Reno Bromuro

Aiscia

- Nervoso alla guida della "trappola" malandata e scoppiettante: una vecchia cinquecento che sembrava dovesse abbandonarlo da un momento all'altro. Aveva fatto tardi, tutto lo mandava in tilt, il traffico, i semafori, i vigili che, a lui sembrava, davano più spazio e libertà di circolazione agli automobilisti dell'altro incrocio; in ufficio chi sa che cosa stavano pensando, lui che era stato sempre puntuale e spesso giungeva in anticipo.

    Via Casilina gli sembrava un fiume in piena, che si ingrossava a dismisura all'incrocio con via dell'Aeroporto di Centocelle, straripando addirittura, nella discesa verso Torpignattara.

    La cinquecento ebbe un sussulto, fu allora che vide l'ombra di una mano col pollice alzato. Al semaforo si fermò e una figura, un bel volto (vide solo quello) illuminato da una sorriso aperto, puro, caldo come il sole primaverile.

- Vai verso la stazione? - Una voce melodiosa di oboe gli penetrò nell'anima. Le parole gli si erano strozzata in gola, meccanicamente tolse la sicura allo sportello; lei aprì subitamente, e prima che il semaforo ridiventasse verde era già seduta in macchina.

    Mille pensieri cominciarono a frullare nella mente di Saverio, come un frutto nel frullatore. Lui che non aveva mai preso a bordo nessuno e non per paura di una rapina (ne accadono tante in ogni momento della giornata e in tutti i luoghi), ma soltanto perché temeva di dover essere costretto a dire: "ecco, lo sapevo, mi ha lasciato. Mi dispiace, tenta con un altro". Questa volta però, il pensiero imperante non era che la vecchia "carretta" lo lasciasse, era una di quelle paure... "strizzanti". La ragazza non osava alzare la testa, si sentiva osservata, scrutata dagli occhi dell'uomo, nascosti dietro gli occhiali scuri.

- E' proprio un bel volto, - pensava l'uomo al volante - carnagione bruna, ma un bruno bruno, l'ovale del volto sembra essere stato scolpito apposta per essere appoggiato nell'incavo delle mie mani; gli occhi neri, scintillanti come un cielo in una sera d'estate, e puliti di ragazza ancora, brillano di luce profonda e intensa. - Senza dubbio, - concluse - è mulatta.

- Sono di Tripoli. - Disse improvvisamente la ragazza, come se avesse captato i pensieri del guidatore. - Ho fatto tardi, - continuò. - Alle otto avrei dovuto essere al lavoro...

- Che lavoro fai? - Interruppe l'uomo, e subito si rese conto della sua voce falsa ed ebbe paura di quella voce che non era la sua. Se la schiarì con un colpo di tosse e proseguì con naturalezza. - Fumi? - domandò.

- Sì, grazie. - Rispose la ragazza, continuando a sorridere.

    Saverio aveva già il pacchetto delle sigarette nella mano destra, mentre con la sinistra tentava di tenere la strada: tremava tutto.
    Fu allora, mentre faceva accendere la sigaretta alla ragazza che vide le due borse, una piccola e rigonfia sulle gambe di lei, l'altra di carta pesante, di quelle che danno i Supermercati per metterci la merce, afflosciata ai piedi.

- Certamente, nella borsetta sulle gambe c'è una pistola. - Pensò l'uomo, mentre fumava svogliatamente. - Sì, c'è una pistola; la stessa con la quale ha rapinato il tabaccaio, l'ho sentito al giornale radio, e il contenuto della borsa di carta è senz'altro il frutto della rapina. Adesso che ci penso, la borsa mi è sembrata abbastanza pesante...

- Attento! - Gridò la ragazza, interrompendo il ragionamento dell'uomo, appena in tempo perché non tamponasse una centoventisette rossa, ferma al semaforo.

- Là c'è un bar. - Fece improvvisamente lui, con voce apprensiva.        

    Voleva telefonare in ufficio, ma non lo disse. Aveva l'anima in tumulto: la voce della viltà gli suggeriva di fuggire, con una scusa qualsiasi; quella del cuore di rimanere accanto alla ragazza e godere la sua bellezza primitiva.

- Che ne diresti di prendere un caffè? - Domandò, contro la sua volontà.

- Oh sì! Grazie. - rispose con entusiasmo la morettina. E sorrideva, sorrideva. Quel sorriso lo annientava, gli toglieva ogni pensiero, non quelli, però, rivolti alla ragazza, che galleggiavano nel suo cervello come una boa; come se prima di allora, non ne avesse avuti mai altri. Parcheggiò l'automobile alla meglio, davanti al bar, e prima di scendere dall'auto chiese ancora:

- Dove lavori? Non me l'hai detto!

