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La legge dei tre cinghiali
La proliferazione
esuberante dei cinghiali stava diventando un incubo sia per
l’amministrazione isolana che per i gestori dei campeggi e di
impianti ricettivi lontani dalle strade di maggior traffico.
Aggirata la legge
che impedisce la caccia nei parchi naturali, si dovette
trovare un espediente per invogliare i cacciatori locali
abbastanza restii ad assumersi l’incarico di ridurre i
selvatici ad un numero maggiormente accettabile si permise
perciò, con le dovute cautele, la caccia al cinghiale anche ai
turisti trovando piena rispondenza specialmente da parte di
coloro che, obbligati dalle mogli ad una vacanza al mare,
avrebbero trovato un divertente diversivo da opporre alle
lunghe ore in spiaggia a cuocere ascoltando i discorsi più o
meno interessanti dei vicini d’ombrellone.
Nonostante che
Roberto fosse amante del mare, fu facile a Mino destare in lui
lo spirito del cacciatore e poi avrebbe potuto fare l’uno e
l’altro scegliendo le ore maggiormente adatte da dedicare
all’una o all’altra cosa.
Detto fatto, si
presentarono dove indicava il bando con il loro permesso di
caccia ma senza alcuna arma propria e dovettero scegliere fra
quelle all’uopo messe a disposizione dagli organizzatori.
Fu loro assegnata
la zona di Monte Calamita e ascoltarono attentamente le
normative di sicurezza atte a non creare pericolo ad abitanti
e turisti infatti, salvo che per la sua parte culminante
deserta, esistevano un villaggio turistico, un camping, alcune
abitazioni isolate e, come ebbero modo di vedere fin dal primo
giorno, strade e sentirei in terra battuta adatti alle
passeggiate a cavallo quindi avrebbero dovuto prestare
particolare attenzione.
Tra le regole era
previsto che non si potessero accendere fuochi e che, per
venire in possesso del cinghiale ucciso, se ne dovevano
consegnare tre e questo non impressionò per niente i due amici
tanto che, la mattina successiva sul far del giorno, partirono
in auto dall’albergo per raggiungere la parte superiore del
monte.
Lasciarono l’auto
sul ciglio della strada e si avviarono verso il bosco
l’interno del quale era freddo così al riparo dei raggi del
sole.
Roberto non era
molto contento dell’arma che gli era stata assegnata e
rimpiangeva le sue mentre Mino cercava di volgere la
situazione al ridicolo riuscendoci abbastanza, ispezionarono
il boschetto palmo a palmo senza trovare alcuna traccia di
cinghiale quindi, tornati verso l’auto, si fermarono a
commentare quella battuta a vuoto e, mentre appoggiati alla
fiancata scrutavano all’intorno, sentirono uno strano
calpestio al di là della Opel e si volsero insieme appoggiando
i fucili sul tetto: un grosso cinghiale stava guatando i loro
corpi attraverso i vetri dei finestrini, stava in mezzo alla
strada intrepido e fermo evidenziando le piccole e pericolose
zanne.
Mino rabbrividì
ricordando il racconto di un cacciatore il quale aveva dovuto
ricucire il ventre del proprio cane aperto da un colpo di esse
inferto per difendersi dall’attacco di più cani.
Roberto con
maggiore senso pratico, fece fuoco colpendo la bestia tra
l’occhio e la parte nasale del muso.
L’animale scosse la
grossa testa diverse volte come se volesse cacciare la
pallottola poi si abbatté al suolo morto.
Inneggiando alla
loro prima vittoria e grati al destino che aveva concesso loro
una vittima presso l’auto, i due amici si avvicinarono e si
accorsero di aver ucciso una femmina gravida e il fatto li
preoccupò perchè non ricordavano se, tra le regole, c’era
anche il divieto di sparare a femmine gravide o meno.
Roberto decise che
ciò non era stato specificato e, estratto il coltello da
caccia, lo cacciò tra le gambe dell’animale morto aprendogli
l’addome ed estraendone viscere e cinghialino già pronto a
nascere.
Seppelliti gli
intestini e trattenuti soltanto cuore e fegato, Mino si prese
cura del neonato pulendogli il pelo con una pelle di daino
presa nell’auto e poi mettendolo al riparo nell’auto stessa.
“Ce ne manca
soltanto più uno per fare la quota!” disse poi ridendo e
pulendosi le mani nello straccio, “lo cerchiamo oggi o andiamo
giù in spiaggia?”.
“Io farei
volentieri un bagno ma… di questo qua cosa ne facciamo?” disse
Roberto, “Cominciamo a portarlo giù e poi vedremo”, decise
Mino quindi, caricata la chinghialessa morta, partirono verso
l’albergo.
Furono accolti con
tutti gli onori e specialmente Carlo, il padrone, aveva gli
occhi che brillavano di gioia perchè si vedeva già a tavola a
divorare un bell’arrosto di cinghialino da latte dopo aver
dichiarato che la cinghialessa non avrebbe fornito un
altrettanto buon boccone.
Ma Carlo non aveva
fatto i conti con l’istinto materno delle sue clienti e così,
dovette provvedere latte tiepido per il piccolo e una coperta
dove avvolgerlo per la notte.
D’accordo con
tutti, i cacciatori portarono la preda al centro di raccolta
tacendo del piccolo e, l’indomani, tornarono a caccia e
presero un giovane maschio che avrebbero voluto tenere come
premio e invece dovettero consegnare anche quello non potendo
denunciare il terzo.
Passarono almeno
due settimane e Cin stava già ben ritto sulle sue gambette
godendo delle premure di così tante mamme e del nonno Carlo
che si era decisamente innamorato di lui.
Intanto l’impegno
era stato completato e, ai due cacciatori, era stato assegnato
un giovane maschio che era stato trasformato in un delizioso
arrosto allo spiedo con “bona pacis” anche di coloro che
avevano sempre condannato caccia e cacciatori.
Prima che Roberto e
Mario partissero Cin sparì, lo cercarono ovunque come
disperati, fermarono gente in partenza che stava per
imbarcarsi sui traghetti ma no lo trovarono più e, quegli
ultimi giorni divennero tristi per tutti, poi, il giorno
precedente la partenza, Roberto e Mino decisero di salire al
Monte Calamita e di fermarsi nel punto esatto nel quale, un
mese prima, era nato Cin e, come allora, si appoggiarono alla
fiancata della macchina restando in silenzio…
Ad un tratto
Roberto sentì qualcosa di caldo e umido sfiorargli la mano e,
abbassati gli occhi, vide che Cin gliela stava leccando,
Roberto si chinò ad abbracciarlo mentre Mino lo accarezzava
poi la bestiola si allontanò verso il ciglio della strada e,
dalla riva sottostante, spuntò una cinghialessa gravida alla
quale Cin si avvicinò strisciandosi al suo fianco poi,
ambedue, saltarono sul prato, raggiunsero il bosco e vi
sparirono.
Mino e Roberto
stettero un bel po' con gli occhi puntati sul punto dove erano
scomparsi poi salirono in silenzio sull’auto pensando che
forse sarebbero tornati l’estate seguente ma senza fucili,
certo.


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