale?

Questa era l’eredità che avrei voluto lasciare al mio figlio più grande?

– Rispondi - mi dico - questa era? -

No, non era questa.

E allora sola, come tante altre volte nel passato e nel futuro, mi ritrovai sola a dover prendere una decisione, che coinvolgeva me in prima persona, ma che toccava anche il mio amore di mamma e la mia coscienza di donna.

Mi rimprovero mentalmente:

- Avevi tante persone accanto. -

E’ vero, ma ognuno era perso nei suoi giorni.

Ero sola, io, su quel lettino mentre mio figlio scivolava fuori di me. Ed io sono stata così vile da non volerlo nemmeno sentire, il suono del suo saluto strisciante: anestesia totale.

Scelsi.

E dopo?

Dopo …….

Vuota…..

così mi sono sentita…….

Quante volte mi sono immaginata… gli occhi, lo sguardo, le manine… la sua voce… il suo nome, il mio, “mamma”…

Vorrei vedere il suo passato, ora, qui, tra questi ricordi.

Vorrei avere un suo biglietto scarabocchiato da baciare.

Ma io e lui (o lei?) ci incontriamo spesso nella mia mente e, sorridendo, penso che nessuno ci può sentire, che è amore anche questo… ancora amore, provo a chiudere gli occhi, il suono del mio cuore che batte mi rimbalza fino alle orecchie, mi scoppia dentro e allora, sussurro:

- Cerca di restare con me, ancora qui, sul mio cuore, nel mio cuore. -

Questi miei ricordi sono forse comuni a tante persone, suppongo, ma… a volte il tempo ci toglie anche la sola possibilità di ripensarci e diamo tutto per scontato, ci perdiamo il meglio.

Tutte quelle sensazioni ed emozioni dei momenti vissuti probabilmente sono percepite al 70 percento, facendo qualche altra cosa o pensando di farla e cosi, forse, perdiamo qualche sfumatura.

La riflessione successiva, invece, colora l’antica emozione e pur vivendola a distanza nel tempo, riporta il brivido intenso della serenità.

Devo venire più spesso qui… dovrebbe diventare il mio luogo segreto, mi fa sentire bene, quel baule contiene davvero il mio immenso tesoro, il tesoro dell’isola che non c’è.

Potrei stare ore ed ore a vedere e a toccare ognuno di quegli oggetti, la cui energia sento ancora viva e palpitante e mi attraversa tutto il corpo facendolo vibrare.

Così, riscopro ancora il valore della vita, della mia vita che per un po’ di tempo mi è apparsa insulsa ed inutile.

Bacio con tenerezza due cartoncini: uno rosso, colorato con segni dorati, l’altro è un “doppione” di quaderno a quadretti.

Sui quadretti dei segni di calligrafia molto incerti che riportano tutto quello che una bimba di sei anni vuole dalla vita in quel momento, essere perdonata da Babbo Natale perché “do’ le pedate a mio fratello”, sul cartoncino rosso, invece, un augurio speciale “alla mamma piu’ canterina del mondo!”.

Sì, vale la pena ancora di ritrovare la forza di rinascere, per me e per loro.

Sì, ne vale proprio la pena. E’ il tempo.

La porticina della soffitta scricchiola… non faccio in tempo a voltarmi, che il silenzio e l’atmosfera quasi fumosa della soffitta viene travolta dal vocio e dalla confusione totale: i miei due ragazzi mi hanno raggiunto lassù…. Nel mio paradiso…..

- Ehi! Mamma, che fai qui? -

- Cercavo di mettere un po’ a posto….. guardate qui che confusione…-

- Maddai …. E lascia stare… - dice la mia piccola e inquieta tredicenne.

- Mamma, che ne diresti di andarcene a mangiare una pizza? – dice il mio serio e posato primogenito, già maggiorenne – e lascia stare tutta questa polvere dai…- mi invita a farlo con quel suo modo tranquillo, ma sicuro e spinge la richiesta con i suoi occhioni di prugna.

- Io – propone l’adolescente inquieta – aggiungerei anche un bel film – e, alternando il suo bellissimo sguardo di occhi verdi tra il mio e quello del fratello – che facciamo: noleggio o cinema? –

Mi travolgono.

Ogni volta che sono con loro mi sento trascinata dalla loro vitalità, oltre che dalle loro prese di giro per i miei modi di fare.


- Noleggio …… vi piacerebbe vedere quel film che ci siamo persi, quello con …….- rispondo.

E mi spingono verso la porticina di legno, e continuano a travolgermi per le scale……..

Stasera, pizza e cinema ok.

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Stellacometa, settembre 2000

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