LA GIOIA DI SELENE

Contò trentaquattro vasi di ciclamini bianchi in fiore sui balconi dell’ultimo piano di quel palazzo giallo che aveva di fronte.

Al primo piano ospitava una nota Maison di moda, come i palazzi vicini d’altronde. La perfetta simmetria di quella costruzione con le persiane aperte e tende ricche a tutte le finestre era spezzata solo da quell’unica finestra aperta al terzo piano cui era affacciato un uomo.

Chissà se era innamorato, se era felice, si chiese Selene.

Era triste Selene quel giorno: cos’era quella voglia di piangere che la assalì all’improvviso?

Era il suo giorno quello, il giorno che dedicava a se stessa, il giorno in cui prendeva il treno alla stazione vicina al suo paese e veniva qui in questa che per lei era la piazza più bella del mondo; era sola, sola con la sua musica.

Quei brani ascoltati dieci, cento mille volte in un giorno e non era mai stufa, erano suoi da tanto, appartenevano oramai alla sua anima. In ogni canzone c’era il ricordo di un attimo.

C’era quella con cui ballavano e anche oggi, nonostante la tristezza, i piedi cominciavano a muoversi da soli sebbene fosse seduta ai bordi di quell’aiuola con le prime pratoline in fiore; le parole scorrevano senza indugiare un attimo; ogni minima inflessione, ogni cambio di nota era lì impresso nella mente.

C’era quella in cui Lui le disse d’essere respiro nelle sue preghiere e amore della sua vita; era il giorno del suo compleanno quando glielo disse e lei ricordava ancora oggi il brivido e l’emozione che provò in quel momento; emozione che si ripresentava ad ogni parola della canzone ogni volta che la riascoltava.

C’erano quelle delle coccole e poi la più bella di tutte: "Questa è la canzone che mi fa sentire Te dentro di me, che mi fa sentire il tuo profumo, che mi da emozioni e sensazioni sempre nuove e diverse ogni volta che l’ascolto", era così che le diceva Lui e Selene viveva di queste parole, le facevano andare il cuore a mille ogni volta.

Si fermò un attimo su questi suoi pensieri e la tristezza mista ad emozione, amore e calore la pervase come un’onda da cui non si volle sottrarre.

Sembravano tutti innamorati quel giorno assolato di inizio primavera in quella piazza ….la più bella del mondo. La bancarella che vendeva fiori d’ogni sorta, in un angolo della piazza, era meta pressoché costante di gente d’ogni età, d’ogni colore e d’ogni estrazione sociale e la gestualità allegra e spensierata di quelle persone le fece sentire ancor di più il bisogno di dare libero sfogo alle sue lacrime. Si regalò un fiore, deve essere rosso, si disse, come il colore della passione e dell’amore; scelse una gerbera che appuntò nei capelli.

Riprese a camminare in quella piazza gremita di gente; era strano vedere come tutto si muovesse ad una velocità diversa quando era con la sua musica che sparava direttamente nelle sue orecchie.

Tutto aveva un movimento proprio: ogni persona aveva una diversa velocità o forse era lei a distaccarsi da quelli che erano i normali parametri di riferimento?

…normali parametri di riferimento…. La parola stessa la fece sorridere fra se: cos’era normale e quand’è che qualcuno o qualcosa smetteva d’essere considerato tale? Che sciocca che sono, si disse, questo sarà uno dei dubbi amletici cui, molto probabilmente, nessuno mai riuscirà a dare una risposta convincente.

Il sole aveva lasciato il posto ad una nuvola capricciosa e la tiepida aria era stata sostituita da un vento gelido; sentiva freddo, cominciava ormai a piovere, ma non aveva né la forza, né la voglia né tanto meno l’intenzione di andare via di lì. Sorrise ad un bimbo che passava davanti a lei e che la osservava incuriosito…..devo proprio essere uno straccio, pensò e quando da lontano sentì il bimbo chiedere: "Mamma, ma perché quella signora piange?" sentì il cuore che le si stringeva nel petto, inforcò i suoi occhiali neri e si mescolò finalmente alla disordinata folla della metropolitana. Lì nessuno avrebbe badato a lei, lì sarebbe stata una goccia in un mare. Aveva abbastanza tempo sicché decise di aspettare il convoglio successivo: non le andava di stare pigiata in quel parapiglia, nulla andava fatto in fretta quel giorno, quella la lasciava agli altri.

Arrivò in stazione con abbondante anticipo sulla partenza del suo treno, avrebbe fatto una capatina in libreria e di sicuro si sarebbe lasciata tentare ancora da quel giochino che tanto la divertiva: avrebbe preso un libro di cui le piaceva il titolo o che magari aveva già letto e l’avrebbe aperto a caso. Girò brevemente fra quegli scaffali e la sua attenzione venne catturata da "Il profeta" di Gibran, era uno di quei libri da tenere sempre a portata di mano e da rileggere di tanto in tanto.

Aprì a caso e lesse: ... la vostra gioia non è che il vostro dolore senza maschera... più profondamente scava il dolore nel vostro essere, e più è la gioia che potete contenere... insieme giungono, e quando l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme nel vostro letto. in verità siete sospesi come bilance tra la gioia in voi e il dolore. Solo se siete vuoti restate immobili e in equilibrio….".

Quelle parole le risollevarono l’animo e sorrise contenta e misurò con cura quelle parole e le soppesò e le assimilò cercando di farle sue, lesse e rilesse un paio di volte quelle frasi e le ripassò a mente. Chiuse il libro ed uscì dalla libreria. Affrettò il passo verso il binario 2 mancava poco alla partenza del suo treno; giusto in quel momento un suono familiare attirò la sua attenzione: era il suo cellulare che la distoglieva dai suoi pensieri. Il cuore ebbe un sobbalzo e rispose con voce tremula, sapeva chi era anche se non osava più sperare in una telefonata. "Pronto..." sentì una voce calda che la fece tremare e che la carezzava mentre diceva: " Buon S. Valentino amore mio….".

La gioia che il suo cuore conteneva in quel momento era immensa e non c’era più traccia della tristezza di quella mattina……nella piazza più bella del mondo….

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Maria

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