Reno Bromuro

Al Gianicolo
una sera

- L'autunno a Roma è sempre mite e spettacolare. La campagna s'indora, le foglie gialle non danno malinconia e quando si staccano dai rami per posarsi, ormai morte, sul terreno profumato sembrano alianti in planata.

    Era mezzanotte, il Gianicolo era ancora popolato, proprio come una serata estiva. Giovani pittori, sopra sgabelli rudimentali, esponevano le loro opere, offrendole al visitatore distratto per quattro soldi. Giovani "hippies" lavoravano a coppie, con un filo di ferro e pinze costruivano dei piccoli capolavori.

    Marco, passava da una coppia all'altra, oziando, fingendo di ammirare quei capolavori, ma in realtà cercava, in quel mondo reale, un avvicinamento al suo mondo interiore.

    Stanco della sua inutile ricerca si avvicinò al parapetto e la sua fantasia cominciò a spaziare tra i tetti dell'eterna città. Gli occhi della sua fantasia attraversarono le mura di una vecchia casa: un puntino, un granello di sabbia nel mare di cemento e di mattoni. Due esseri sperduti nei marosi della vita si parlavano dicendosi parole di conforto e d'incoraggiamento.

    Che scherzi fa la fantasia! La realtà è più bella. Sospirò profondamente, accese una sigaretta, ingoiò fumo e saliva.

    Il pomeriggio aveva ricevuto l'incarico di fare una telefonata. L'aveva fatta e la voce di donna triste e velata di pianto, all'altro capo, gli aveva messo addosso una malinconia inesprimibile:

- Sto male, tanto male! - Aveva implorato.

- Vuole che passi a prenderla in albergo? - Aveva proposto d'impulso.

- Sì, vieni presto. Sto male e... mi sento tanto sola!

    Ripensando a quella telefonata si dava del vile. Perché non era andato? Perché aveva lasciato che quella donna soffrisse da sola?

    Una voce argentina e zampillante come pura acqua di fonte, suonò e s'intromise nei suoi pensieri.

- Finalmente sei venuto! Sono secoli che t'aspetto.

    Alzò la testa e rimase con la sigaretta a mezz'aria. Dinanzi a lui, sospesa nel vuoto, dall'altra parte del parapetto, c'era una fanciulla meravigliosa: alta come una vichinga, bionda come il grano maturo; due occhi splenditi e raggianti, un sorriso abbagliante. Il suo sguardo scese lentamente dal volto ai piedi: che bel corpo!

- Ce l'hai proprio con me? - Chiese, dopo che i suoi occhi ebbero spaziato per la piazza, scrutando i volti anonimi che l'affollavano.

- Ciao, come stai? - Domandò la fanciulla apparsa dal nulla. Senza parlare strinse la mano che gli si tendeva e un brivido le percorse il corpo, come il serpentello di un fulmine. Deglutendo, esclamò: - Finalmente tocco le tue mani!

- Sì, amore mio! Finalmente le lancette si sono bloccate e noi ci siamo incontrati. - Disse la ragazza con voce flautata.

    Poi si sedettero sopra una panchina e ricordarono le peripezie vissute nei secoli, note a entrambi.    

    Per secoli si erano rincorsi come le lancette sul quadrante di un orologio. Ora una mano pietosa aveva bloccato le lancette sul dodici e loro si erano incontrati, si erano parlati, si erano toccati. La luna scansò una nube e li illuminò. I loro sguardi si incrociarono e fu il silenzio. Un silenzio fatto di ricordi e di speranze e le loro bocche si unirono. In quel bacio era la gioia di essersi finalmente trovati.

    Marco non seppe mai il suo nome. La chiamò Sincera, per il modo franco di espressione, per la sua sincerità.

    Si ritrovarono il giorno dopo e gli altri giorni a venire. I loro corpi erano attratti irresistibilmente uno verso l'altro da una forza ignota.

    Un giorno si ritrovarono soli, con i loro desideri, con il loro amore. Ed era un amore puro. Quell'amore che fa donare senza chiedere nulla, in cambio. E Sincera donò il suo corpo (unica ricchezza) a Marco e Marco donò il suo a Sincera.

    A Marco pareva di non aver vissuto che per quell'amore. A Sincera lo stesso.

