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La notte dei corsari
Come di consueto,
alla ricca cena a base di pesce freschissimo e alle abbondanti
bevute nel locale di Carlo a Cala Grande di Straccoligno,
seguì un allegro dopocena con l’immancabile e fascinoso
intervento del padrone di casa a favore delle nostre estasiate
signore.
Niente ovviamente
da obbiettare sulla simpatia, sulla prestanza fisica,
sull’amabilità di Carlo mentre ambedue trovavamo patetiche più
che irritanti certe considerazioni da parte della clientela
femminile.
A conto saldato,
seguì l’offerta di super alcolici ed amari ed io, da anni
ormai convinto deprecatore di certe abitudini, preferii due
passi sulla vicina riva sabbiosa.
Alcune barche
galleggiavano alla fonda e soltanto l’eco delle voci del
ristorante turbava la pace di quel sito paradisiaco poi, ad un
tratto, percepii il rumore di uno scafo che fendeva le onde
verso terra ed il rumore ritmico di diversi remi col cigolare
di essi negli scalmi.
“Strano”, pensai,
che esistano ancora pescatori con barche a remi, da queste
parti, e fissai lo sguardo nel buio per distinguere il
vascello che non doveva essere molto distante, ne intravidi,
alfine, la sagoma che si avvicinava ed essa era stagliata
contro l’ombra di un veliero fermo al limitare della baia tra
Punta Liscolino e Capo Perla.
Decisi di chiamare
gli amici per vedere quello spettacolo inconsueto ma dovetti
desistere perchè non esisteva alcun ristorante, alcuna casa,
sulla collina non brillava alcuna luce e soltanto pini
marittimi e cespugli contornavano la spiaggia e la casa nella
quale, anche i natanti alla fonda, erano spariti.
Ero solo,
irrimediabilmente ed incredibilmente solo e, impaurito e
frastornato, mi arrampicai sul piccolo promontorio alle mie
spalle pero sottrarmi alla vista degli sconosciuti e forse
pericolosi marinai.
Mi accorsi che
anche la villa non esisteva e che, anche Cala Nova era
soltanto una solitaria lingua di sabbia.
Ero evidentemente
in balìa di un incantesimo o di una delle mie fantasticherie e
sapevo che, come sempre, l’avventura non avrebbe avuto
conseguenze spiacevoli e, pertanto mi ci abbandonai.
La lancia toccò
terra proprio sotto al punto nel quale mi trovavo e, la figura
atletica di un giovane, balzò agilmente a terra, portava
larghe brache e, alla vita, un cinturone nel quale stavano
infilati due pistoloni ed una corta spada da arrembaggio,
stivali alla moschettiera apparivano dal fondo delle brache e
il capo era fasciato strettamente da un fazzoletto nero legato
alla base della nuca e la parte superiore del corpo era
coperta da un gilet aperto, nero come il fazzoletto e le
brache. Appena si voltò dalla mia parte, riconobbi le fattezze
di Carlo con il pizzetto ed i baffetti biondi come i ciuffi di
capelli che sbucavano dal fazzoletto.
Incredibilmente
Carlo era diventato un corsaro e corsari erano gli uomini che,
lasciati i remi e scesi nell’acqua poco profonda, stavano
tirando in secca la scialuppa. Il capo si guardò attorno con
attenzione poi fece un cenno ai suoi uomini ed essi, sollevato
un lungo cassone, lo trasportarono sulla spiaggia. Ad un
secondo cenno del corsaro, presero a scavare una fossa e vi
interrarono la cassa, la ricoprirono di sabbia poi arretrarono
di alcuni passi lasciando che si avvicinasse alla sepoltura ed
egli, estratta la sciabola dalla cintura, la piantò fino
all’elsa nel tumulo dicendo: “Riposa in pace, valoroso
fratello Liscolino, in questa terra d’Ilva; io Barbarossa, re
di questi mari, giuro di vendicarti...”.
Poi tutto avvenne
nella massima calma come se le figure seguissero un copione:
il corsaro balzò agilmente a bordo della lancia, gli uomini la
spinsero fra le onde e quindi vi si imbarcarono, si misero ai
remi e si ripetè il loro rumore ritmico nei flutti e sugli
scalmi. Udii ancora un rombo di cannone e ne vidi la vampa sul
ponte del veliero prima che esso sparisse nell’ombra della
notte.
Scesi cautamente
lungo la riva erbosa afferrandomi ai tronchi dei pini e,
camminando sulla spiaggia nuovamente illuminata dalle luci del
ristorante, raggiunsi il punto nel quale Barbarossa aveva
piantato la sciabola e mossi la sabbia con un piede: ne uscì
un irriconoscibile rottame arrugginito che, al contatto con
l’aria, si confuse con la sabbia stessa.
Raggiunsi gli amici
che stavano ancora brindando e, incontrando lo sguardo di
Carlo, credetti di leggervi un impercettibile cenno di intesa
allora mi volsi verso la Punta Liscolino e, come se potessi
rivedervi l’ombra del veliero fantasma, sorrisi.


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