LA STAZIONE

Quando era ormai giunto nell'androne, a Massimo venne il dubbio se avesse chiuso a chiave la porta, risalì le scale di corsa imprecando per i soldi che avrebbe dovuto pagare in più di taxi per quel contrattempo, dopo essersi assicurato che la porta era effettivamente chiusa a chiave, ritornò in strada dove il taxi lo stava aspettando.

"Alla stazione centrale di corsa" disse Massimo.

A quell'ora si circolava tranquillamente nella città, il traffico era meno caotico, potevi rilassarti e goderti i monumenti senza dargli la solita occhiata di sfuggita, la chiesa settecentesca, restaurata da poco, il palazzo del barone Sapienza, il vecchio municipio, una volta dimora dei marchesi di Villafiorita, scendendo per il corso della Libertà, dove ancora la strada era in basolato di pietra lavica, si poteva vedere il convento delle carmelitane scalze, che imponente e silenzioso ti rassicurava e al tempo stesso ti metteva addosso una paura per quello che era incomprensibile per un uomo come lui. Quante volte da bambino aveva immaginato le cose più truci che potessero accadere dietro quelle silenziose mura, orge sataniche, omicidi, bambini che venivano fatti sparire per darli in pasto a chissà quale mostro.

"Trentamila" disse il tassista, distogliendolo dai suoi ricordi.

La stazione era quasi deserta, le poche persone erano per lo più barboni che andavano lì per dormire sotto un tetto e ripararsi dalla pioggia che in quel periodo cadeva di continuo, non era una pioggia forte ma era continua, tanto che a sera ti sentivi le ossa inzuppate col solo desiderio di stenderti sotto una coperta calda, fermo immobile rannicchiato in una posizione fetale fino a quando il tuo corpo riconosce il calore ed allora a poco a poco distendere i muscoli, sentirli ammorbidirsi, e godere di quella sensazione di benessere che la tua mente riceve.

Controllò ancora una volta il biglietto, poi guardò il tabellone con le partenze il suo treno partiva dal quarto binario, calcolò che faceva in tempo a prendere un caffè e a comprare delle riviste.

Al bancone riconobbe il barista, l'aveva incontrato su un campo di calcio tanti anni prima, quando ancora la sua vita aveva un senso, prima che quella strana nebbia scendesse su di lui, avvolgendolo, senza neanche lasciargli una fessura da cui vedere uno spicchio di luce. Il barista lo servì con gentilezza domandandogli se continuava a giocare al pallone, e sembrò dispiaciuto alla sua risposta negativa, no ormai erano anni che non giocava più, anche quello aveva allontanato da se.

Massimo guardò l'orologio nervosamente mancavano ancora venti minuti alla partenza del suo treno, cercò con lo sguardo una panchina dove potesse sedersi, le poche panche erano ancora occupate dai barboni che dormivano, si senti contrariato, aspettava con ansia quel treno che l'avrebbe portato via in un posto dove avrebbe ricominciato una nuova vita, non che cercasse di cambiare se stesso, voleva soltanto ritornare ad essere se stesso, guarire dalla anedonia che credeva di avere, non riusciva a credere che quell'essere perennemente triste ed insoddisfatto fosse lui, aveva bisogno di allegria, non riusciva più a portare il peso della sua esistenza, quel treno era la sua ultima speranza, aveva riposto in quest'ultimo viaggio tutti i suoi sogni e desideri che non era più riuscito a realizzare.

L'altoparlante annunciò con voce gracchiante che il suo treno aveva trenta minuti di ritardo, "Vaffanculo" pensò "Ogni volta che faccio qualcosa c'è sempre un intoppo che mi complica la vita, vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo".

Aprì il giornale, leggendolo distrattamente, sentiva freddo ed era stanco di stare in piedi, rassegnato cercò la sala d'attesa, a quell'ora doveva già essere aperta, individuata si affrettò a raggiungerla, dentro non è che facesse più caldo di fuori ma almeno si poté sedere, scelse il posto più vicino all'uscita, temeva di non sentire l'altoparlante quando avrebbe annunciato il suo treno, aprì di nuovo il giornale, stavolta leggendolo con attenzione, lesse con attenzione un'indagine sulla depressione, e come questa porta molte persone al suicidio se non curata in tempo, molti uomini e donne sopraffatti dalla loro esistenza ed incapaci di sopportare il dolore dell'anima che la depressione porta, pensano che l'unica via d'uscita da questo tunnel di vuoto sia il suicidio, "Non lo farei mai, un atto così totale non lo capisco, c'è sempre una nuova possibilità, nonostante tutto la vita ti dà sempre un'altra occasione, basta aspettare con pazienza, e quando magari non ci credi più, ecco che ti si para davanti, e a quel punto sta a te coglierla al volo, come ho fatto io con il mio viaggio".