    Era bello l'inverno, ora, per entrambi. Per Marco, che era stato sempre un'inguaribile romantico, quell'incontro gli era parso il segno del destino. Si dedicò a Sincera con tutta l'anima. Passavano le giornate a guardarsi negli occhi, a cibarsi di quell'amore che celavano gelosamente, tenendo presente, sempre, nella loro mente le parole di Catullo: "Dammi tanti baci e tanti ancora. Poi li mescoleremo affinché le malelingue non possano contarli e farci il malocchio". E ridevano, ridevano felici di essere giovani e di amarsi.

- Siamo gli unici innamorati al mondo! - Esclamava Sincera, a volte senza una ragione.

- Se tutti si amassero come noi... - Concludeva Marco. - Il mondo sarebbe più bello e gli uomini più buoni.

- Io non voglio che gli altri si amino come noi. - Ribatteva la ragazza, imbronciata. - Se ciò si avverasse che gusto avrei ad amarti così tanto? Il nostro diventerebbe un amore logico.

- Forse hai ragione tu. - L'incoraggiava Marco. - Noi ci amiamo così perché siamo illogici.

- Sì. Dev'essere così, amore mio! - Diceva con fervore Sincera. - Altrimenti non ci ameremmo più. Che gusto c'è ripetere fino alla noia le cose che fanno tutti? Amarsi come gli altri!? Noi facciamo quello che sentiamo di fare. Facciamo l'amore quando ci va...

- Un po' troppo spesso. - Interrompeva Marco, per farla arrabbiare un poco e per gustare poi, la gioia della pace.

- Quanto sei!... - Rispondeva la fanciulla imbronciata. - Sei uno scemo, ecco cosa sei. Mi fai arrabbiare!

- Avanti, continua. - La calmava amorosamente. - Andiamo a spasso quando lo vogliamo... Mangiamo quando lo stomaco lo reclama... - Ripeteva Marco che aveva ormai imparato a memoria la tiritera di Sincera.

- E lo reclama quando è diventato una cosa sola con i reni. - Continuava la fanciulla, rasserenata.

    E ridevano come due idioti, facendo capriole sul letto disfatto, strofinando i corpi uno contro l'altro per riscaldarsi. Fino a quando, ansanti, si guardavano negli occhi e le palpebre si abbassavano celianti e timide, per nascondere lo splendore del desiderio. Guardandosi con una dolcezza inimmaginabile i corpi si univano, le gambe s'intrecciavano le braccia fondeva i corpi in uno solo e l'amore lo vivevano fino in fondo ebbri e lievitanti in quella nuvola senza odore e senza colore, che avvolge gli amanti nell'atto del coito: Sincera lievitava, Marco volava. Passavano le ore, le giornate, in questo languore che nessun altro avrebbe saputo vivere come loro. Dopo l'unione dell'anima e del corpo in quel volo pindarico, aprivano gli occhi, guardandosi nelle pupille pulite e chiacchierone, per godere appieno il piacere del dono che si erano scambiati.

    Ella, non ancora paga chiedeva, muovendosi come una pantera sul corpo sudato, ma non domo dell'uomo:

"Mi amerai sempre, quando sarò vecchia

e il tempo tiranno avrà scavato

la sua penna sul mio volto?

Tu sarai sempre bambina - rispondeva lui baciandola dolcemente. -

Ora con questo bacio

fermo i tuoi anni".

    E ridevano consci della gioia che dava l'amore che vivevano, riprendendo ad amarsi anima e corpo freneticamente, come se non lo facessero da tempo o fosse la prima volta.

    Una sera a Marco salirono alle labbra altre parole: "Com'è bello l'inverno! Come sarà meravigliosa la primavera, domani. Ma l'estate? Ella pianse. Marco amorosamente le asciugò le lagrime e la consolò chiedendo:

- Che cosa ho detto mai, che ti ha rattristato?

- Olé, Marco! - Disse una voce robusta di contralto, dandogli una pacca sulle spalle, tanto forte da mandargli in gola, la cicca spenta della sigaretta che gli era rimasta appiccicata al labbro inferiore. - Da quando, hai preso l'abitudine, di parlare da solo?

    Marco si girò lentamente su se stesso, guardò la donna bassa e grassa come una botte con uno sguardo da incenerire una città intera. Avrebbe voluto afferrare la mano di quella... botte con le sembianze di donna e stritolarla: mano che aveva avuto il potere di distaccare le lancette che, imperturbabili ripresero a girare: a girare come lui e Sincera.

Roma 11 novembre 1971

Torna indietro

Reno Bromuro

rbromuro@inwind.it


Home Page
www.elbasun.com