- A Montesacro. - Disse d'un fiato lei, e aggiunse - Mi ci accompagneresti?

- Certo, perché no? - Rispose di getto, senza pensarci. Telefono in ufficio che arrivo più tardi. All'uscita dal bar ebbe uno scatto di "stizza". La fiumana di metallo che saliva per via Casilina verso il centro di Roma, sembrava discendere per stagnare nella vallata di via di Torpignattara. Erano bastati solo pochi minuti: avevano bevuto un caffè e fatta una telefonata.

    Salirono in macchina e si trovarono al centro dell'ingorgo, attratti come da una calamita; era uno di quegli ingorghi che solo Roma è capace di creare, da un momento all'altro. La morettina aveva inforcato un paio di occhiali molto scuri che a lui non piacquero.

- Lascia che guardi i tuoi occhi.- Disse, facendo precedere il gesto alle parole.

- Sei svelto con le mani, eh? - Disse la fanciulla, divertita. - Non l'hai guardati abbastanza, i miei occhi? Che hanno di eccezionale? Sono come i tuoi, forse un po' più neri.

- Scusa.- Si schernì.- Scusa ancora. Mi vergogno di quello che ho fatto, non è nelle mie abitudini. E' la prima volta che faccio una cosa simile, ripetette due tre volte. Non l'ho mai fatto prima, che mi succede?

- Non è niente.- Disse lei, cercando di non fargli pesare quel gesto, di cancellare l'imbarazzo che gli velava lo sguardo vivo e onesto. L'uomo, per vincere il disagio, meccanicamente estrasse ancora una sigaretta e la offrì alla ragazza.

- Scusa, - diss'ella dopo aver preso la sigaretta, - non la fumo adesso, la conservo per dopo. - Sorrise. Quel sorriso confondeva l'uomo. - Mentre la fumerò - continuò - ricorderò la tua squisita gentilezza.

- Quanti anni hai? - Domandò -. Ma avrebbe voluto dire altre cose. E si sentì sciocco. Tuttavia continuò - Diciotto? - Ella sorrise ancora.

- Magari! - Esclamò. - Ne ho venticinque. - La voce le si era incrinata; l'uomo le fece una carezza, con una tenerezza!... per cancellare il velo di cavernosa tristezza che improvvisamente era sceso sul bel viso vellutato della "Moretta".

- Sembri una bambina. - Disse l'uomo con voce flautata, mentre si domandava perché, diceva e faceva cose che mai si sarebbe sognato di dire e di fare - hai una pelle serica... Che lavoro fai? - Domandò, per l'ennesima volta, dopo una pausa fatta di centomila pensieri e non tutti paurosi e non tutti casti.

    I flash, nella mente dell'uomo al volante, si susseguivano come sequenze cinematografiche, ma non si accavallavano: vedeva sé stesso e la ragazza come due studenti imberbi correre, in quel prato sconfinato e lussureggiante di verde, che si portava dentro dalla fanciullezza, incontro all'orizzonte. Oh, Dio! Si meravigliò, rendendosi conto di non sapere com'era fatto il corpo della ragazza; non ci aveva fatto caso, prima; doveva essere senz'altro perfetto, se aveva un volto tanto meraviglioso.

- La Baby-sitter. Guardo due bambini... - La voce di lei, improvvisa, aveva interrotto il corso dei pensieri dell'uomo. - di una signora che fa l'insegnante. Dovevo essere lì per le otto, - disse dispiaciuta per l'accaduto. - Sono stata sempre puntuale - aggiunse crucciata - ma stamattina la sveglia era... ferma.

- Sei sposata? Hai famiglia o vivi da sola, qui a Roma?

- Vivo con mia cognata. Mio padre ha fatto due case... si dice così, mi sembra. Morto lui, in una ci abita mio fratello con mia cognata e i loro cinque figli; l'altra, è chiusa in attesa che venga mia madre...

    La morettina parlava, parlava, parlava e l'uomo voleva sapere sempre di più. Iniziò una serie di domande alle quali la ragazza non disdegnava rispondere. Così seppe che la madre viveva ancora a Tripoli con altre tre sorelle e due fratelli, che lei non faceva la "baby-sitter", ma la bambinaia. - A questa precisazione della tripolina, risero entrambi, divertiti. Improvvisamente la risata fu spezzata dalla voce della stessa ragazza...
- Eccomi giunta. Grazie. - Aprì lo sportello, frettolosa, mentre parlava ancora. - Io mi chiamo Aiscia e tu?

