La pazza
Erano undici anni che mancavo da Paduli,
così decisi che vi avrei passato il ferragosto. Giunsi nella tarda serata del
quattordici. I preparativi per la festa del patrono, San Rocco, erano in pieno
svolgimento. Una delle due bande musicali era giù sul podio.
Ritornavo nei luoghi dell'infanzia e non mi meravigliai che più nessuno mi riconosceva.
Quando lasciai il paese avevo dieci anni, ero così piccolo che mi chiamavano
"Mezzone".
La sera dopo passeggiavo tranquillamente per Viale San Giovanni, dove si era dato
appuntamento l'intera popolazione per ascoltare le sinfonie che le due bande musicali
avrebbero suonato, alternandosi sul podio. Ero andato a Paduli per riposare e quindi non
mi dispiaceva stare solo. Lungo il viale incontrai molti miei ex compagni di scuola, finsi
di non riconoscerli, ma la nostalgia mi vinse.
Tirai diritto fino al doppio bivio (detto da Scarrafone) dove le strade s'incrociano,
prima con quelle che portano al cimitero del paese a sinistra, e a destra alla contrada
Torre; cinquanta metri più avanti con quella che a destra porta al Convento dei Frati
Minori e a sinistra continua per Buonalbergo. Al centro di questo bivio, c'è un grande
platano. Mi sedetti, accesi una sigaretta, sorridendo della mia malinconia.
- Perché te ne stai qui, tutto solo? - Disse una voce robusta. Alzai la testa e lo
riconobbi anche nella penombra.
- Umbertino! - Esclamai, traboccante di gioia. - Come stai bene!
- Tu, invece... - disse sorridendo - non sei cresciuto affatto. Quando ti ho visto in quel
caos non ti ho chiamato perché ho capito che volevi rimanere solo, ma - aggiunse alzando
le braccia con gesto teatrale - non sono riuscito a vincermi, e lasciati tutti ti sono
corso dietro come ad una bella donna, ti dispiace?
- Che dici mai? Vieni, siediti qui, vicino a me, e raccontami. Che fai di bello?
- Che cosa si può fare di bello in questo paese? Al mattino a scuola, la sera davanti al
televisore. Tutti i giorni uguali, monotoni, pace e silenzio, silenzio e pace. Adesso, poi
- sospirò - siamo in vacanza e ti lascio immaginare.
- Hai ragione. Per te forse, sarà noioso, ma per me? Ci sono venuto apposta; avevo
proprio bisogno di questa tranquillità. E gli amori? Sei fidanzato, sposato? - Domandai
incuriosito.
- Fidanzato? - Rise amaramente. - Magari! Sono innamorato, ma non riamato.
- E' bella?
- Tanto! - Trasognato. - L'amo più di me stesso. - La sua voce s'incrinò, si fece
triste. - Ma è pazza, povera Graziella!
- Pazza?! - Feci eco meravigliato.
- Ti prego, non parliamone. Tu sei in vacanza e non voglio rattristarti. E poi, questa
sera è festa e non si deve, non si può essere tristi. Su, alzati, andiamo in mezzo alla
folla, divertiamoci, ubriachiamoci di pettegolezzo e di maldicenze, domani forse... Sai? -
Aggiunse con tono paterno. - Fai male a startene solo, se sei in vacanza non devi pensare
a niente, devi stordirti in compagnia. Andiamo.
- Forse hai ragione. - E lo seguii.
In un attimo fummo nella marea di gente, ci trovammo sotto il palco senza accorgercene.
Non avevamo camminato con i nostri piedi.
La banda stava eseguendo la sinfonia del Barbiere di Siviglia, di Rossini. L'esecuzione
era buona e pregai Umbertino di ascoltarla. Davanti a noi erano sedute molte persone: le
conoscevo tutte, eccetto una ragazza. Era bella. Due trecce corvine incorniciavano il viso
ovale, gli occhi neri e fondi: unici, occhi neri! Più tardi dovevo accorgermi quanto
fossero meravigliosi alla luce del sole: si riempivano di pagliuzze dorate. La ragazza,
come chiamata dal mio sguardo, si volse e i nostri sguardi s'incontrarono. Si alzò, mi
venne incontro e mi buttò le braccia al collo chiamandomi Bruno.
- Ma guardi signorina, io?...
- Assecondala. - Mi consigliò Umbertino. - Non irritarla.
- Lo sapevo, lo sapevo che saresti ritornato. - Diceva la ragazza, gioiosamente. - Sei
ritornato per me, vero?
