Giornata grigia
Amistad

La giornata è grigia, umida, laria pesante ci appesantisce sopra i cappotti, gli
occhi si stringono per vedere meglio; non si respira.
Assenza di vento. Immobilità totale.
Il cielo cenerino, color ghiaccio sembra il tetto di una pensilina di una fermata
dautobus: cè ancora cielo dopo? Quello che si vede è ancora cielo?
Si cammina per strada e lasfalto sembra bagnato tanta è lumidità che
raccoglie: piove? No.
In una giornata del genere avresti lunico desiderio di non far niente, tranne
vagabondare forse dal letto alla poltrona o dalla poltrona al letto, facendosi seguire
solo da un bel libro, nel silenzio, in solitudine, con un bel piumone che ti scaldi le
ossa, ma anche lanima.
E leggere, e farsi travolgere dalle parole, ma anche immaginare, immaginare anche
davere desideri.
Per esempio, una giornata come questa, umida, grigia.
Mi avvicino alla biglietteria, richiamando lattenzione dellimpiegata con la
mia voce:
- Andata e ritorno per lisola!-
- Residente? - so bene che mi chiede questo per il prezzo del biglietto.
- No. - rispondo asciutta, pensando che noia dovrà essere dover chiedere la stessa cosa a
tutti.
Lei, dalla sua parte, riparata da uno schermo di vetro che ovatta la sua voce, si limita a
rispondere con uno sguardo da sopra gli occhiali, con fare di forzata pazienza.
Accidenti, nonostante lo schermo vetrato, lirritazione si deve sentire nella mia
voce e forse si legge anche sul mio viso: quel viaggio in treno non finiva mai, è stato
lunghissimo. Il treno locale andava lentissimo come una lumaca, i cartelli con i nomi
delle diverse stazioncine, tutte uguali, mi venivano incontro, confrontandosi con i miei
occhi e abbandonandomi, poi finalmente: discesa di corsa per scoprire il binario della
vettura per la coincidenza, uffa! scendo i gradini del sottopassaggio ricercando con gli
occhi il display su cui sia mostrato lorario e il treno che minteressa,
risalgo gli scalini a due a due con la paura che la vettura della coincidenza se ne sia
andata ed invece, nonostante si chiami coincidenza, resto nellattesa per qualche
minuto, finché arriva e allora:
- Dai, - mi dico - su, altri pochi minuti e poi sarai a destinazione... - ed è così.
Quello che sembra un trenino giocattolo arriva fin dentro il porto e scarica passeggeri
diversi, detà diverse, con bagagli diversi, con occupazioni ed intenti diversi, ma
con la stessa destinazione: lisola.
Eppure, in genere, il viaggio in treno mi piace, ma oggi forse sento la giornata.
- Ecco, signora... Signora! -
La voce attutita dellimpiegata della biglietteria mi richiama alla realtà
staccandomi dai miei pensieri e costringendomi a raccogliere il biglietto e il resto.
Dai forza, adesso allattracco. Sì, forza... La giornata è grigia e quasi fredda,
ma forse un po di calore arriverà ... Respiro profondamente quellaria
sicuramente impregnata di mille fumi e gas.
Vari personaggi si affollano nel piazzale antistante lattracco, nellattesa che
la scaletta sia avvicinata al traghetto; cè anche una fila dauto
nellattesa, i conducenti approfittano della forzata sosta per fumarsi una sigaretta
e scambiare due chiacchiere e attaccano discorso con la solita scusa dellorario
della partenza; fra le auto camioncini di fornitura, cè unautista in
particolare che attira la mia attenzione, un tale con un faccione rotondo, baffi, obeso,
che si sta divorando un panino, il suo camioncino porta lo slogan "others
foods": potrebbe lui stesso farne la promozione.
E un giorno feriale questo, non ci sono famiglie, non ci sono bambini.
Cè ancora un po di tempo allarrivo del traghetto, mi allontano dallo
scalo e cammino verso ledicola per acquistare un quotidiano, ho già il mio libro a
tenermi compagnia, nel caso che ....; minfilo nel bar arredato in uno stile
falsamente futuristico, dallaria fumosa, già pieno di avventori, il barista,
stretto nella sua giacca linda e quasi strozzato dal suo farfallino, mi sorride
esortandomi ad ordinare e io, distratta da tutto ciò che mi circonda, ordino il mio
caffè con la mia piccola speranza che possa essere così come mi piace: un sapore amaro
su cui possa esaltarsi una punta di zucchero.
E così! Dopo che me lo hanno servito in una bella e linda tazzina, bianca bordata
di un filo darcobaleno, sorrido al barista, mi deve aver preso per una deficiente o
una pazza, ma è buono il caffè.... e lo assaporo, contenta del mio piccolo desiderio
esaudito. Apro la porta a vetri color fumé arricchita di disegni colorati ed esco, uno
sguardo allorologio: oddio, va a finire che ritardo....