- Saverio.

- Grazie Saverio. - E ancora sorrise. Quel sorriso lo faceva impazzire. - Sei stato squisitamente gentile.

- Potrò rivederti? - Chiese speranzoso.

- Certo. Vieni oggi pomeriggio, alle tre. No, alle quattro è meglio. - Prendendo la borsa, esclamò: - Quanto pesa! - e precisò - Tutti i giorni, metto da parte i soldi che risparmio: del tram, del caffè, del telefono... - ed estrasse dalla borsa di carta un'altra di cellofan, chiusa con un nodo alla cima, in cui erano, almeno venticinque chilogrammi di monetine: da cento, a cinque lire. - E' possibile cambiare in moneta di carta? - Domandò.

- Certamente - Rispose Saverio. - Ma adesso è tardi. Tanto ci vediamo oggi pomeriggio, e le cambieremo.

- Sì, oggi pomeriggio! - fece eco la ragazza, prima di chiudere lo sportello. Riprese la mano di Saverio nelle sue e aggiunse - Mi chiamo Aiscia, non dimenticare... - Lo sportello si richiuse e lei rimase sul marciapiede a sistemare le sue cose in quella grande borse di carta.

    Saverio la guardò a lungo, mentre le sistemava, e il cuore gli si strinse come un limone spremuto: la ragazza ferma sul marciapiedi sembrava un albero pendente da un lato, proprio come una delle tante palme della sua terra, piegate verso il mare, per le innumerevoli volte che vi si arrampicano per guardare oltre l'orizzonte, nella speranza di vedere il segno tangibile di altre orme venire all'approdo. Aiscia, pensò Saverio, avrebbe avuto un bellissimo corpo, se le fatiche non glielo avessero deformato. E la vide, in un lampo, ancora fanciulla incedere sotto il sole cocente, per chilometri e chilometri, con passo incerto sulla sabbia rovente, tenendo ben fermo, al centro della testa, un otre più grande di lei, pieno d'acqua.

    Mise in moto. E quando la ragazza fu all'altro lato della strada, partì. Pensando a come evitare ai bambini africani quelle fatiche che gli deformano il corpo, ancora acerbo. Ripensò che Aiscia aveva solo venticinque anni e pianse. Quando si rese conto che stava piangendo sui propri pensieri, accelerò.

    Mentre entrava in ufficio, pensò a quanto gli sarebbe piaciuto alleggerire il fardello di pena che Aiscia portava sulle spalle.

* * *

    Quella sera Saverio era contento, cantava come non faceva da tanto: finalmente aveva acquistato casa. Ci aveva impiegato dieci anni, ma c'era riuscito. Sì, era in una zona tagliata fuori, molto periferica e abbandonata a se stessa: i collegamenti con il centro erano stressanti, ma importante era avere finalmente una casa. Si era comprato anche una macchina nuova, con molta tristezza era stato costretto a dire addio alla sua cinquecento color scarlatto, che gli aveva fatto anche da dormitorio, in momenti di "grama eccessiva". La sera era calma, fredda ma serena, per questo aveva abbassato il finestrino e cantava a squarciagola.

    Per andare a casa doveva percorrere viale Palmiro Togliatti, sapeva che alle spalle del mattatoio posteggiano le passeggiatrici, ma ormai ci aveva fatto l'abitudine, però contro la sua volontà gli si serrò la bocca, come se una tenaglia avesse stretto la laringe. Per vincere il disagio che gli premeva anche il cuore, accese una sigaretta. Guardò alla sua sinistra e le vide: erano quattro ragazze, ferme come "quattro pali della luce elettrica". Bloccò l'auto di colpo. Quel corpo lo conosceva, ma non era possibile, Aiscia lavorava, viveva con la cognata, come diceva lei, con i nipoti; no, non era possibile.

    Non poté fare a meno di ricordare quel giorno di dieci anni prima. Era giunto all'appuntamento con Aiscia con cinque minuti di ritardo e non l'aveva trovata ad aspettarlo; forse, pensò allora, molte volte l'avevano fatta attendere inutilmente e se la prese con se stesso: non poteva fare altro. Poi era stato ripreso dal trantran quotidiano e tutto era stato dimenticato, almeno in apparenza; però, chissà perché, in ogni extracomunitaria vedeva lei, Aiscia, e spesso, la sera, si trovava a pensare a lei. Anche adesso?