- Sì, si cara, soltanto per te.
- Lo sapevo, lo sapevo. - Ripeteva ella stringendosi a me forte, forte.
D'un tratto il mormorio della gente sommerse finanche la musica. Le
voci si susseguivano:
- Chi è?
- La pazza!
- Che ha? Che succede?
- Pare che abbia ritrovato il suo innamorato.
- Senti cara. - Dissi, seccato dagli sguardi fissi su di me. - Ne riparleremo domani.
Ascoltiamo la musica adesso.
- Ti aspetterò al solito posto?
- Sì, si va bene. - Risposi assente e mi allontanai seguito da Umbertino e dai commenti
dei compaesani. - Ma chi è questo Bruno? - Domandai al mio amico appena fummo seduti
sopra una panchina della villa comunale. Egli sospirò profondamente, poi accendendosi una
sigaretta e tirando fuori la boccata di fumo, rispose.
- Pagliuzzi. Bruno Pagliuzzi, non te lo ricordi? Lo chiamavamo "lo studente
campagnolo".
- Ah, sì! Certo che lo ricordo. Andava sempre a Valle d'Asino.
- Proprio lui. E' appunto a Valle d'Asino che si conobbero.
* * *
Graziella sembrava una bambola tanto era
piccola e carina. Era andata, in quella mattina splendida, a cercare fragole nel bosco di
Valle dell'Asino.
Bruno era un tipo mingherlino, di costituzione gracile. Ci andava tutti
i giorni a Valle dell'Asino. Diceva che si studiava meglio e bene nel bosco.
Il bosco di Valle dell'Asino a Sud Est di Paduli, distante più di tre
chilometri dall'abitato e Bruno li percorreva due volte al giorno e, soltanto per studiare
in santa pace. Quel giorno stava leggendo una pagina di storia, quando sentì un grido di
spavento.
- Oh, mi hai fatto paura! - Disse la ragazza, tremando.
- E tu, chi sei? - Domandò Bruno sorpreso. - Da dove sbuchi?
- Sono venuta a raccogliere fragole. Di questi tempi ce ne sono tante. E tu, che ci fai
qui?
- Studio, non lo vedi?
- Studi, qui?
- Sì, ci vengo tutte le mattine. Si sta così bene qui: c'è tanta pace. E poi mi piace
la campagna. Questo cinguettio che accompagna il ritmo dei versi o il galoppo di un
cavallo. Bruno spiegava queste cose e si sorprendeva di saperle dire con tanta
disinvoltura. Lei lo ascoltava a bocca aperta. Egli infine si alzò in piedi e guardandola
ancora, chiese:
- Ma tu, non sei di Paduli. Non ti ho mai vista prima. Come ti chiami?
- Graziella. - Rispose la piccola. E dicendo il suo nome sorrise per la prima volta,
quella mattina. - E tu?
- Io sono Bruno e da grande sarò... Farò l'ingegnere. Ingegnere Bruno Pagliuzzi. - Disse
gonfiando il piccolo torace, come un pavone.
- Perché proprio ingegnere? - Chiese la fanciulla. Poi abbassò la testa, rabbuiata in
volto. - Io non potrò studiare, mi piacerebbe fare la maestra, ma mia madre dice che
siamo poveri e non abbiamo i mezzi. Tu sei ricco?
- Noo! Ma lo sarò.
- Se anche tu sei povero come farai a studiare?
- I soldi per studiare ce li ho. Pensa, ho già messo da parte quattromila lire.
- Quattromila lire? - Esclamò la ragazza, meravigliata. - Quattromila lire! - Ripeté.
- Sì. E ne risparmierò altri prima di andare in collegio, perché poi, quando sarò in
collegio, mica potrò più lavorare. E, mia cara, se non si guadagna non si può fare
niente. Lo dice anche mio padre.
- Come piacerebbe anche a me, guadagnare; ma io aiuto la mamma e lei non mi paga mai. -
Disse la fanciulla triste. Il suo volto bello, di porcellana, sembrava un sole coperto
dalle nuvole.
- Su, non ci pensare. - La rincuorò Bruno, teneramente. - Penserò io a te. Sarai la mia
compagna. Su, vieni. - Aggiunse prendendola per mano. - Vieni, voglio farti vedere perché
voglio fare l'ingegnere.
E così, per mano, corsero per l'accidentata discesa, verso il
torrente. L'attraversarono e risalirono alla parte opposta. Lui con i libri in mano, lei
col paniere delle fragole che, nella corsa, caddero per ritornare tra i carpini,
nascondendosi fra i cespugli.
