Reno Bromuro


Cristina

Anna entrò come una valanga nell'ufficio, chiamando ad alta voce. Sobbalzai. Ella con un sorriso rinfrancante disse:

- Non ti spaventare! Sono felice! E' venuta a farmi visita la mia amica Cristina e desidero fartela conoscere.

    Così dicendo si fece da parte per lasciar passare una ragazza bruna, di media statura che, con un sorriso fresco, bello e sincero, mi tendeva la mano. Un bel volto davvero, abbronzato dal sole, nel quale brillavano due occhi meravigliosamente lucenti.

    Un viso perfetto incorniciato di capelli nerissimi. Strinsi la mano che mi si tendeva, mentre la voce sembrava portare l'eco di campane a festa, musica di una cascatella d'acqua.

    Il pensiero corse indietro di venti anni. Vent'anni senza storia, i miei!

    Quella voce, il viso sorridente di bambina ancora, si confusero come nubi che si addensano.

    La voce era sovrapposta da un'altra voce; l'immagine da un'altra immagine e le parole erano diverse.

    Nel vano della porta c'era un'altra Cristina! E quell'altra mi parlava di slancio:

- E' finita, sai? Ho deciso di sposarmi. Non lo amo è vero, ma devo allontanarmi da te... Devi capire anima mia! Bisogna che ti faccia una ragione. La nostra... Il nostro amore non poteva... Non può aver seguito...

    Anna e Cristina parlavano, chiedevano... Ero lontano!...

* * *

    Accanto alla fontana, all'ombra di alberi secolari, seguivo il gioco delle onde e la regalità dei cigni: belli, maestosi. La voce argentina di una bambolina bionda, con due grandi occhi color cielo, mi riportò alla realtà. Simpatizzammo subito.

- Mi chiamo Cristina. E tu?

- Io?... Ah, sì! Enzo.

- Che strano! Stamani, quando ho lasciato mia madre ero così triste! Sarei dovuta partire con il treno delle sedici e dodici, ma mi è dispiaciuto lasciarti. Sto così bene con te.

- Perché, devi ritornare a casa?

- Non devo ritornare a casa. Mi aspettano a Napoli. Devo... Vado a lavorare in quella città, per aiutare la mamma. Mio fratello, l'unico che avevo, è morto in Russia durante la guerra.

- E non puoi lavorare dove abiti? Così non ti allontani da tua madre.

- Da chi potrei fare la domestica? Al mio paese siamo tutti poveri. Ti prego, ora va'. Lasciami qui, altrimenti perdo anche l'ultimo treno e non voglio dormire nella stazione.

- Ti accompagno.

- No. E' meglio di no.

- Ti farò compagnia fino all'arrivo del treno.

- Non voglio.

- Ma perché?

- Non lo hai capito? Mi piacerebbe rimanere con te.

- Se lo desideri perché non rimani?

- Sarebbe sconveniente. Due ragazzi... E, poi con che vivremmo?

- Col mio lavoro.

- Quanto guadagni?

- Duemila lire la settimana.

- Ma ci pensi? Ci basterebbero per due giorni, forse tre, facendo economia. No, è meglio che me ne vada. Vattene. Io non ho la forza.

- Ma voglio venire alla stazione. Almeno là... un bacio potrò dartelo.

- Se è solo per questo... - E sorrise, ma con una tristezza inenarrabile. Mi baciò sulle labbra e di corsa salì sull'autobus che in quell'attimo si era fermato. Mentre questo si muoveva le gridai: scrivimi.

- E se non scrive? - Pensai. Impalato sul marciapiedi come un palo della luce. - A chi mi rivolgerò? Conosco solo il suo nome: Cristina. Di dove è?... - Un nodo mi serrava la gola e sentivo un male terribile allo stomaco. Cristina! Cristina! - Mormoravo mentalmente.
    Quella notte non dormii. Al mattino fu più triste tutto. Non sopportavo le domande di mia madre. Le sue premure mi davano fastidio. E nei giorni a venire la casa stessa divenne una prigione senza via d'uscita.

    L'estate era passata e per me era stata senza sole. Ora l'inverno mi portava freddo più intenso: mi dolevano le ossa. La fontana dei Cigni era diventata odiosa, come cattive tutte le donne. Gli amici mi facevano rabbia.    Una sera, sentii mia madre che con apprensione raccomandava a mio fratello di non sbagliare strada e di prestare attenzione durante il viaggio...