- No, non può essere. - Si ripeté mentre fumava, e non si accorse neanche che aveva fatto una conversione a "U" per ritornare sui suoi passi. - Adesso chiamo il suo nome, voglio proprio vedere, devo sincerarmi che non è lei, altrimenti stanotte non dormo e domani ho il doppio turno. - Si disse ancora. E senza pensarci, chiamò: Aiscia, fermando l'auto. La donna dal corpo chinato da un lato, si avvicinò e disse:

- Centocinquantamila, in macchina e duecentomila a casa. Ce l'hai una casa, oppure preferisci la macchina?

    Saverio, si sentì svenire. Si fece forza, aprì lo sportello e fece salire la donna. Appena ella fu comodamente seduta, egli disse:

- Andiamo a casa mia, va bene?

- Allora duecentomila. - Disse decisa la donna. - Altrimenti scendo.

- Va bene, andiamo a casa mia. - Disse secco e partì a razzo.

- Quanta pace regna in questo quartiere! - Disse la donna appena scesa dall'auto. Si guardò intorno ammirando la linea sobria e giovanile della palazzina a tre piani, avvolta dal verde, come il corpo di un uomo da un abito dal taglio perfetto; corse, sventolando la borsetta, lungo il viale antistante la casa, illuminato a giorno. Intanto Saverio aveva aperto la porta e quando ella ritornò sui suoi passi, la prese gentilmente sotto braccio ed entrarono in casa.

    Quando Aiscia vide l'interno, ebbe un sussulto, come se il cuore le si fosse fermato; poi andò da una camera all'altra, senza permesso.

- E tu?... Con una casa come questa, vai a caccia di puttane? - Disse la donna, girando su se stessa come una trottola, ammirando con interesse ogni quadro, ogni ninnolo, ogni ricordo di viaggio.- Non ci posso credere! - Aggiunse, con un impercettibile tremore nella voce, ammirando una maschera appesa al muro.

- Perché proprio questa maschera e non un'altra?

- L'ho comprata in un viaggio che ho fatto a Mogadiscio.

- Ma perché proprio questa? - Domandò ancora la donna, con un tremore interno. Allora Saverio gli si mise davanti e la guardò fissa, scrutando ogni piccolo tratto del volto. Le prese le mani nelle sue e sentì che tremavano.

- Perché? - Chiese.

- Lo conosci il significato? - Chiese la donna. - Le vedi queste strisce bianche che solcano il volto? Hanno un solo significato!

- Quale? - Domando l'uomo e aggiunse - Io so che questa maschera ieratica, la usavano, forse la usano ancora, nei paesi guianei per impersonare gli spiriti o le divinità...

- D'accordo. - Disse la donna sbattendo il piede per terra con dissenso. - Ma questa significa morte, rappresenta la morte!

- Ma la morte di chi? - Domandò ridendo, Saverio. - La mia? La tua, o del tuo protettore?

- Non scherzare, - lo redarguì Aiscia...

- Vieni qui. - La prese per mano e la portò verso il divano.- Non essere sciocca!- Disse accarezzandola, e la sua mano era leggera più di una piuma. - Aiscia, la ricordi una mattina di dieci anni fa, una cinquecento che sbuffava lungo la salita della Casilina, da via Torpignattara a Ponte Casilino? - Domandò Saverio, ansioso di sapere.

- Tu?... Tu ... sei Saverio? - Chiese la donna ritraendosi col busto, per mettere a fuoco il volto dell'uomo.

- Allora, non mi sono sbagliato, anche tu ricordi?

    Sul volto della donna scese un pesante velo di tristezza, ma una tristezza infinita, che per opera di Saverio, dopo qualche secondo già era scomparsa. In quel momento Saverio decise ed espresse ad alta voce, la sua decisione.

- Tu rimani con me, vuoi? - Disse perentorio. - Non sei fatta per questa vita...

- Ma ci pensi alle conseguenze?

- Le conseguenze? Quali conseguenze? Andremo dal tuo protettore e ti comprerò.

- No, no, no. Questo non lo puoi fare, non lo permetto, ti ucciderebbe.

- Ma tu, vuoi... rimanere con me?

- Mi piacerebbe, ma non è possibile. - Disse convinta Aiscia. Poi continuò. - Tu non lo sai, ma quella mattina che mi accompagnasti, la signora era già uscita ed io perdetti il lavoro. - l'uomo le chiuse la bocca con due dita.

- Non parlare, non importa, ormai è tutto passato! - La voce gli tremava in gola.

- Ma io voglio dirtelo, devi sapere...

- Zitta, è finita, Aiscia. - Disse Saverio stringendola al petto con tutto l'amore di cui era capace. - E' finita - ripeté. - Non ci pensare più. Sei ancora giovane, ti rifarai una vita con me, vedrai.