- Vedi? - Disse Bruno, segnando con un largo gesto della mano la vallata delle
"Fontanelle" fino a "Ravàno", dove il torrente sfocia nel
"Tammaro". - Questa vallata, d'inverno, viene inondata, troppo spesso, tanto che
fa paura. L'acqua a volte porta via grandi appezzamenti di terreno e anche coltivato,
provocando ingenti danni. Figurati che lo scorso anno - continuava Bruno infervorato -
quella casetta laggiù, la vedi? Fu sul punto di essere portata via dall'acqua. Quando
sarò ingegnere queste cose non succederanno più.
- Perché fermerai la piena? - Chiese Graziella, sentendosi anche lei una persona
importante. - E come farai?
- Costruirò una diga grande grande, proprio qui sotto, in questo fossato. Una diga che
accoglierà l'acqua del torrente e quella straripante dai colli.
Si era fatto tardi e i due ragazzi non se n'èrano accorti. Fu il suono
della campana ad avvertirli che era fatto mezzogiorno. E prima che l'eco ripetesse il
"don" forte della campana, Bruno tirandosi dietro Graziella, come un cagnolino,
cominciò a salire di corsa verso Paduli, incurante del dolore che i massi aguzzi
arrecavano ai suoi piedi. Infatti ai piedi aveva un paio di scarpe di gomma che, nuove,
erano servite al proprietario per fare la ginnastica. Alla vista di Porta Nova. Graziella
cadde sfinita.
- Non ce la faccio più. - Il fiatone le toglieva il respiro.
- Io devo andare a scuola. - Gridò Bruno, correndo e voltandosi appena. - Ciao, ci
vediamo domani.
- Ciao. - Rispose la ragazza, ma col gesto della mano, perché non aveva fiato.
* * *
Vennero le vacanze e loro si rividero
sempre nello stesso luogo. L'autunno, l'inverno, la primavera e loro furono ancora
insieme. Estate! Ancora vacanze.
All'inizio dell'autunno, Bruno fu costretto a lasciare Paduli:
all'epoca non c'èra ancora la scuola media (i ragazzi dovevano trasferirsi a Benevento -
chi aveva possibilità economica - oppure farsi a piedi ventotto chilometri al giorno,
quattordici all'andata e altrettanti al ritorno, significava: uscire al mattino alle sei e
ritornare a sera) e Bruno avrebbe dovuto frequentare la prima media inferiore.
- E io che farò, sola, adesso? - Chiese Graziella, pronta alle lagrime.
- Mi aspetterai, ritornerò. - Rispose il ragazzo.
- Che destino, il mio! - Singhiozzò la fanciulla. - Come incontro un amico, lo devo
perdere. Così al brefotrofio. Per tanti anni avevo vissuto appartata, sola con me stessa!
Poi venne Anna e le volli subito bene. Ecco che viene mia madre e mi riporta a casa. Ora
avevo trovato te!...
- Ma io ritornerò. Ci rivedremo ogni anno, nel periodo delle vacanze.
- Fino a quando?
- Verrò qui e troverò te. Se mi vorrai ancora bene, ti sposerò.
Visto che lei continuava a piangere a testa bassa, come un cagnolino
bastonato, le prese il volto nelle coppe delle mani e la baciò, fuggendo subito via, come
un ladro.
Ella lo guardò allontanarsi, finché non scomparve dietro una curva.
- Che sciocca! - Si disse, scrollando le spalle. - A Natale sarà qui e lo rivedrò.
Quattro mesi passano presto.
* * *
E' là che Graziella
va, tutti i giorni ad aspettarlo. Ma sono passati ormai dieci anni da quel giorno.
- Dieci anni! E lei, tutti i giorni... - Ero meravigliato e commosso.
- Sì, mio caro. - Disse Umbertino e la sua voce tremò. - Da dieci anni lei va al bosco e
attende. - La voce di Umbertino era roca e triste, quasi che un pianto interno stesse per
soffocarlo. - Un giorno... - riprese dopo aver respirato profondamente e il suo fu più un
singhiozzo che un respiro. - andai nel bosco, così, senza una ragione. Mi divertivo
saltando da un ramo all'altro come una scimmia, arrampicandomi come uno scoiattolo, e la
vidi: sdraiata sull'erba. Era bella! I capelli corvini sciolti, il seno precocemente
sviluppato sembrava prorompere dalla sottilissima camicetta rossa; le gambe scoperte,
dormiva. Fui tentato di baciarla. Rimasi lì, non so quanto tempo, appoggiato ad una
quercia, a contemplare la sua bellezza che era, insieme, selvaggia e celestiale: selvaggia
perché accendeva mille desideri, e celestiale in quanto incuteva rispetto. In me si
alternavano, rispetto e desiderio. Dopo una furiosa, tremenda lotta titanica con me
stesso, decisi di allontanarmi per non metterla in imbarazzo, al risveglio. Fuggii come un
ladro, vergognandomi dei miei pensieri e di me stesso. Ma non potei nascondere il
turbamento.
