Più forte del destino

Amata mia,
terribile è l'angoscia che mi tormenta. Non so, amor mio, se ce la farò a tirare avanti perché troppo grande è il sacrificio che mi s'impone. A volte mi sento un vile, non oso parlare per non turbare la serenità, la felicità degli altri; e alla tua, alla mia chi ha pensato? Soltanto ora mi accorgo di quanto sia egoista il mondo. Ora, solo ora, mi accorgo quanto grande sia stato il tuo, il mio sacrificio: il nostro errore.

Oh, amore mio, è terribile credimi! Vivere così. Dormire nello stesso letto, vivere sotto lo stesso tetto e amarsi e odiarsi. Sì, anima mia, io odio e lei mi ama. Com'è triste la sera, come ora: lei al mio fianco, la testa appoggiata sulla mia spalla, ed io scrivo.

- Tesoro, che cosa scrivi?

- Una novella.

Sì, una novella triste e angosciosa che dice tutto il mio tormento, il mio dolore alla donna che amo, e che mi è proibito perché... sono sposato. A colei che ho nel sangue e che non posso scacciare perché significherebbe morire.

Sapessi, amor mio, com'è crudele per me ingannare questa ragazza innamorata. Carezzo la sua chioma bruna, lei mi guarda con sguardo indagatore e sembra leggere nel mio cuore, nella mia mente, perché indovina ogni mio pensiero. Oh! Come si può vivere così? Sentirla come una catena e non potersene liberare, sentire la sua bocca sulla mia, baciarmi con passione, con calore e pensare ad un'altra bocca che io sì, baciavo con avidità e desiderio. Sentire la sua voce sussurrare parole d'amore e pensare ad un'altra voce, carezzare il suo viso di bambina e vedere quel volto proteso sempre davanti agli occhi, che non mi lascia mai: il tuo volto, cara!

Più terribile e vederla abbandonarsi con fiducia, con affetto infinito ed accetto i suoi abbandoni senza desiderio. Come ora. Ella dorme sicura del mio amore, ed io la sto tradendo. Il mio pensiero è lontano, corre a te, più veloce del vento; indietro ai tempi felici del nostro amore, ai tempi beati di ragazzo; lassù ai Camaldoli, alla spiaggia di Coroglio, con nostalgia e rimpianto.

E' angosciante rimanere in questo letto. Scendo, vado in tinello, prendo l'album delle foto. Non è che un cartoncino ma sa darmi tanto sollievo. Tu in pantaloncini azzurri, io al tuo fianco, mi sorridi ed io mi perdo in quel sorriso luminoso, dimentico di tutto. Passo la mano lieve, come per accarezzarti, vedo un luccichio, è la vera che mi riporta alla realtà: il sogno è finito! Per darmi coraggio m'illudo che anche il nostro amore è stato un sogno. Ma ahimè! Non può essere stato un sogno perché tutto mi parla di te; tutto mi assicura che il nostro amore è stato vissuto e che, tuttora vive.

Dobbiamo dirci addio? E poi? Poi da chi ricorrerò quando sarò triste per essere confortato, che neppure mia madre sa compatirmi come te? Ma il destino è stato più forte del nostro amore!

Cara, vorrei vederti ancora una volta, per ritornare insieme al tempo che "fu nostro" per ritrovare, sia pure per un attimo, i sogni che facemmo ad occhi aperti.

Ti aspetto. Ciao, tuo Enrico.

***

Era la terza volta che Clara rileggeva quella lettera ed ogni volta sentiva sempre più pungente una spina nel cuore. Povera Clara, si era sacrificata!... Dunque non era valsa la sua rinuncia? Enrico era infelice! Non era valso il suo sacrificio! E allora? Perché, perché aveva sacrificato il suo amore? Perché piangeva nella sua solitudine?

Credeva che Enrico amasse sua moglie, perciò si era fatta da parte. Ma ora rileggendo ancora una volta quella lettera, capiva che tutto era stato inutile.

Dopo tanto si svegliò dal suo torpore.

Quanto tempo era rimasta così? Non lo sapeva! Però aveva preso una decisione: doveva farsi odiare da Enrico! Solo in questo modo sarebbe riuscita a dargli, almeno la serenità. Solo così? No, no! Non era possibile. Lei lo amava e se lo aveva perduto una volta non intendeva perderlo ancora. Dopotutto si era sacrificata, aveva rinunciato, si era fatta da parte lasciandolo alla donna che diceva di amarlo e non era colpa sua se Anna non lo capiva e si faceva odiare da lui; se invece di avvicinarlo a sé, lo allontanava.

Così pensando, pianse. Si asciugò gli occhi, si alzò e sicura si avvicinò al telefono, formò il numero.

- Pronto?... Ah! Sei tu, Rico?... Sì, sono io, Clara!... Come?... Ti aspetto qui, a casa mia.

Non tremava più. Si avviò in camera, doveva ravviarsi i capelli, truccarsi un po'. Un solo pensiero passava nella sua mente: Tra mezzora, Enrico sarà qui, fra mezzora!

* * *

Era l'alba quando si svegliò. Si guardò attorno, Enrico non c’era! Mentre stava per infilarsi la vestaglia, un foglio di carta scivolò a terra, lo prese e lesse avidamente. Restò muta e intronata, come una statua. Dopo un po' riprese a leggere, aveva paura di non aver capito bene il contenuto.

"Clara, piccola mia. - Diceva il biglietto - Dopo anni di tormenti ho capito quanto mi sia indispensabile l'affetto di mia moglie. Mi tormentavo e ti tormentavo! Però prima che fra noi… prima di distruggere tutta la poesia del nostro amore, voglio scomparire dalla tua vita, come voglio tu scompaia dalla mia. Voglio che del nostro amore grande resti un caro, dolce ricordo, ti dico addio, prima che sia troppo tardi. Ho capito che non si può lottare contro l'amore perché è più forte del destino. L'ho capito quando ti ho vista abbandonata tra le mie braccia. Allora, anima mia, ho capito che avrei distrutto tutto e non avrei avuto più il coraggio di guardarti negli occhi".

Clara portò il foglio alle labbra, lo baciò, poi in un sussurro:

- Grazie, amore mio! Grazie per aver capito e che tu sia sempre benedetto per la felicità che mi hai dato. - Mentre due grosse lacrime caddero sul foglio ancora aperto tra le mani.

Napoli 20 marzo 1954

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Reno Bromuro

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