Nonostante il timore di ritardare, torno verso lo scalo a passi lenti, adesso la piccola
calca di prima è diventata una folla, e la fila di autoveicoli si è allungata...
porcamiseria adesso sarà ancora più difficile...
Il cellulare squilla:
- Dove sei? -
Sorridendo rispondo :
- A casa! -
Un attimo di silenzio, indice di smarrimento forse, dallaltra parte:
- A casa??!! -
- Certo! Semmai arriverò un po in ritardo... - continuo, e continuo a sorridere
come se, chi è dallaltra parte, mi vedesse.
- Solo un po?!? ma... -
Il timore che possa credermi davvero mimpone di aggiungere in fretta, ma, ancora una
volta, con un sorriso invisibile:
- No, dai, sono qui, vicino allo scalo. -
- Fra poco arrivo... -
- Ok! -
Dopo aver chiuso la conversazione, ho la sensazione già di sentirmi più calda per il
tepore provato allascolto di quella voce amica...
E arrivato il gran giorno, dopo molto tempo, dopo molti mesi, dopo molte parole.
Dubbi? Tanti.
Incertezze? Una marea. Ma la convinzione che la "fisicità" non potrà cambiare
un rapporto fondato sulla lealtà e sulla sincerità, un rapporto fondato sullanima
e non sullimmagine, dunque...
Non te preocupe!
Amistad. Aquì estamos para eso, « pa » lo bueno y « a » lo malo
Bueno, bueno. Grita!
Torno con lo sguardo sullambiente circostante; non è bello, eppure ha un suo
fascino lambiente portuale: piazzali grigi sui quali si trascinano mezzi diversi e
di diverse dimensioni, giganti gialli con enormi braccia lunghe e piccoli mostriciattoli
carichi di merci che si spostano da un luogo ad un altro.
Rifletto sulla sua realtà, su una città che mi è sempre sembrata cinerea, già, come il
cielo adesso, quasi sporca.
Una città che sta facendo i conti con la disoccupazione, con i nuovi stanziamenti messi a
disposizione per migliorare i principali scali marittimi. Penso a quanti, in questa
città, potranno migliorare la propria vita materiale con questa possibilità.
Una città presa ad esempio anche dal nostro mostro sacro, la tv, per mostrare come la
vita quotidiana di troppi operai sia ancora legata a situazioni di rischio che
unimprenditoria più cosciente e moderna dovrebbe eliminare, quello che è il
tragico primato europeo dellItalia: gli infortuni sul lavoro. Quattro morti al
giorno e un milione di incidenti lanno.
Ma guarda te, invece di stare a guardare il mare, i gabbiani che solcano parabolando
questo cielo plumbeo, invece di osservare, nei loro movimenti e nei loro atteggiamenti, le
altre persone che, come me, sono in attesa dellimbarco, sto a pensare a tutte queste
cose!
Ora però, incomincio anche ad innervosirmi: non arriva, eppure io sono al punto
prestabilito, anche se passeggio in su e in giù, daltra parte non so stare ferma e,
forse, un po dagitazione cè...
Mi decido, frugo nella borsa e tiro fuori il mio cellulare, compongo il numero senza
smettere di guardarmi intorno (e se succedesse come la volta precedente?), nessuna
risposta al primo trillo, il secondo... giro lo sguardo sulla mia destra e... e vedo un
tale che almanacca, tenendo con la mano sinistra il bordo sinistro della giacca,
sollevandolo di qualche centimetro dal petto nel tentativo di tirar fuori dalla tasca
interna della giacca il telefono, senza staccare però lo sguardo dallambiente
circostante. Anche lui ha lo sguardo sulla sua destra e così... lascia stare il
cellulare.
Ci siamo: un sorriso grande si allarga sulle bocche di entrambi insieme allo stringersi
degli occhi per il piacere unito alla sorpresa di poter finalmente realizzare una persona,
anziché lettere unite in parole che appaiono su un coso di cristalli liquidi.
Faccia rossa? No. Un abbraccio spontaneo, una stretta di mano quasi professionale, baci
sulle guance come parenti o vecchi amici: gesti uniti ad un certo imbarazzo forse, gesti
importanti però, che suggellano una o mille idee, una o mille sensazioni, uno o mille
pensieri scambiati e ancora da scambiare.