La sera, quando incontrai gli amici, parlai di ciò che mi era
capitato. Il giorno dopo. Oh, mio Dio! - Esclamò e proruppe in un pianto dirotto e
disperato. Sembrava avesse le convulsioni.
Lo calmai poi lo incitai a continuare, senza curiosità.
- Continua, dopo ti sentirai meglio. Che accadde quel giorno?
- E' stata colpa mia. Tutta colpa mia. Ma come potevo prevedere, che sarebbero stati così
abbietti?
- Che cosa accadde, quel giorno? - Chiesi ancora. Lui sospirò profondamente, poi riprese,
singhiozzando come un bambino che ha pianto molto.
- Ci eravamo dati appuntamento perché la volevano vedere anche loro, invece!... Ci
andarono da soli, erano in sette. Carogne! Canaglie! La violentarono, la seviziarono. Per
questo è impazzita.
- Che schifo! Chi sono queste canaglie, li conosco? - Domandai, mentre l'orrore e
l'indignazione mi davano la nausea e il prurito alle mani.
- Li conosci e come! - Rispose Umbertino, un po' più calmo. - Ma non voglio ricordare i
loro nomi. Vedi, amo veramente Graziella e il mio non è rimorso o pietà, come potrebbe
apparire, ma amore, amore vero. Vorrei sposarla, ma la poverina, nella nebbia che avvolge
il suo cervello, ha sepolto soltanto quel brutto giorno, lasciando intatti i ricordi
dell'infanzia.
Si era fatto tardi e la gente ormai ritornava verso casa. Per quel
giorno la festa era finita. Ci avviammo anche noi, verso l'abitato. Prima di lasciarci, il
mio amico mi propose di andare a vivere a casa sua. Rifiutai, gentilmente.
- Ci andrai, domani? - Domandò timido.
- Non so. Ci penserò. - Risposi.
- Non andarci. - Mi supplicò. - Potresti provocarle un trauma. Stasera eri Bruno, ma
domani? Per lei sarai soltanto un uomo che va a violare il suo regno. Pensaci.
* * *
Al mattino, Graziella
si alzò di buon'ora. Da poco l'alba, poi l'aurora con i suoi meravigliosi colori.
Cantando una nenia, affacciata alla finestra, si godeva quello spettacolo con altri occhi,
con altri pensieri. Non più i tormentosi pensieri dei giorni scorsi. Non più quel
pessimismo scettico che le aveva fatto quasi perdere la ragione.
Non era pazza, come tutti credevano. Fingeva perché voleva Bruno,
questo fino alla sera prima, poi aveva visto quel giovane forestiero. Finalmente un
giovane che l'avrebbe portata via, lontana da Paduli, lontano dai luoghi tristi. Quel
giovane che la sera precedente aveva accettato il nome Bruno, forse avrebbe potuto
proteggerla. E le piaceva, quel giovane. Le piaceva! Che cosa le accadeva? Era per lui che
ora si sentiva felice?
Fu con quella nuova speranza nel cuore che si accingeva ad uscire di
casa, ma la porta sprangata le tolse ogni gioia. Fu un attimo, un solo attimo di
smarrimento, poi la speranza ritornò e con la speranza la combattività. Si avvicinò
alla finestra, guardò giù e misurò con lo sguardo, la distanza che la separava da
terra. Senza pensarci su, scavalcò il davanzale e si lasciò cadere. Cadde, si rialzò e
prese a correre verso Portanova e giù per la discesa delle Fontanelle.
Al bivio, tra la stradina di terra battuta che, a destra porta a
Ravàno (tra massi, sassi, e radici fuori dalla terra si congiunge con la statale che
porta a Benevento) e quella a sinistra che scende alle Fontanelle, si fermò ansante.
Forse quel giovane era già ad aspettarla e lei non voleva apparire
stanca. Si sedette sul grosso masso al centro del bivio. Pochi minuti di sosta, diceva tra
sé, mi rimetteranno in sesto.