Guardò l'orologio era passata la mezzora di ritardo annunciata, e l'altoparlante non dava ancora nessuna notizia, fuori pioveva molto forte, le previsioni del tempo l'avevano annunciato, un forte temporale si sarebbe abbattuto sulla regione, pensò che per una volta avevano azzeccato la previsione.

Ripiegò il giornale nervosamente ed uscì sul marciapiede del primo binario, cercava il tabellone con l'orario degli arrivi e delle partenze, la sua rabbia montò ancora di più appena vide che un grosso cartellone indicava che il tabellone era guasto, si recò allora all'ufficio informazione aspettò che l'addetto finisse di spiegare, in un pessimo inglese, come raggiungere Siena ad una attempata coppia di signori che sembravano assolutamente ridicoli con l'incerata gialla sopra un abbigliamento troppo estivo per quel periodo.

L'addetto al servizio informazioni era un signore di mezza età che doveva aver fatto un corso accelerato di lingue per venire incontro alle nuove esigenze di marketing che le Ferrovie dello Stato avevano in mente di attuare, si capiva chiaramente che il servizio svolto non lo soddisfaceva, così l'effetto era esattamente contrario a quello che le Ferrovie si prefiggevano, invece di cortesia e disponibilità, il cliente aveva di fronte una persona estremamente scortese e voglioso solo di liberarsi del rompiscatole di turno.

Si predispose con l'animo di chi deve affrontare una discussione stupida con un uomo incazzato, e chiese quando era previsto l'arrivo del suo treno, con sua sorpresa questi gli rispose gentilmente che a causa di un guasto il ritardo accumulato dal suo treno non poteva essere classificato, e che comunque gli conveniva riprovare ad informarsi dopopranzo se le condizioni atmosferiche fossero migliorate, Massimo si grattò la fronte pensieroso, ringraziò e si avviò verso l'uscita.

Si pentì di aver pensato male di quell'uomo, pensò che forse era stata quella strana coppia di stranieri a metterlo di cattivo umore, pensò anche a che cosa poteva fare per far passare il tempo in attesa del suo treno, non voleva più tornare a casa oramai la sua scelta era definitiva, ma aveva paura che sarebbero venuti a cercarlo quando avessero scoperto la sua mancanza.

Dopo le ribellioni giovanili questa era la prima volta che decideva di testa sua, aveva sempre preferito farsi guidare dagli altri. Dopo sposato si rese conto che non era in grado di assumersi responsabilità nel rapporto, e delegò a sua moglie tutto il peso della famiglia, perdendo a poco a poco gli stimoli, la voglia, continuava ad amare la moglie, ma si sentiva come se gli mancasse qualcosa, come se si vestisse sempre di grigio, e questo vestito non riuscisse mai a toglierselo di dosso.

Sapeva che quello che gli mancava non era, amore, sua moglie l'amava moltissimo, e glielo dimostrava in ogni occasione, anche lui l'amava anche se non lo dimostrava quasi mai,; non gli mancava il sesso, fare l'amore con la moglie era il massimo per lui.

Una volta molti anni prima aveva tradito sua moglie per provare cosa si prova a fare sesso con un'altra persona.  Ne rimase sconvolto dal senso di colpa che si impadronì di lui subito dopo aver fatto l'amore con la donna che aveva corteggiato per qualche giorno e che si era portato in albergo, tutto gli sembrò squallido, dalle bugie dette per prendersi quelle ore senza insospettire la moglie.

La camera d'albergo con il suo arredamento essenziale, che lasciava poco spazio alla fantasia, ma quello che lo colpì di più fu guardare spogliarsi un'altra persona che non fosse sua moglie, il modo di spogliarsi di quella donna gli sembrò volgare, tutti i particolari che l'eccitavano quando vedeva spogliare la moglie perdevano di significato se a farlo era un'altra, ad esempio i collant in sua moglie aderivano perfettamente al corpo, ed era eccitante vedere il nero delle mutandine di pizzo attraverso quel sipario trasparente, e poi li toglieva in piedi eseguendo come una danza propiziatoria, l'altra invece portava collant di una misura più larga cosi che sembrava avesse un paio di pantaloni da lavoro, larghi, cosi le mutandine, che erano di cotone colorato, erano troppo alte, sembrava avesse due sessi, poi li toglieva seduta sul letto, allargando smisuratamente le gambe per sfilarle.

