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La regina del Volterraio
Già alla mia prima
vacanza all’Elba con arrivo nella baia di Portoferraio, ero
stato inspiegabilmente attratto dai ruderi visibili sulla cima
del Volterraio.
Appassionato da
sempre di castelli, fortezze e ruderi pieni di storia, mi ero
ripromesso di compiere una gita in loco specialmente perché
nessuno mi aveva mai spiegato come raggiungervi, che una
strada carrozzabile mi avrebbe consentito di arrivarvi nei
pressi ma che, quei pressi si sarebbero rivelati impegnativi
al massimo.
Dopo aver invano
cercato chi volesse accompagnarmi e saputo in albergo che si
trattava di un luogo abbastanza frequentato, mi ero sentito
tranquillizzato infatti, alla mia “tenera” età, non sarebbe
stata da scartare a priori la possibilità di una caduta o di
una storta con la conseguente difficoltà di raggiungere l’auto
ecc.,ecc.
Ero partito a metà
di una di quelle mattinate che invitano maggiormente al fresco
di un bosco piuttosto che a una gita di quella fatta, avevo
anche accettato da mia moglie il telefono portatile che, di
solito, non faceva parte del mio equipaggiamento e, percorso
il tratto da Naregno al bivio di Mola, avevo svoltato
decisamente a destra immettendomi nel traffico verso Porto
Azzurro.
Fortunatamente
avevo trovato poco traffico nell’abitato e mi ero ritrovato,
in breve, oltre l’abitato sulla salita tante volte percorsa
verso Rio Marina affrontando poi il percorso a curve, salite e
discese tra macchia mediterranea, scorci di mare, abitazioni
isolate tra coltivi e oliveti invidiando i fortunati che
avevano potuto assicurarsi quei paradisi.
Avevo superato la
decina di chilometri tra Porto Azzurro e Rio nell’Elba e,
prima di entrare nel suo abitato, avevo intrapreso la scalata
dei tornanti già percorsi l’estate precedente per raggiungere
un antico monastero abbandonato e trasformato in pinacoteca ed
erbario; ricordavo il faticoso camminare sotto un sole cocente
per coprire quei tre o quattrocento metri dal punto in cui
avevo posteggiato l’auto e la delusione provata in quella
trasformazione dell’antico romitorio.
Ero quasi arrivato
al colle al di là del quale si sarebbe aperto al mio sguardo
uno dei magnifici panorami che sa offrire l’Elba: la sua costa
occidentale con Portoferraio e tanto mare, coste lontane e
forse Capraia.
Posteggiata l’auto
presso altre due e tranquillizzato dallo scoprire che non ero
solo, avevo volto lo sguardo verso la sagoma del castello,
comprendendo quanto poco obiettiva fosse stata l’asserzione
che esso si trovasse nei pressi della strada infatti, oltre
che ad una salita abbastanza lunga che, con il sole ormai
quasi al massimo del suo fulgore, si presentava
inaffrontabile, erano stati demoralizzanti i pareri espressi
da chi aveva compiuto la visita e stava scendendo e, sperando
in una risposta negativa che infatti mi era stata data, avevo
chiesto se era rimasto ancora qualcuno tra i ruderi, un’altra
comitiva o qualche persona sola.
Mentre i turisti
salivano in auto per raggiungere la spiaggia avevo udito i
loro commenti e i loro propositi di andare a buttarsi in mare
per trovare refrigerio ma ciò nonostante mi ero inoltrato sul
sentiero e, mettendo letteralmente un passo dietro l’altro,
ero andato via via programmando il momento in cui mi sarei
fermato definitivamente.
Avanzando a capo
chino avevo osservato che l’erba secca era così diversa da
quella delle nostre montagne cercando di non pensare al caldo
opprimente e al sole i raggi del quale cercavano di trapanarmi
il cervello attraverso il cappellino.
Giunto in un punto
nel quale la salita diventava ancora maggiormente impegnativa,
avevo deciso che era giunto il momento di sostare e di tornare
indietro in quel mare, dalle acque del quale, la pigrizia e un
certo senso di pudore nel dover esporre il mio pancione, mi
aveva sempre tenuto lontano.
Alzando gli occhi
ero rimasto trasecolato infatti, davanti a me, in luogo dei
ruderi che mi ero atteso di vedere, c’era un’acropoli etrusca
intatta come se fosse stata lì da sempre e alcune figure
avvolte in manti bianchissimi si aggiravano attorno ad un
tempio sito nella parte più elevata.
Seduto su di un
sasso con il capo tra le mani avevo provato una specie di
stordimento nel sentire una voce di donna mormorare il mio
nome da molto vicino, aveva un tono dolce e vellutato:
“Guido…...” Sollevato lo sguardo avevo scorto il lembo di una
tunica foggia poi dei piedi con calzari dorati e, alzando
decisamente il capo, una figura di giovane donna con un
mazzetto di spighe di lavanda tra le mani.
Riccioli biondi
ricadevano liberi intorno al suo capo e il bel viso privo di
trucco era illuminato da un sorriso accattivante che mi aveva
messo a mio agio nonostante la situazione incredibile nella
quale ero venuto a trovarmi.
Forse i miei occhi
avevano espresso una domanda perché ella aveva risposto: “Sei
stupito mortale? Pensa quale fortuna hai avuto nel restare
solo in questo posto, sì perchè ti è stato concesso di tornare
per un momento al passato, un passato molto remoto nel quale
l’isola era quasi totalmente disabitata da esseri umani e qui,
sul Volterraio, esisteva l’acropoli che tu vedi, costruita
dalla nostra regina Ilva quella stessa dal cui nome avrebbero
tratto quello attuale di Elba.
” Preso coraggio le
avevo domandato: “Ma e quel castello che appare in tutte le
cartoline? Cioè, scusami volevo dire i ruderi di quel
castello…..”
“Ma è semplice,
nell’undicesimo secolo quindi dopo secoli e secoli che noi
Etruschi eravamo scomparsi dall’isola e che la nostra acropoli
era caduta in rovina, i Pisani la conquistarono e costruirono
una rocca usando i ruderi delle nostre costruzioni, la rocca
della quale resta soltanto il ricordo che ora tu vedi…..”
La voce,
pronunciando queste ultime parole, si era fatta sempre più
inintelligibile come se la donna stesse allontanandosi ed io,
voltandomi, mi ero accorto di essere solo, sulla cima del
Volterraio, in una nube rossastra fluttuante, l’acropoli
etrusca aveva cominciato a dissolversi poi, una ventata, aveva
spazzato via la nuvola e soltanto i ruderi della fortezza
pisana erano tornati a sfidare il vento e il tempo.
Raggiunta l’auto mi
ero voltato ancora una volta verso la cima poi, deposto un
bacio sul palmo della mano, lo avevo soffiato verso il cielo
sorridendo.


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