Improvvisamente giunse, attutito dal frondare degli alberi, un grido di
aiuto. Rimase qualche attimo intontita, col fiato sospeso, finché giunse chiaro, ripetuto
dall'eco, il grido. Si precipitò per la discesa, verso Ravàno, da dove era sembrato
provenisse il grido. Giunta sul posto non vide nessuno, né notò movimento alcuno.
"Sarà che ho i nervi tesi", si disse, "che ho sentito quel grido".
Facendo spallucce prese a risalire la corrente del torrente di Valle dell'Asino per
recarsi nel luogo dell'appuntamento con quel giovane che le piaceva tanto. Risalendo la
corrente dell'acqua pensava tante cose. Il suo cervello era un mulinello di pensieri e di
sogni. Sognava la sua vita lontano da Paduli. "Di dove sarà quel giovane? Di Roma?
Di Napoli? Di Milano? Come sarebbe bello se fosse di Roma! Ho tanto desiderio di conoscere
quella città! E se fosse di Napoli? Sarebbe terribile! Potrei incontrare Bruno. Ma no.
Napoli è tanto grande! E poi non avrei paura. Gli direi: Ho atteso tanto, tanti anni, tu
non sei ritornato ed io, stanca di aspettare... sì, mi sono sposata. Ti presento mio
marito, il signor?... Quale sarà il suo nome?"
Così pensando e sognando, era giunta all'altezza del canneto, una
cinquantina di metri la separavano dalla vallata delle Fontanelle.
- Qui, Bruno, avresti voluto costruire la tua diga! - Si stupì di mormorare. - Però non
sei più ritornato e Paduli non avrà mai la sua diga, come tu non avrai me. - Un'ombra
nera uscì dal canneto, alle sue spalle, le diede una spinta, cadde, volse lo sguardo e
vide l'ombra che correva verso Ravàno. Ebbe paura e rialzatasi in fretta, prese a
camminare più spedita.
Dal fossato delle Fontanelle, ricolmo d'acqua, emerse una mano. Vinse
la paura, si avvicinò. "Mio Dio!" Esclamò. "Perché l'avrà uccisa?"
Tirò il corpo fuori dall'acqua, ormai senza più vita. Fu costretta a voltare lo sguardo
per la nausea che le stringeva la gola.
La donna, già cadavere, aveva la testa quasi tagliata di netto e
innumerevoli ferite per tutto il corpo. "Ormai è morta", si disse, "non ha
più bisogno di me. Non ha più bisogno di nessuno. Che Dio la perdoni! E anche la sua
assassina. Assassina?" Si chiese con apprensione. "Perché ho pensato ad una
donna? Perché ho visto che chi scappava vestiva abiti femminili? E se fosse, invece, un
uomo travestito da donna? La mia testa! Dio, la mia testa!" Gridò. E prese a
correre, per la stradina del bosco, verso Valle dell'Asino.
* * *
Quando giunsi nel
bosco stentavo a riconoscere i sentieri dove bambino giocavo a nascondino, percorsi con i
compagni in cerca di funghi o di fragole. Le querce gigantesche erano state tagliate e
intorno ai monconi già si vedevano gli alberelli in germoglio. I carpini, bassi, mi
ferivano le gambe e, per la prima volta, dopo tanti anni mi sentii ancora bambino. Le
ferite non mi facevano male, era tutto come allora! Proprio così, allora anche le ferite
erano un gioco e il sangue che fuoriusciva da esse, la tassa per la felicità goduta.
Fui totalmente trasportato indietro nel tempo, dal sogno e dal ricordo,
che cominciai a saltare da un albero all'altro, come allora. E come allora, cantavo una
canzonetta sciocca e bella: sciocca perché non diceva niente e bella perché era nata
dalla mente di noi ragazzi, innamorati del proprio paese.
Ma Graziella dov'èra? Mi affacciai verso il fossato delle Fontanelle,
risalii la corrente fino alla curva della sorgente e la vidi, più bella che mai: sdraiata
morbidamente sull'erba con i capelli sciolti, sul bordo della sorgente e il suo corpo si
specchiava nell'acqua. La chiamai ad alta voce, ma con dolcezza. Ella si scosse, alzò la
testa mi guardò con sguardo assente. Saltai giù d'un balzo e fui accanto a lei. Mi
puntò gli occhi neri e meravigliosi addosso, senza parlare.