- Quando sarai fuori della stazione di Napoli...

    Non avevo capito niente di quello che si erano detti. Una sola parola "nitida" danzò nel mio cervello: Napoli. Scattai e mi precipitai nell'altra stanza, come una valanga.

- Mamma, ci vado io a Napoli. - Dissi d'un fiato. - Ti prego, manda me.

- Tu sei ancora troppo piccolo, potresti perderti...

- Ti prego, mamma, manda me. Peppino non può perdere la scuola, io oramai... non ce la farò più a recuperare. Dimmi quello che devo fare. Dove devo andare?

    Più che la mia supplica valse l'autorità di mio fratello.

* * *

    Durante il viaggio sognai che Cristina mi apriva la porta e mi buttava le braccia al collo e mi copriva di baci. Parlava e non un suono usciva dalla sua bocca. Non avevo più forze. Mi lasciavo baciare passivamente e, rassegnato la seguivo di corsa per le strade di Napoli, che mai prima di allora avevo percorso. Riconoscevo i luoghi e Cristina correva, correva ed era felice. Ora eravamo in un bosco di castagni, sul retro di una chiesa e udivo il suono della sua voce: "Il mio amore è qui, in questo convento..." e continuava a parlare, ma come in precedenza, senza suono era la sua voce. Giocava a nascondino tra gli alberi ed io avevo riacquistato le forze; la rincorrevo ed anch'io ero felice e ridevo, ridevo... Lei inciampava, cadeva e subito ero in suo aiuto. Non soffriva per la dolorosa caduta, ma rideva e mi tendeva le braccia. E l'abbraccio non finiva più.

    Un passeggero gentile mi sollevò da terra, dove ero caduto per la frenata brusca del treno.

- Dove siamo? - Domandai, guardando fuori del finestrino.

- Ancora a Tufara. Fra poco saremo in stazione.

- Tufara?! Ci sono stato a Tufara. Sono stato ospite di un compagno di scuola.

- Ti è piaciuta?- Non lo so. Il paese non lo conosco. Il mio amico abita lassù. - dissi, mentre il treno si fermava in stazione. - Pensi, i genitori del mio amico non mi avevano mai visto prima, eppure mi accolsero in un modo così affettuoso da farmi sentire uno della famiglia. Carmine, il mio amico, non aveva detto niente della nostra visita, perciò non avevamo trovato nessuno ad attenderci.

    Cominciammo a salire per quella stradina bianca e sassosa, la vede? Eravamo appena ad un quarto della salita che una donna dal viso tondo e ridente, tese le braccia meravigliata e felice.

- E' mia madre. - La madre emise un grido che esternava tutta la felicità e la gioia pura di tutte le mamme del mondo:

- Peppì, vedi chi è venuto? - rivolta al marito - E' venuto Carmine.

    Un uomo scalzo, con una camicia che una volta era stata di colore rosso e i calzoni ripiegati alla caviglia, lasciò cadere la zappa e con in mano un topolino ancora vivo, ci corse incontro porgendoci quel topolino con allegria fanciullesca. Lo sguardo emanava luce radiosa e genuina come la terra che stava lavorando.

- Figlio mio! Che tu sia benedetto e grazie per questo amico che hai portato con te. Mi dispiace non poter stare subito con voi, ma capirete, voi potete aspettare, le patate sono mature e tentano di marcire. - Sorrise. Un uomo soddisfatto di sé, insomma.

- Perché l'hai messa? - Chiese la donna - Lo sai che dispiace a papà!

    La cosa che dispiaceva al papà di Carmine era una catenina d'oro che terminava con una medaglia su cui era raffigurata un'immagine sacra, che questi portava al collo. Guardai interrogativamente ora l'uno ora l'altra, ma non ebbi risposta. Poi salimmo nel campo dove Peppino zappava e gli facemmo compagnia.

    A mezzogiorno, conobbi il resto della famiglia: due perle di ragazze, Antonia e Gemma. Il pranzo era in tavola e nessuno si decideva a mangiare. Mi accorsi che un velo d'imbarazzo stava avvolgendo tutti, ma non feci niente perché si dissolvesse.

- Mbèh!? - Esplose don Peppino, con un sorriso. - Ti chiediamo scusa, andiamo di là a pregare.

- A... pregare?! Perché non lo fate qui? Anch'io prego prima di mangiare.