    Aiscia gli credette e mentre prometteva che non lo avrebbe lasciato se non con la morte, si strinse al suo petto con più calore di quello che aveva manifestato Saverio; però i suoi occhi fissi sulla maschera, si riempirono di lacrime.

    Una sera, si festeggiava il compleanno di Aiscia, mentre la donna preparava la cena, suonò il campanello e Saverio andò alla porta ancora sorridendo: era felice. Era tornato da poco dal lavoro e Aiscia lo aveva accolto col solito calore con cui lo accoglieva da quindici giorni. Davanti a lui, tre uomini di colore, due grandi e grossi, dal volto arcigno e cattivo e uno piccolo, "mingherlino", che lo spinsero in malo modo in casa e chiusero con forza la porta.

- Amore, chi è Vittoria? - Domandò ad alta voce Aiscia.

    A risponderle fu l'ingresso dei tre uomini, come una catapulta. Quello "mingherlino" l'afferrò per un braccio e la sbatté contro la parete della cucina.

- No! Lui non c'entra. - Gridò la donna mettendo entrambe le mani dietro la testa, come per fermare la girandola che le frullava dentro dopo il colpo al muro.

- Lui non m'interessa. - Disse il "mingherlino", con un ghigno da far gelare il sangue nelle vene. - Lui mi darà sette milioni e mezzo, non voglio altro: la paga dei quindici giorni che ti ha "sfruttata". Mezzo milione al giorno è una cifra ragionevole, onesta, non ti pare, ladro di donne altrui? Se poi la vuoi ancora, la tariffa è sempre di mezzo milione al giorno.

- Non ti do una lira. - Disse con forza Saverio. - Anzi, se non uscite presto da casa nostra, chiamo la polizia e vi faccio ritornare da dove siete venuti. - Che volete fare? Andate via da soli o con la polizia?

    I tre uomini stavano per scattare e saltargli addosso, ma fulminea apparve, nella mano di Saverio una pistola; ma gli uomini, incuranti dell'arma, gli piombarono addosso e lo disarmarono. Fu allora che il "mingherlino" dal volto arcigno, con la stessa pistola di Saverio, lo minacciò:

- I soldi, voglio i soldi che mi devi - disse. - E dammeli subito se non vuoi finire male tu e questa mezza figura di donna.

    Accadde tutto in un lampo. Saverio scattò in avanti, gli altri cominciarono a picchiarlo sistematicamente. Aiscia, si interpose per evitare che l'unico uomo, veramente umano che aveva incontrato nella sua vita, subisse. Diede un morso sulla mano armata del "mingherlino" dalla faccia arcigna, il quale nel contrarla fece partire un colpo che s'infilò al petto della donna, che cadde in un lago di sangue. Alla vista del sangue i tre uomini di colore scomparvero a razzo.

    Saverio si guardò intorno allibito. Non credeva, non voleva credere a quello che vedeva: Aiscia, tra la porta della cucina e il piccolo ingresso, in una pozza di sangue. Scivolò lungo la parete, come un rivolo d'acqua lungo la roccia.

    Per tutta la notte, aveva visto davanti agli occhi la sua pistola: la "sua" e non quella di un altro, per terra, allo stesso punto dove l'aveva lasciata cadere l'assassino.

    Mentre i primi bagliori dell'alba filtravano dalle fessure, si alzò. Si appoggiò all'infisso della porta, che separa la cucina dal resto della casa, e considerò la sua situazione, quella di Aiscia, quella del mingherlino dalla faccia arcigna e ne convenne che nessuno aveva colpa dell'accaduto; che forse tutto quanto si doveva attribuire ai lunghi anni di schiavitù della razza negra. I negri allora sradicati dalla loro terra, hanno sviluppato negativamente il nuovo stato di libertà e rispondono con un odio che trova le sue ragioni nella triste condizione in cui sono costretti a vivere. E' la loro falsità, la loro pigrizia, la loro imprevedibilità e il loro attaccamento alla prostituzione, li fa vivere cinicamente, fuori della società ordinata e democratica.

    Questa violenza contro il mondo e la società, è viva specialmente nei giovani, stanchi di elemosinare quello che loro spetta di diritto; se lo prendono con la forza, anche usando la prostituzione come mezzo per averlo. Non capiscono che proprio questo comportamento li spersonalizza e li relega fuori della società.

    Accese una sigaretta, e si meravigliò di non aver fumato, tutta la notte; si avvicinò al telefono e chiamò la polizia.

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Reno Bromuro

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