- Ieri sera mi dicesti di venire, ricordi? - Feci l'atto di prenderle una mano per
aiutarla a rialzarsi. Non si ritrasse come avevo temuto, ma scattando in piedi, mi si
buttò tra le braccia e pianse di un pianto dirotto. Piange di gioia. - Pensai. - Le farà
bene. Povera ragazza dopo dieci anni ritrova il suo innamorato! - A questo pensiero,
avvertii una fitta terribile all'altezza del cuore. Invidiavo Bruno? Ero geloso di lui?
Bruno, forse un fantasma adesso e niente altro. Le asciugai gli occhi e la costrinsi a
sedere sul basso parapetto della fonte della sorgente. Allora mi accorsi quanto terrore
racchiudevano i suoi occhi!
- Mi aiuti! Mi aiuti, per favore! - Esclamò. - Mi aiuti, signore, ho tanta paura!
Laggiù... è morta!... L'hanno uccisa ed io ho tanta paura.
- Farnetica. - Pensai fra me e me. Ella tremava e piangeva tra le mie braccia.
La pregai di calmarsi. Poi saremmo andati a casa e, rasserenata,
avrebbe potuto raccontare tutto, con calma.
Raggiungemmo l'abitato dove le voci si susseguivano di bocca in bocca:
"Alle Fontanelle è stata uccisa una donna, è stata la pazza, l'ha vista Michele
Cucuzziello!..." Avevano già trovato il capro espiatorio. Per la scalinata che dal
vecchio cimitero sale a Portanova, incontrammo la mamma di Graziella che, saputo del
delitto correva in soccorso della figlia, aveva gli occhi pieni di lagrime che subito si
fecero sorridenti, appena vista la figlia.
- E' vero? - Domandò, abbracciandola.
- No. - Risposi, in vece di Graziella. - Andiamo a casa, poi le spiegherò.
Seguii le due donne su per la scalinata ripida e giunti fuori la porta
della casa, ebbi un tuffo al cuore. Quella casa, un tempo era stata mia. Lì avevo passato
i primi anni della mia vita. Fu un attimo, un attimo solo, ma bastò quell'attimo perché
ricordi ormai sopiti ritornassero, vivi, reali, attuali. Ricordi che avevo cacciati dalla
mente con tutte le mie forze, ritornavano con prepotenza e inattesi.
Mi fermai sotto l'atrio, avevo paura di entrare come se in quella casa
ci fossero ancora mia madre e i miei fratelli, sopra un letto abbracciati e piangenti: i
piccoli per la fame e la mamma perché non sapeva che dargli da mangiare.
Graziella sempre tenendosi abbracciata a me mi forzò ad entrare. La
piccola cucina! La camera, unica camera, non era cambiata di molto. Ah, sì. Il letto e la
sua posizione. Noi l'avevamo al lato della finestra. ora era di fronte all'entrata.
Il letto! Ancora i ricordi: dolorosi, tristi.
- Ti prego, cara, riposa adesso, poi mi racconterai. - Dissi, spingendo la giovane accanto
al letto.
Si assopì. Rimasi a guardarla. Quant'èra bella! I neri capelli sul
cuscino, il seno ansante, la bocca dischiusa. Sembrava un cucciolo sperduto, impaurito da
cose più grandi di lui. Mentre la baciavo sulla fronte, non più il suo volto vidi, ma un
altro: Cristina! Oh, no! Mio Dio, perché? Erano passati tanti anni!
- Mamma, non piangere! - Quel volto piccolo, pallido, emaciato, distrutto dalla febbre era
immobile. Gli occhi vitrei già da sedici ore, solo lo spirito viveva ancora attraverso il
cuore che non voleva fermarsi. Avevo la sensazione che fossero le lacrime di mamma a
dargli impulso e forza.
Al primo rintocco della campana della chiesa della Madonna delle Grazie
che annunciava l'Ave Maria, Cristina aveva raggiunto gli angeli: angelo ella stessa. Sul
certificato medico era scritto: "Decesso avvenuto per deperimento organico".
La mia sorellina di soli undici mesi era morta per la fame e non
perché era malata. Era morta di fame! E mia madre aveva tenuto per sé quel tormento,
quell'angoscia.
Quando avevo capito ero scappato da casa, non volevo che facessimo
tutti la stessa fine di Cristina: la guerra non meritava tanto.
Cristina, angioletto caro, neppure un fiore ho portato sulla tua tomba.
Ma esisterà ancora una tomba?