    Oh! L'estasi di quei volti, il rapimento di quegli sguardi, il fervore di quelle parole, la sincerità della preghiera, mi turbarono. Mai nessuno prima, avevo visto pregare con tanta sincerità, con tanto trasporto. Come poteva quell'uomo, che era stato nel campo dall'alba a zappare; e quella donna, curva a raccogliere le patate che il marito estraeva dalla terra; e Antonia, che fino allora aveva battuto le fave secche; e Gemma, che si era diviso il compito tra campo e casa, pregare con tanto fervore e sentire dentro, tanta riposante freschezza e serenità? Dio, quanto fa bene la fede!
    Domande e domande mulinavano nel cervello, ma non ne formulai una.

    Una domanda mi salì spontanea alle labbra la rivolsi al mio occasionale compagno di viaggio:

- Che differenza passa, secondo lei, tra gli abitanti di città e quelli della campagna?

- Gli abitanti di città sono smaliziati e hanno voluto perdere Dio perché non hanno più il tempo di pensare; i contadini vivono ancora liberamente e con naturalezza perciò Dio non lo perdono, anzi lo riacquistano ogni giorno di più: sono a stretto contatto con lui!

    Dopo questa secca risposta, tra noi cadde il silenzio, rotto dallo stridio dei freni: eravamo giunti a Napoli.

* * *

    Trovai una pensioncina nei pressi della Pignasecca. La padrona mi aveva detto che affittava solo a studenti ma, da quando un ragazzo si era buttato giù dal balcone, rifuggivano quella casa e per questo era stata costretta ad affittare a pensione e ci rimetteva.

    In quel momento, l'appartamento di dodici stanze era occupato da quattro ospiti, me compreso, una cameriera e lei, la padrona. Due erano studenti, un veterinario.

- Quanti giorni ti tratterrai? - chiese mentre mangiavo. Parlando aveva scoperto che ero figlio di una sua amica e decise che sarei potuto rimanere tutto il tempo che avrei voluto. - Saperti figlio di Gioia, mi riempie di felicità perché è come se fossi tornata indietro nel tempo.

    Poi parlò a lungo della fanciullezza sua e di mia madre. Erano ricordi tristi e lieti. Mi accompagnò in una cameretta ricavata dall'ingresso ampio, cinta da una parete divisoria in legno, con una porta senza chiave.

    Dormivo stancamente quando avvertii che qualcuno mi scuoteva e prima di aprire gli occhi, una voce mai dimenticata chiese:
- Posso infilarmi nel tuo letto? Fa freddo e devo parlarti.

- Che aspetti?! Che fai qui?... cioè nella mia camera?

- Lavoro qui, non lo sapevi?

- Dove sei stata 'stasera? Abbiamo parlato tanto io e la signora Carmela, ma non ti ho visto.

- Ero qui. - Stringendosi forte contro il corpo. - Ero nella camera di Pietro. Pietro è lo studente di medicina. Mi dà lezione d'italiano e di... anatomia.
- Di... anatomia?! A che ti serve? Studi? - Le domande cadevano sulla sua pelle come una doccia d'aria.

- Non parliamo di questo. - Mi fece una carezza - Parliamo di noi. Sono contenta di vederti. Che cosa hai fatto in questo tempo? Mi hai pensato qualche volta?

- Se ti ho pensato qualche volta? Sempre. Ogni attimo della mia esistenza, ti ho pensato. Da quando t'incontrai nella villa comunale di Benevento, non ho fatto altro. Oh, Cristina! Perché non hai scritto? Che gioia averti ritrovata! Non speravo neppure di trovarti così presto! La vita non poteva farmi dono più bello.

    Lei non parlò, si strinse a me con più passione. La sentii tremare come una foglia.

    Restammo muti, stretti l'una all'altro, bisognosi di calore e di... protezione, come due pulcini che hanno perduto la chioccia.

    Non mi posi domande, Cristina era con me, in braccio a me e muta accarezzava il corpo che, sotto le sue carezze, fremeva come percorso dalla corrente elettrica. L'alba ci trovò svegli. Lei si scosse.

- E' tardi. - Disse.- Ora vado... - Mi guardò come a un santo ed esclamò - Non partire. Se mi vuoi bene non andartene, mi sei caro.

    Nello sguardo lessi l'angoscia: ebbi paura. Lei mi baciò sulla bocca: il mio primo, vero bacio d'amore.

