Giovanni Ferreri

ANNI DI SCUOLA

Non oso guardarmi in un lucido volto di specchio. Un sospiro. Un altro capello è caduto.

Mi devo accontentare. A sessant'anni le membra e il corpo mi servono ancora bene.

Oddio, qualche acciacco mi tormenta ma non mi impedisce di mangiare di cuore e dormire tranquillo.

Oggi è il primo giorno del nuovo anno scolastico.

Ho aspettato per tanto tempo di essere libero da ogni obbligo, orario e riunioni bevo un bicchiere di vino e brindo.

Dopo trentacinque anni di insegnamento quest'anno sono a casa, finalmente!

Finalmente?

In pigiama comincio ad andare in su e giù per la casa come un ossesso.

Sfoglio distrattamente le pagine di un libro, apparecchio la tavola ,pulisco un po' la casa e poi...?

Da giovane non conoscevo il gusto della malinconia.

Ora pensare al passato suscita rimpianti.

Come dimenticare le lunghe e affusolate gambe della Miriam Cerro e l'andatura maliziosa e invitante con cui percorreva i corridoi o gli occhioni languidi e imploranti di Adele Ferilla quando chiedeva il piccolo favore di sostituirla all'ultima ora, ovviamente nella classe più famigerata dell'istituto, perché doveva andare al colloquio con un prof. nella scuola della figlia o la personalità infantile nascosta sotto una sofisticata superficie di Marilena Luisotti, per la quale(ora lo posso ammettere) mi ero presa una mezza cotta?

Dove saranno in questo momento gli ex colleghi?

Mi pare di vederlo il prof. di diritto, canuto e grassottello, che, sotto lo sguardo severo del Preside, varca il portone della scuola, trafelato e regolarmente in ritardo.

Lo accompagno fino alla sala docenti dove incontra il prof Antonio Scarpita, che al solito si mette al centro dell'attenzione e disinvolto conduce l'immancabile discussione sull'assegnazione delle cattedre.

"Anche stavolta mi ha assegnato le prime!"

Non devo spremermi le meningi per immaginarmi la conversazione tra lui e la prof. di ed fisica, che agita la chioma bionda, e lancia un accorato grido di dolore, che trova immediata solidarietà tra i maschi presenti. Eva appartiene alla categoria delle donne affascinanti ben consapevoli, che, anche se affermassero delle enormi banalità, troverebbero sempre un ammiratore pronto ad assecondarle.

Il campanello di casa trilla imperioso. Accidenti. Devo far riparare il citofono.. Scendo di corsa per tre piani e apro con chissà quale aspettativa. E' il postino che mi consegna: " L'araldo di S. Antonio", Tramonto sereno" e la reclame dei magazzini Spam.

Che emozione! Risalgo mestamente i gradini che mi riportano dentro casa..

Mi muovo in equilibrio tra sogno e realtà, sul filo della memoria.

La più corteggiata della scuola, che faceva girare al suo passaggio le classiche gattemorte, era con voto plebiscitario Tatiana Ciffarelli. Quante volte pur di poter ammirare la sua splendida figura ho finto di interessarmi alla didattica delle lingue straniere: "Com'è andata la verifica di francese?" a cui faceva seguito l'immancabile risposta : "Un disastro!"

Momenti vuoti e perfetti.

E quel prof. nero e curvo, inevitabilmente occhialuto come si chiamava? Trovavo fastidioso il tono solenne e cattedratico con cui polemizzava nei consigli di classe sui decimi di voto. Era come se confessasse la sua verità: " Io senza la scuola non saprei dove andare "

Quante volte ho sorriso di quella spilungona della prof. Francesca Giletti sempre alle prese con la correzione dei compiti che riponeva insieme al registro in un'enorme e logora borsa marrone.

La mia decisione di diventare insegnante maturò nell'adolescenza, quando fui preso dalla pericolosa e magnifica fascinazione delle parole dei prof: C. Pascariello alle medie e M. Nardi al liceo classico. A 22 anni mi laureai a Pisa con una tesi sulla cultura letteraria a Viareggio nel dopoguerra. Di quegli anni ricordo poche cose condannato come supplente ad un destino di esule senza una "patria" a cui tornare.

Le classi erano rigidamente divise in maschili e femminili. Al professionale femminile a Lucca. le alunne di 4^ e di 5^ erano ragazze di campagna piene di vita e quasi mie coetanee; si presentavano alle lezione in minigonne e abiti succinti o maglioni attillati che mostravano la naturale bellezza della gioventù, ma erano attente e pronte a discutere di tutto. Si erano trovate così bene con me che alla loro assemblea d' istituto ingenuamente presentarono una mozione che richiedeva il prolungamento della mia supplenza. Una bella soddisfazione!.

Come sono le studentesse di oggi? Più disinibite, ma anche disincantate e spesso scettiche.

Tornando ai prof. ho trovato abbastanza ricorrenti negli anni alcune tipologie.

Una è quella del prof che dà voti dal sei in su suscitando agli scrutini le legittime proteste dei colleghi che assistono inermi ad un azzeramento dei criteri di valutazione.

Inutile aggiungere che era il più stimato dagli alunni che intendono risparmiare l'energie per altri e più nobili obiettivi: calcio, discoteca, cene ecc. Tale" scellerato" comportamento trova nei soggetti più incalliti una giustificazione, diciamo ideologica, accompagnata da un' imperdonabile arroganza che li spinge ad avventurarsi in accanite discussioni per trovare nuovi adepti , sfoderando argomenti del tipo: "nella scuola di oggi non si può più insegnare" "molti casi di alunni altamente problematici" "i ragazzi si rifiutano di lavorare" "il basso livello della classe". In realtà, si tratta di individui che non hanno più voglia (o non l'hanno mai avuta) e assegnando voti alti e immeritati, credono di assolvere la coscienza per lo scarso impegno professionale.

Sul versante opposto, c'è l'insegnante-chioccia. Ama i "suoi" ragazzi e li incoraggia. Prova a spiegare il valore dell'arte, delle scienze e della letteratura. Affronta estenuanti battaglie con i colleghi restii a capire. L'amarezza le entra dentro quando i risultati non sono pari alle speranze. Coraggio, prof., anche se ormai, come si dice in gergo calcistico "ho attaccato le scarpe al chiodo "sto dalla sua parte.

Bisogna distruggersi per vedersi meglio dentro.

Il campionario umano della categoria è vasto e variegato. Alcuni riversano la loro angoscia esistenziale sui ragazzi che diventano testimoni involontari di un gioco assurdo. Le nevrosi entrano da protagoniste nel rapporto con la classe ed impediscono un normale processo di comunicazione Sono purtroppo gli individui socialmente più instabili e pericolosi .

Altri devono a tutti i costi mostrarsi "simpatici" : il piccolino a trenta anni già con i capelli grigi sulla tempia, poco atletico, maleodorante di sigaretta, deve ritagliarsi uno spazio. Allora diventa, espertissimo in decreti e circolari e pronto a rispondere ad ogni tipo di quesito oppure servizievole e umile, sia che si tratti di fare un piacere sia che si tratti di ascoltare il collega palloso quando tutti gli altri scappano.

Cambiano le forme, ma rimane la stessa incapacità di essere autentici con se stessi e con gli altri.

E io che insegnante sono stato?

Sicuramente non somiglio a nessuno dei profili sopra indicati.

La pentola a pressione fischia e reclama la mia attenzione .

Non vorrei deludere ancora una volta la moglie, buttando tutto nella pattumiera e ordinando in rosticceria.

Racconterò di me un' altra volta.

Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Giovanni Ferreri

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