Un lieve bussare alla porta d'ingresso mi distolse. La madre di
Graziella andò ad aprire, era Umbertino che affannosamente chiese: "E' vero quello
che si dice?"
- Che si dice? - Domandai a mia volta.
- Che Graziella!... - S'interruppe.
- Continua, ti prego.
- Non posso crederlo. - Disse passandosi una mano sulla fronte. - Non è possibile. -
Ripeteva come un ritornello.
Rimanemmo molto tempo a pensare chi potesse essere stato, ma non
riuscivamo a trovare un nesso logico tra la vittima ed il suo o la sua assassina.
Scandagliammo tutti i parenti e i conoscenti stretti della vittima, cercando, col
pensiero, ogni minimo indizio che potesse darci un movente, un nome, un volto.
A sera, dopo che Graziella ebbe fatta la sua deposizione ai
carabinieri, la pregai di uscire con me ed Umbertino, non volle. Uscimmo da soli.
Attraversammo il paese fra il mormorio della gente. Quando fummo fuori del paese, volle
che andassimo verso il cimitero. La seguivo in silenzio, volevo che fosse lei a parlare.
Ci sedemmo sull'unico scalino del cancello d'entrata del cimitero.
- Vuoi fumare? - Chiesi.
- Grazie, non fumo. - Mi guardò. C'èra una splendida luna, luminosa al punto che vedevo
la mia immagine specchiata nei suoi grandi occhi. - Tu hai capito che è l'assassino?
- Non saprei. Perché, l'hai riconosciuto? - Domandai ansioso.
- Credo. - Disse calma. E con un sorriso di bambina ancora, riprese. - Sai che non conosco
ancora il tuo nome?
- I padulesi mi chiamano Mezzone, fallo anche tu.
- Non lo farei mai. - Disse seria. - Non lo farei mai, perché non lo sei, sei un gigante:
il mio gigante! - E infilò il suo braccio nell'incavo del mio (il quel momento avevo
portato la sigaretta alle labbra), stringendosi con tenerezza. - Qual'è il tuo nome?
- Chiamami Bruno se ti fa piacere.
- Ieri sera l'ho fatto. Ora Bruno è morto. Noi siamo qui per le sue esequie. Adesso ti
dirò tutto e sarà l'onoranza funebre di un sogno, morto già qualche anno fa, ferito da
sette delinquenti e ucciso stamani dal ricordo stesso. - Poi aggiunse divertita. - Lo sai
come mi chiamano in paese? Graziella la pazza. Solo perché per non fare una brutta fine e
passare le notti tranquilla, senza essere molestata da giovinastri ubriachi in cerca di
svago, mi fingo pazza. Ma c'è un ragazzo... Un bravo ragazzo che vorrebbe sposarmi e non
crede alla mia follia, forse. Io non voglio perché penso che lui lo faccia per far tacere
la sua coscienza, poiché fu lui a svelare il mio nascondiglio a quei farabutti e si sente
in colpa. - Sospirò profondamente, poi riprese, come se ciò che aveva detto non avesse
alcuna importanza. - Ma torniamo a noi. Permetti che ti chiami Gigante? Posso stare così.
rannicchiata fra le tue braccia? Ah! E' bello sentirsi protetti da braccia robuste e
forti.
Ascoltavo in silenzio e le sue parole scendevano dentro l'anima come
musica celestiale.
- Sai, Gigante, che non so chi è mio padre? - Disse guardandomi fisso in volto e la luna
soffermandosi sul suo viso bellissimo, le rendeva una spettralità angelica,
meravigliosamente splendente. Mi prese il volto tra le mani con una tenerezza tutta
materna, che m'intenerì. - Non so chi sia mio padre. Forse se l'avessi saputo... Senti,
se ti chiedo... - ebbe un'esitazione - una grazia, non negarmela ti prego. Portami via da
Paduli, con te. Ti farò la serva, ma portami via di qui, salvami! - Si mise in ginocchio
dinanzi a me piangendo, con le mani giunte in atto di preghiera. - Voglio rifarmi una
vita. Ho solo vent'anni, ci pensi? Vent'anni sfiorati in gola e la vita non ha più
valore, a detta degli altri. Io voglio viverla la vita, voglio goderla interamente, con le
sue gioie e i suoi dolori. Voglio una casa mia, un marito, so che è ancora possibile.
La presi sotto le ascelle come una bambina e la rialzai, la strinsi
forte al petto e parlai, parlai, parlai; dissi tutte le parole che salivano di getto dal
cuore. La baciai. Dall'oscurità e dal silenzio del cimitero si levarono figure cattive e
voci ironiche, sarcastiche.