    Quella sera, molto presto ero già a letto e le ore... Com'erano eterne!...

    Mi ero alzato a mezzogiorno e dopo colazione ero uscito per la città, bussando ad ogni negozio per trovare lavoro. Una ferma decisione era nata: non sarei più tornato al paese. Ero in una casa dove viveva anche Cristina e questa volta non mi sarebbe sfuggita: l'amavo! Lo credetti fermamente. Ora, sotto le lenzuola, mi passavo la lingua sulle labbra per assaporare ancora il bacio che mi aveva dato, gustando fino in fondo tutta la gioia e il piacere del mattino.

    Era una serata serena: limpida sera d'inverno! La luna inargentava il palazzo di fronte, mettendo a nudo la decadenza e l'abbandono. Scesi dal letto, aprii le imposte interamente e la pioggia di luna riempì la camera.

    Guardai in strada, all'angolo della via un mazzo di rose sormontava un mucchio d'immondizia. Provai una stretta al cuore!

    Ritornai a letto e pensai a Cristina. Perché la sera prima era entrata nel mio letto? Questo pensiero svegliava una profonda tristezza che mi attanagliava l'anima.

    Se fosse venuta, che cosa avrei fatto? Come mi sarei comportato? Questi pensieri mi avvolsero in un caldo insopportabile, che mi toglieva il respiro. Rimasi nudo come un verme. E tutti i miei sogni? Cristina avvolta in una nube di tulle bianco, con una corona di fiori d'arancio; la chiesa invasa di garofani bianchi e tutti, parenti e invitati commossi? La luna di miele in un albergo di Amalfi, con la finestra sul mare, si dissolvevano?
    Mi rivestii.   

    La porta si aprì lentamente e lei entrò. Avvolta in una camicia di organza rosa, era in piedi nello specchio di luce fredda che la luna rifletteva sul pavimento, attraverso la finestra, il respiro calmo. Sorrideva e i suoi occhi di cielo brillavano di passione. Scesi dal letto, come mi trovavo: la maglietta infilata al collo penzoloni sulle spalle. Le andai vicino, la baciai dolcemente sulle labbra. Feci cadere la camicia dalle spalle che, scivolando sul corpo, sembrò emettere un suono dolce e musicale: a me parve una sinfonia di Beethoven. Non mi stancavo di guardarla. Com'era bella! Sembrava una statua vivificata, nel chiaro di luna.

    Caddi a sedere sul letto rapito da tanta bellezza, turbato dal tremore convulso del corpo. Si avvicinò, risfilò la maglietta e prendendomi il volto fra le mani mi baciò con trasporto. Caddi supino sul letto, lei mi fu sopra. Il corpo premeva sul mio che non tremava più, mentre le sue mani mi accarezzavano voluttuosamente. L'abbracciai stringendola forte e presi l'iniziativa.

* * *

    Avevo trovato lavoro ed ero rimasto a Napoli. Era febbraio e Pasqua quell'anno venne presto, troppo presto. Erano passati solo quarantacinque giorni e ci separavamo: lei andava da sua madre, io dai miei.

    Dopo quattro giorni ero già di ritorno, ma attesi invano il suo. Il pensiero di lei non mi dava pace. Una sera, a tavola, la signora Carmela e il veterinario parlavano di Cristina...

- No. Non è il rimorso che non la fa ritornare. - Diceva la signora Carmela - Se così fosse stato, sarebbe andata via subito.

- E' stata sempre una ragazza enigmatica. In tanto tempo non ero riuscito a capirla. La vedevo di mattino, uscire dalla stanza di Carlo, ero contento perché credevo fossero innamorati, poi... il fattaccio. Perché Carlo si uccise?

- A dire la verità... in un primo momento pensai che fosse per la scuola. Poi mi diceste che flirtavano e credetti cose terribili. Ero responsabile della ragazza di fronte alla madre, perciò fui ben felice di avere la certezza della sua innocenza.

- Non capisco perché passava la notte con Carlo? - Incalzava il veterinario. - Non vorrà dirmi che... stavano tutta la notte a parlare?

- Cristina era fatta così, dottore. Amava la compagnia, specialmente di notte; le piaceva passarla in compagnia di uomini. Forse l'eccitava il fatto di stare in un letto con un uomo, forse per sentirsi semplicemente protetta. Scommetto che anche con te è stato così, vero Enzo? - Mi domandò la signora, a bruciapelo.

