Mimmo

Aveva movenze flessuose, tutto sprigionava sensualità, le sue mani odoravano di lavanda, non li lavava i capelli, li carezzava, era un rito, il getto d’acqua raggiungeva la temperatura con calma, le sue mani godevano di quel tatto, poi quando la temperatura era quella giusta, indirizzava il getto sui capelli e con le mani incominciava ad intrecciare le dita con i folti capelli, li sentiva bagnarsi pian piano, li sentiva resistergli al tatto come una donna resiste all’amato, poi quando oramai neanche uno restava asciutto, prendeva lo shampoo, lo sfregava fra le mani e con calma le poggiava sulla nuca, sentiva la schiuma montarsi ed iniziava a massaggiare, i capelli e la donna non opponevano più resistenza, dopo un fremito chiudeva gli occhi e si abbandonava. Le mani continuavano a massaggiare, niente era lasciato al caso, ogni centimetro ogni singolo centimetro godeva di quel massaggio, poi con calcolata lentezza apriva l’acqua, la riportava alla giusta temperatura, ed iniziava a risciacquare, iniziava sempre dalla fronte, con una mano teneva il getto, con l’altra tirava via la schiuma piano con calma, carezzando i capelli, che oramai si erano arresi, la donna non riesce ad aprire gli occhi, completamente abbandonata, come amante dopo l’amore.

Ai miei occhi di bambino quel rito sembrava magico, come un gioco dove la posta in gioco non è la vittoria, ma il gioco stesso.

Io non capivo perché tutti gli urlassero dietro. Fuori davanti al negozio vi erano sempre un gruppo di ragazzi, che a me sembravano grandi, con i loro 20anni, li sentivo parlare sempre di strane cose, parole che per me non aveva senso, di cui sconoscevo il significato, o che per me avevano un significato diverso da quello che quei ragazzi intendevano, finocchio, femminella, appena Mimmo si affacciava, tutte queste parole venivano come urlate, ma lui impavido era lì sulla porta ad asciugarsi il sudore, a godersi il fresco, a mangiarsi una granita, neanche li ascoltava, non rispondeva, tutte quelle parole non lo toccavano, ed io pensavo che quelle strane parole, erano in fondo dei complimenti.

Un giorno eravamo affacciati, mangiavamo un gelato, squillò il telefono e Mimmo entrò a rispondere, io restai solo, uno di quei ragazzi mi fece cenno di avvicinarmi, io ero titubante, timoroso, ma con passo incerto mi avvicinai, accostò il suo viso al mio orecchio, un forte odore di birra m’investì, mi passò il braccio intorno al collo, e mi strinse a se per meglio farsi sentire, io ero rigido, impaurito, sentivo quel braccio forte che mi stringeva, la barba incolta m’irritava il viso, mentre all’orecchio mi diceva di dire a Mimmo, che era finocchio, appena mi lasciò riacquistai coraggio, e di corsa cercai di scappare, non avevo fatto neanche un passo che questi mi fermò con la mano, “non ti dimenticare, quello che devi dirgli: Mimmo sei finocchio”, e questa volta mi lasciò andare.

Entrai di corsa nel negozio, Mimmo era ancora lì che parlava al telefono, lo strattonai perché avevo da riferirgli il messaggio, lui con la sua mano curata dalle unghie laccate, mi fece una carezza e mi disse di aspettare un momento, sfiorandomi il volto.

Quando ebbe finito, gli raccontai tutto, lui mi guardo con tenerezza, mi passò la mano fra i capelli, e mi disse: “Lo so come sono, è il mio essere, io sono libero, sono cosi alla luce del sole, quello che ti ha parlato è uno che si nasconde di notte, quando sicuro di non esser visto viene a cercare la mia compagnia, a cercare un padrone che lo domini”.

Mi sentii sollevato, quella parola che avevo riferito a Mimmo aveva assunto un significato, adesso sapevo che finocchio significava libero.

Sorridendo chiesi a Mimmo di lavarmi i capelli.


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Salvo

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