- E brava, la pazza!
- Sapeva quello che voleva!
- Ma lo sai ch'è sposato?
- Ah! Ah! Ah! Come sua madre!...
Mi guardò con gli occhi imploranti, che al chiarore lunare vidi colmi
di lagrime e di disperazione.
- E' vero?
- Che cosa? - Domandai a mia volta, stupito della cattiveria di quella gente che sembrava
tanto semplice.
- Che sei sposato?
Non ebbi il tempo di rispondere che staccatasi prese a correre
velocemente, giù per la china di Fornonuovo, gridando: "Non dovevi farlo, non dovevi
farlo!"
Il mio richiamo e le sue grida si confondevano con l'abbaiare dei cani.
Alla fine del declivio vi è una curva a gomito sopra un profondo crepaccio, forse gli
occhi velati dalle lagrime, forse l'oscurità (alberi folti di rami formavano un tunnel
sulla stretta viuzza di campagna) non le permisero di vederla. Udii un tonfo e un urlo
angoscioso. Poi, solo il mio grido di amore disperato e l'abbaiare lamentoso dei cani.
Mi ci volle mezz'ora per raggiungere il corpo di Graziella, malconcio,
ma ancora in vita.
- Perché, perché l'hai fatto? - Mormorò nello spasimo. - Non dovevi, io ti ho... ti ho
amato subito. Avevo fiducia. Non... do...ve...vi!
- Anch'io, anch'io, cara, ti amo. - Ma lei non lo seppe mai.
* * *
Avevo appena finito di
scrivere la parola fine, al mio articolo conclusivo, sull'indagine del "delitto delle
Fontanelle" e della disgrazia accaduta a Graziella. quando mi venne annunciata una
visita.
L'uomo che mi si presentò, non aveva più niente di giovanile: alto,
biondo come un vichingo. Negli occhi tanta tristezza, ma anche tanta rassegnazione. Lo
riconobbi subito: Bruno. L'uomo che Graziella aveva amato e atteso per dieci anni,
inutilmente.
- Sono venuto... - Disse, e la sua voce era mista di rimpianto e di profonda delusione:
rimpianto per non aver saputo dire parole d'amore e delusione perché pur nella giovane
esistenza aveva parlato un linguaggio individuale. - Sono venuto, - ripeté - a
ringraziarti per quello che hai fatto e a darti il suo diario. Me lo ha dato sua madre,
penso ti appartenga. Leggilo e capirai.
- Ma siediti! - Lo pregai e io stesso mi sedetti al suo fianco. - Ho fatto quello che
avrebbe fatto chiunque avesse avuto la fortuna di conoscerla ed amarla.
- Io non l'ho fatto. - Rispose con più tristezza nella voce. - Non sono venuto prima
perché soltanto ieri ho saputo. Vedi, non sono stato fortunato. Forse per viltà, forse
per pigrizia, ho sempre rimandato a domani quello che avrei dovuto fare oggi. - Parlava a
testa bassa, fissando un punto ipotetico del pavimento. - Quando lasciai Paduli ero pieno
di buona volontà, poi venne la fame e fui costretto ad abbandonare gli studi. Dopo molti
anni li ripresi, ma fu solo una lunga serie di delusioni. Più tardi quando capii che la
vita non avrebbe potuto darmi più niente e che le promesse della fanciullezza rimanevano
utopie, decisi di trovare un impiego decente. Ero felice. Finalmente avrei potuto
presentarmi a Graziella. Certo sarebbe stata una grande delusione per lei: non ero
diventato ingegnere, ma l'amavo. Invece il lavoro, la necessità di lavorare, mi prese
tutto e non ebbi mai il tempo, e se ce l'avevo mancavano i soldi, non andai più a Paduli.
L'avevo lasciato parlare, senza interromperlo; affinché si liberasse
come in confessione. Ora Bruno piangeva a forti singhiozzi, ma silenziosamente. Tra un
singhiozzo e l'altro:
- Devo chiederti un altro favore.
- Se posso.
- Vado da Graziella. Vuoi accompagnarmi?
Lo presi sottobraccio, senza parlare. Uscimmo all'aperto.
Il sole arrossato dal tramonto mi ferì gli occhi, ma mi diede piacere:
finalmente capivo tante cose. Ora mi erano chiari i giorni burrascosi, ma anche tristi,
trascorsi a Paduli: dopo undici anni di assenza.
Napoli 29 agosto 1957
Reno Bromuro |