    Rimasi con la risposta sulle labbra, perché entrò Pietro, lo studente in medicina che, mentre la signora Carmela gli preparava il piatto, chiese al veterinario:

- Scommetto che state parlando di Cristina?

- Sì. Si stava cercando di capire perché non ritorna.

- Caro dottore - disse Pietro - Cristina non ritorna perché non vuole, se è questo che volete sapere. Vedete... Cristina... credo di averla conosciuta bene, e l'ho capita. Parlavamo molto, noi due. E se non è ritornata, per il motivo che io credo, non rimpiango l'esame perduto a febbraio per aiutarla.

- Secondo voi, - domandò il veterinario, mentre la signora Carmela, dopo aver messo il piatto in tavola, si accingeva a sedere - Cristina quando è andata via per le feste pasquali già sapeva che non sarebbe ritornata?

- Non potrei giurarlo. Credo debba essere accaduto qualcosa, in questa casa, negli ultimi due mesi. Quando Carlo si ammazzò... Più esatto è dire che cadde dal balcone - riprese Pietro con tono calmo, tranquillo, ragionato - seppi da Cristina, com'era accaduto: Ella era come un pulcino, bisognoso di calore umano, ma è anche una donna e bella per giunta. A parer mio, questo e solo questo è il suo peccato. Si era innamorata di un ragazzo, molto più giovane di lei. L'aveva conosciuto nella villa comunale di Benevento e frequentava Carlo perché le aveva detto di conoscerlo. Non ho mai saputo il nome di quel ragazzo. Carlo era innamorato di Cristina e non sopportava che lei parlasse, sempre ed esclusivamente, di lui. Poi prese a ricattarla, voleva soddisfazioni sessuali, la ragazza aveva paura, non andò più. Quella sera - continuava Pietro, con un groppo alla gola che faceva uscire la voce gutturale - minacciò di uccidersi se non si fosse data a lui, ma Cristina non gli credette. Non era la prima volta che lo diceva. Cristina le rise in faccia. Lui aveva scavalcato la balaustra del balcone, mentre era penzoloni disse:

- Se non ti spogli e ti metti nel mio letto, giuro che mi butto...

- Se proprio ci tiene - aveva risposto Cristina - buttati.

    Carlo vista inutile la sua minaccia, si era arreso e stava risalendo quando gli mancarono le forze e cadde in un tonfo sordo.

    Un profondo silenzio aveva accolto il finale del racconto, un silenzio... Fu ancora Pietro, dopo una pausa che sembrò interminabile, a parlare con un'amara riflessione.

- Questa è la vera storia di Carlo e Cristina. Lui un vigliacco fino all'ultimo, lei ingenua, ma ferma nella sua onesta volontà.

    Mi alzai di scatto e fuggii, scappai lontano, lontano...

* * *

- Ehi? Ti sei intronato? Va bene, riconosco che Cristina è bella come una dea, ma...

- Non è per questo.

    Era passato qualche attimo eppure in quegli istanti avevo rivisto il mio passato: vent'anni in pochi baleni!

- Come ti chiami veramente? - Domandai alla ragazza che Anna mi aveva presentato, mentre mi accendevo una sigaretta, per mostrare indifferenza. - Il nome vero e... il cognome. - Incalzai. Lei sorrise.

    Come se un tuono avesse annunciato il temporale ella non rise più. Mi guardava come volesse leggermi il pensiero. Anna guardava ora la ragazza, ora me, per capire.

- Te lo dirò il mio nome, a patto che risponderai con sincerità ad una mia domanda.

- Che cosa vuoi sapere?

- Perché se l'ami ancora tanto, non l'hai mai cercata?

- Chi te lo dice? Per vent'anni ho corso per il mondo, rincorrendola; e quando credevo di averla trovata ella spariva. Perché hai voluto vedermi? Per rinfacciarmi cosa?

- Non voglio rinfacciarti nulla! Ho letto i tuoi libri, tutti. So quanto l'ami e che ignoravi la mia esistenza. - Continuava a guardarmi, ed erano i miei stessi occhi che mi scrutavano dentro, come attraverso uno specchio. - Ho voluto incontrarti appena ho saputo che eri nello steso ufficio di Anna, per sapere se eri stato veramente sincero.

    Anna continuava a guardarci entrambi, con aria interrogativa.

- E' qui, con te? - Ansioso.

- Sì, ma non sarò io ha dirti dove.

