Racconti

Da quella torre

 

Da quella torre si poteva ammirare tutta la piana circostante che, illuminata dal sole, era veramente spettacolare: tutti i toni del verde venivano colpiti dalla luce diretta e sembravano quasi lucidi, bagnati e le forme dei campi coltivati avevano contorni netti precisi. Sembravano quasi disegnati da una geometra, colorati però da un bambino.

Spiccava sulla destra, solitario, un albero: di alto fusto, con una grande chioma verde scuro, stava su un’altura modesta e sembrava però dominare un immenso spazio sottostante.

L’Immaginazione solcava i pensieri di chi ammirava quel panorama e ritornava indietro nel tempo pensando che prima di lei, in un lontano passato, qualcun altro aveva potuto godere di quella meraviglia.

Più in là un letto di un fiume se cosi si poteva chiamare asciutto secco.

Era estate.

Non si sarebbe ma staccata da quel massiccio muro cui si era appoggiata anche perché a dire il vero la compagnia era piacevole.

Appena aveva sentito che c’era la possibilità di fare visita privatamente a quella torre, ne aveva approfittato subito dal momento che amava vedere tutto ciò che era testimonianza del passato.

E quella che veniva chiamata la torre e che stava per essere recuperata per essere messa in "bella mostra" per tutti, era una vero e proprio castello.

Lo visitarono tutto con tutta calma perché non c’erano guide da seguire e da ascoltare. Nessuno metteva loro fretta.

Le stanze entravano una nell’altra e variavano nella forma e nella misura ad una ad una.

Piccole scale a chiocciola univano le une alle altre in un labirinto buio che i due visitatori percorrevano silenziosi.

In quel momento nessuno dei due aveva il coraggio di penetrare quel silenzio con le loro voci, già lo facevano i loro passi e sembrava loro di fare sacrilegio.

Buffo avere un castello a disposizione per cominciare una conoscenza. Già, Martina e il suo accompagnatore non si conoscevano per niente: nessuno dei due sapeva il nome dell’altro. Si erano incontrati cosi per caso, sul treno, lungo il cammino della loro vita che portava l’uno all’università e l’altra ad una gita di riflessione.

Gli atteggiamenti di entrambi erano un po’ in soggezione e si limitavano perciò per ora a studiarsi, a guardarsi chiedendosi e immaginando, sollecitati da quell’ambiente...

"Quel salone era pieno di gente, cortigiani, invitati per festeggiare l’incontro del Signore e della Signora. L’odore della carne che cuoceva sulla brace era forte, penetrante e stuzzicava l’appetito dei presenti. I servi si davano da fare per garantire la buona riuscita della grande festa che anche loro aspettavano da tempo.

La gioia illuminava gli occhi della Signora che rimirava li suo Signore dagli occhi verdi e si inorgogliva ogni qualvolta veniva presentata come la prescelta fra le tante.

Il Signore era molto conteso e si narravano storie piccanti sul suo operato d’uomo e questo suscitava i risolini delle cortigiane che si trovavano al suo cospetto.

Negli occhi verdi, grandi, penetranti del Signore, Elise poteva anche viaggiare e visitare terre ancora vergini, navigare per mari ancora sconosciuti, parlare lingue arcaiche. E le piaceva farlo. Adesso. Inaspettatamente seguì il proprio istinto e si avviò verso la serra perché lui la seguisse, perché Lui le scandagliasse i più remoti accessi della sua anima.

E così fu. E il Signore accolse l’invito di quel fiore ad aspirare tutto il suo profumo ed a godere della sua fragranza. Era muschio, muschio selvatico, quella nuvola odorosa che ora avvolgeva due viaggiatori e che li dondolava su un’amaca di piacere..............."

Martina assaporava un benessere inaspettato e non si spiegava il perché; sulle prime pensò che era tutto dovuto al suo pressante interesse storico, ma proseguendo la visita notava l’atteggiamento rispettoso e galante che il suo accompagnatore mostrava nei suoi confronti.

C’erano anche momenti di ironia e di scherzo come quando entrarono nella camera da letto e rimiravano quel letto grande, enorme, mastodontico, che ospitava un grande materasso che faceva capolino dal legno che delimitava il perimetro del letto.

- Lo vuoi provare? - aveva detto Lui e Le aveva sorriso schernendosi, ma si vedeva che Lui si era spinto forse per acquisire una certa confidenza particolare quasi pudica.

Andarono avanti cosi finché la visita si concluse e cominciarono i passi del ritorno sotto l’arco buio che conduceva al portone dell’uscita. Quel portone doveva rappresentare la fine di quell’incontro magico e Martina era grata a quello studente di storia medievale per averle permesso una cosa del genere.

Adesso avrebbero smesso i panni del Signore e della Signora e sarebbero tornati ad essere padroni del loro tempo.

E quando la soglia del portone fu varcata da entrambi, da padroni del loro tempo, si soffermarono ancora a dare uno sguardo globale al meraviglioso panorama che ancora si poteva godere anche dal basso.

E da padroni del loro tempo, muti, nel silenzio, si calarono negli occhi uno sguardo: il Signore e la Signora.

Era muschio, muschio selvatico.

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Stellacometa, ottobre 1999

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