Dopo quella volta non cercò più in altre quello che sapeva volere solo dalla moglie, e subito confessò il suo sbaglio, giuro a se stesso prima ancora che a sua moglie di non farlo mai più se non per amore. Gli mancava la gioia, per questo, e dopo lunghissimi mesi passati a pensare se fosse giusto oppure no, decise di prendere quel treno che l'avrebbe portato a riprendersi la gioia.

Mangiò qualcosa nel ristorantino interno alla stazione, pensava al suo treno, a cosa stessero facendo per ripararlo, a quando tempo ancora occorresse perché potesse riprendere il viaggio, si accorse che aveva finito le sigarette, odiava finire di mangiare senza aver fumato, chiamò il cameriere e si fece offrire una sigaretta, erano di quelle leggere ma andava bene lo stesso.

Fuori pioveva sempre più insistentemente, gli vennero in mente quei poveri operai che in quel momento stavano lavorando sotto quel diluvio per far si che lui potesse prendere quel treno, ebbe un moto di compassione, avrebbe voluto essere la con loro solo per dimostrargli riconoscenza.

Uscendo dal ristorante incontrò un vecchio compagno del liceo che non vedeva da almeno quindici anni, e che credeva fosse morto di overdose anni prima, in effetti era uno che ai tempi del liceo faceva uso di droga, ma adesso a vederlo aveva un aspetto veramente radioso, era ben vestito e molto ben curato, e sembrava essere felice di quello che la vita aveva riservato per lui, ricordarono i vecchi tempi passati, l'allegria che sembrava essere una costante di quegli anni, anche se erano anni di impegno, impegno vissuto con forte senso civile, ma tutto era come un gioco il cui fine ultimo era cambiare la società. Si ripromisero di rivedersi, sapendo entrambi che sarebbero passati anni prima di incontrarsi di nuovo.

Era già pomeriggio inoltrato e l'addetto lo aveva informato per l'ennesima volta su come non si sapesse niente del ritardo accumulato dal suo treno, si sapeva soltanto che una altra squadra di operai era sul posto.

Quello sembrava il posto dove si fanno gli incontri più strani, da vecchi amici a nuovi personaggi ti si presentano davanti con le loro storie, le loro filosofie, magari solo per venderti un opuscolo, o un pezzettino della loro verità, non aveva passato cosi tanto tempo in una stazione e si stupì della varia umanità che vi girava intorno, gli piaceva, si ripromise di ritornarci più spesso, poi lo attirava quella strana luce bianca, pensò che le tecnologie in quel settore erano all'avanguardia, infatti in qualsiasi posto lui si trovasse, l'intensità della luce era sempre forte, si sentiva come un puntino nero in un foglio bianco, questa era la sensazione che gli dava quella luce.

Si sentiva sopraffatto dalla stanchezza, continuava a passeggiare nervosamente, andando da un capo all'altro della sala d'attesa, quando improvvisamente vide l'anziana signora che di corsa gli passò di fianco, gli venne un colpo, era la vecchia nonna morta anni prima, si senti mancare il respiro, però si girò di scatto e le corse dietro "Nonna, nonna" gridò, e quando la raggiunse, l'afferrò per il braccio, e appena la signora si voltò, vide che non era sua nonna, le somigliava molto ma non era lei, tirò un sospiro di sollievo, "Non sono diventato matto" pensò.

Era oramai notte inoltrata quando l'altoparlante annunciò che il suo treno era stato definitivamente sospeso, e che a tempo indeterminato non sarebbe più stato ricomposto, si sentì come svuotato senza più forze, aveva riposto in quel treno tutte le sue speranze, i suoi sogni ritrovati, la sua vita futura, ed ora lo annullavano definitivamente, prese il suo borsone e mentre deluso si avviava verso l'uscita si imbatte in un bambino che sembrava perso, in cerca di qualcuno, che aveva gli occhi impauriti, tristi come di chi portasse addosso un peso troppo grande per portarlo da solo, come se cercasse in lui le risposte alle sue domande, come se soltanto lui potesse dargliele. Capì che quel bambino stava cercando lui, solo lui, pensò al suo treno a cosa rappresentava per lui, poi guardò il bambino e senza dire una parola gli prese la mano e lo portò con se verso casa, adesso aveva voglia di ritornare, adesso aveva qualcosa da fare.

"Massimo ora è fuori pericolo, è stata dura ma l'abbiamo salvato, il colpo di pistola che si è sparato per fortuna non ha leso nessun organo vitale, potete aspettare insieme che nasca vostro figlio, suo marito sarà vicino a voi." disse il medico ad Eleonora, la moglie di Massimo.