Poi una sospensione di pensieri, qualche minuto di silenzio, solo i corpi continuano nel
loro movimento, cominciamo a camminare verso lattracco: la sospensione continua e le
nostre gambe non aiutano la nostra mente, parole quasi forzate escono dalle nostre bocche,
abbiamo forse bisogno di un attimo per recuperare. E lui che parla di più forse
perché abituato a farlo, forse perché più disinvolto, forse perché..., non è
importante perché, ciò che invece assume rilevanza è che piano piano la sospensione
cessa e allora le nostre gambe si uniscono ai nostri pensieri, anzi i passi scandiscono
ogni discorso.
La scaletta, il traghetto, siamo sopra. Rimaniamo fuori, appoggiati alla balaustra a
guardare tutto ciò che a terra si muove e che sembra appartenere ad un altro mondo ora,
sotto quel cielo grigio plumbeo, pesante, che sembra il tetto di una pensilina di una
fermata di un autobus, cè ancora cielo sopra a quel tetto?
La luce rossastra della sigaretta si altera di intensità allarrivo di una piccola
folata di vento che sembra essersi deciso a muovere laria, la giornata bigia
incomincia a illuminarsi, a steporirsi, a scaldarsi in maniera misurata e piacevole, forse
proprio per quel calore umano interiore desiderato da entrambi.
La vita di per sé non dà e non porta via niente. E vero? Forse che non siamo noi
stessi che non ci offriamo le cose o che ci deprediamo delle stesse? Dovè il nostro
istinto di sopravvivenza che si esprime con un sano egoismo?
Penso, al contrario, che spesso assecondiamo ciò che ci ostacola, passivamente, ... e mi
domando se, qualche volta, ci sarà possibile assecondare invece ciò che ci potrebbe far
bene? Forse....
Appena si riesce a "respirare", subito cè qualcosa che ti riporta sotto,
a stare in apnea.
Tutto ha una doppia valenza, tutto, sempre...
Sta a noi cogliere il momento, scattare in avanti, oppure fare come il salice che si piega
allinondazione per raddrizzarsi e non farsi spazzare via. Sapere cosa porta
quellattimo e cosa vuol dire coglierlo, credevo volesse dire sempre prendere ed
invece no! Occorre saper vedere le cose nel loro divenire, senza dare giudizi ultimativi o
stracciati.
E poi quanto è bello ritrovare la luce del sole quando si risale dallapnea! Eppure
quando siamo sotto non abbiamo il tempo di pensare a come è sopra o fuori, ci ritroviamo
con la testa fuori e respiriamo a pieni polmoni in unesplosione di colore e di luce
improvvisa, non aspettata, eppure nella consapevolezza che esisteva ed esiste.
Stiamo respirando, noi, ora! Amistad?! E a pieni polmoni, sospesi con tutti i sensi, fra
limmensità di questo grigiore di cielo e linfinità dei segreti marini.
Rimaniamo affacciati alla balaustra benché laria si faccia fredda e benché qualche
spruzzo salmastroso arrivi sui nostri visi; raccolgo ogni tanto i miei capelli lunghi che
si disperdono nellaria, anche loro sembrano godere di questaria. Pensieri e
azioni adesso si fondono e si coordinano.
La giornata sè accesa di calore, le mani sono piene, gli occhi curiosi, tante
ancora le parole, infinite... non è semplice passare da una dimensione ad unaltra,
ci vuole unacquisizione che solo il tempo dà, abituati come siamo a viaggiare in
poco meno di un secondo cè un po di difficoltà, poi le parole si uniscono
allimmagine, dissolvendo limmaginazione.
Penso all immagine come centrale di messaggi e noi in questa situazione ci stiamo
comportando come dei radar: inviamo per vedere come ci ritornano i segnali...
Ora non siamo più tesi, siamo a nostro agio e sembra che mettiamo alla prova la capacità
di "stare tranquillamente tra e con gli altri" in situazioni diverse.
Se posso dirlo, ci siamo sempre stati, non cè bisogno di provare, e tanti saranno i
gesti e altrettanti saranno quelli mancati, ma i gesti fanno parte di un momento, nessuno
di loro può essere preordinato, gesti e atteggiamenti contengono una memoria propria.
Giorni dentro giorni, storie dentro storie.
Manca solo una cosa adesso: la terraferma per correre un po e un altro po di
tempo per gioire nel vederci ridere, ancora, dal vero, senza dover dire allaltro che
lo stiamo facendo.
Gli occhiali scuri non mi servono più.
I. C., 11 marzo 00
Perché permettiamo a cose e a persone o a fatti comunque, di amareggiare quelli che
invece ci fanno gioire?
Abbiamo paura di stare bene?
E così vero che le situazioni ci costringono ad assumere atteggiamenti che non
vorremmo avere, perché lo facciamo?
Perché ci sentiamo costretti?
Per una forma dadattamento, per una forma di difesa
.Per che cosa
lo facciamo?
Stellacometa |