- Sei cattiva.

- No. E' la mia piccola vendetta verso di lei, verso chi mi ha rubato diciannove anni!

- Chissà quanto ha sofferto!

- E' stato per orgoglio, stupido orgoglio! C'ero io, non aveva il diritto. E' un artista, diceva, non può legarsi, non può mettersi nella mente gli oneri di una famiglia, sarebbe la fine dei suoi sogni! Stupida donna!

- Però ha atteso. Ne sono certo. Non si è mai sposata, vero?

    Ero caduto a sedere, le gambe mi tremavano, il cuore esultava. Le due ragazze, ora, erano di fronte a me: Anna interrogativa, l'altra scrutava ogni mia reazione. Mi alzai dirigendomi al telefono, domandai ad Anna: "Vivete insieme?"

- Sì. - Rispose.

    Formai il numero e al pronto, dall'altro capo del filo... Al suono di quella voce mai scordata il cuore mi balzò in gola, mentre Ella diceva:
- Ti prego, Enzo. Non so come abbia fatto...

    Posai la cornetta del telefono senza aggiungere altro. Di corsa imboccai la porta dell'ufficio, una mano forte afferrò il mio braccio al volo, fermandomi.

- Papà!

- Devo, capisci? - Riuscii a mormorare. Tremavo tutto. Il mio corpo era scosso come dalle convulsioni. - Devo ripagarti degli anni di gioia perduti.
- Non puoi. Non potrai mai. - E sul mio petto pianse. Fra un singhiozzo e l'altro:

- Non hai mai avuto una figlia. Nell'attimo stesso che la trovi la perdi. Volevo farti soffrire. Ti ho creduto il solo responsabile delle nostre fughe notturne: mai un anno intero nella stessa città.

- Non parlare, amore mio. Il passato non esiste più!

- Oh, sì, papà! Non esisterà più, però, neanche il futuro, perché Enzina muore, papà!

- Lo sapevo il tuo nome. L'avevo immaginato, appena ho capito.

- Sarebbe stato meglio non avessi capito!

- Vieni, andiamo dalla mamma!

* * *

    Guidavo velocemente per giungere il più presto possibile. I pezzi del puzzle andavano al proprio posto e il quadro si completava. Mi aveva detto che si sarebbe sposata: era incinta. Poi c'era stata la visita di quel ragazzo.

- Papà! Hai sofferto tanto quando la mamma ti disse che si sarebbe sposata?

- Dovresti saperlo, visto che hai letto tutti i miei libri.

- L'ami ancora.

- Ho smesso mai?

- Non vorrei morire, papà! Sono felice.

- Quando giunge l'ora, tutti dobbiamo morire!

- Io ho diciannove anni!

- Mia figlia! - Pensai. E la mia immaginazione cominciò a cavalcare sui ricordi inseguendo a ritroso vent'anni di vita. Ma eravamo già arrivati.

    Frenai dolcemente, e, sempre con calma apparente, aprii la portiera dell'auto e la invitai a scendere. Non rispose. I bei capelli corvini discendevano sul sedile, la testa reclinata un po' sul lato sinistro; sulla bocca il sorriso beato degli angeli. Si era addormentata? Non volli svegliarla. La presi in braccio e lei mi si aggrappò al collo; mentre salivo i pochi scalini la porta si aprì di colpo.

- E'?... - Cristina mi guardava interrogativa, terrorizzata e angosciata insieme. La sua era una domanda incompleta. Gli occhi celesti si erano colmati di lacrime.

- Dorme. - Dissi. Lei sospirò di sollievo.

- Ho avuto paura. E' tanto malata!

- Guarirà, vedrai. Ma che male ha?

- Troppi stenti, troppe preoccupazioni.

- Si rimetterà, stai tranquilla.

    Eravamo nel vano della porta, come vent'anni prima. Cristina non diceva, entra ed io non me la sentivo ancora di imporre la mia presenza: ero scombussolato.

- Portami a letto. - Un sussurro, appena percettibile, all'orecchio. - Vedrai ti seguirà. E quando ti sarai liberato del mio corpo!...

- Piccola intrigante! Potresti anche scendere, adesso.

- Mi tieni così stretta, che a malapena riesco a respirare!

    Cristina mi venne vicino e senza parlare mi accarezzò il volto, poi scoppiò in singhiozzi e chiuse la porta.

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Reno Bromuro

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