Il becchino

A sud-ovest dell'Elba, e a non più di 7 miglia dalla punta di Fetovaia, si trova Pianosa una strana isoletta piatta la quota massima della quale arriva ad appena 27 metri.

I Romani antichi la battezzarono Planasia proprio per quelle sue caratteristiche quando in essa, l'Imperatore Augusto, esiliò Marco Giulio Agrippa, vincitore ad Anzio di Antonio e Cleopatra.

Nella seconda metà del 1500 essa, come tutte le altre isole dell'arcipelago toscano, fu spesso assaltata dai pirati Dragut e Kara Moustafè i quali fecero schiavi tutti gli abitanti che non riuscirono a nascondersi bene e uccisero quelli che osarono ribellarsi.

Ci voleva assai meno di questa storia per decidermi ad imbarcarmi sul Planasia per andare a visitare l'isola che oggi si chiama Pianosa.

Scioccante lo sbarco nel minuscolo porticciolo sul quale prospettano alcuni antichi edifici tra i quali un palazzotto con coronamento merlato costruito, in parte, su di un grosso scoglio. "Affascinato, mi inoltrai lungo la via fiancheggiata da ruderi di bastioni e, mentre la mente correva velocemente indietro nel tempo mi ritrovai, in epoca napoleonica, quando la popolazione non contava che un centinaio di famiglie e due cavalli.

Si viveva di agricoltura e di pesca e, più che da compaesani, esisteva una comunanza di idee invidiabile e uno spiccato senso umanitario.

Purtroppo però, anche tra la nostra gente, esisteva l'eccezione e questa era uno strano tipo del quale non si conosceva neppure il nome tanto era il disturbo che la sua presenza generava.

Il "becchino", così veniva chiamato (e infatti quale altra funzione avrebbe potuto svolgere?), era la persona più taccagna ed egoista che si potesse immaginare e, come tale, limitava al minimo indispensabile ogni contatto con il prossimo per il quale non nutriva alcun sentimento.

Aveva quasi cinquant'anni, corporatura magra e viso giallastro con l'espressione di chi è costantemente disturbato dall'altrui presenza e non lo si vedeva quindi molto in giro.

Un giorno, un brutto giorno, cominciò a piovere a dirotto e il mare cominciò a ribollire e le onde ad alzarsi e a rovesciarsi impetuosamente contro le bastionate, gli spruzzi raggiungevano le case e, con l'aumentare della burrasca, tutti avevamo trovato rifugio nel punto più alto dell'isola coprendoci alla bene meglio e rincuorandoci uno con l'altro.

Ovviamente mancava il becchino e, d'altra parte,a nessuno di noi era venuto in mente di mettersi alla sua ricerca e così passarono diversi giorni e, alla fine, la burrasca si placò e un dapprima timido poi sempre più caldo sole riscaldò noi e rischiarò l'isola.

Raggiungemmo le nostre case e riprendemmo la vita solita provvedendo inoltre ad effettuare le riparazioni di ciò che la burrasca aveva danneggiato e fu proprio durante questi lavori che un operaio avvistò qualcosa di nero fluttuante presso gli scogli di ponente.

Si trattava del becchino, naturalmente morto annegato, ancora legato ad una cima con la quale si era assicurato per non essere trascinato via dalle onde e il cavo l'aveva trattenuto sì ma, arrotolatosi intorno al corpo, ne aveva impedito i movimenti che avrebbero potuto permettergli di fuggire e salvarsi.

Sulla generale antipatia, prevalse la pietà e il becchino ebbe sepoltura nonostante che neppure Don Diego sapesse se si trattava, o meno, di un Cristiano.

La storia del "becchino" divenne un insegnamento per i piccoli i quali ne fecero tesoro improntando la loro vita sulla solidarietà e l'amore per il prossimo."

Intorno a me, assorto sulla banchina, si stava assiepando la comitiva dei turisti e, il Planasia aveva quasi completato la manovra di attracco quando io tornai nella realtà; fui quasi trascinato all'interno del traghetto ma mi precipitai sul ponte in tempo per vedere l'isola allontanarsi nelle brume della prima sera.

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