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A cavallo degli anni
cinquanta-sessanta sembrava che fosse proprio così…
Varda, pian pian, bel bel, la luna la ne vegn drio!
Oggi, non più . Chi si è fermato?
Potevo avere dieci anni o poco meno. Per ragioni,
credo, di salute ed in virtù di un’intesa fra mia madre, giovane
vedova di Alberto, ed i miei nonni di Fontechel, gli Andreolli-Perni,
passai la mia prima lunga indimenticabile vacanza estiva a
Brentonico.
Un tempo queste soluzioni facevano aggio sulle
medicine e, visto che son sopravvissuto un’altra cinquantina d’anni,
giurerei che Brentonico, il suo Altopiano, il suo clima, la vita che
si vive qui, avevano sicure proprietà terapeutiche. Oggi,
verosimilmente, si parlerebbe di placebo.
Forse c’è stata anche l’opera negletta e
clandestina di qualche Santo misconosciuto che in queste terre
benedette interviene con la necessaria discrezione. Se fosse così,
per me, meriterebbe un suo santuario con tanto di canonici
pellegrinaggi…
Lascio ai Brentegani DOC l'incombenza di svelarne
il nome e le capacità taumaturgiche… Per il resto si vedrà.
Dicevo... Ero nell’età in cui si è di tutto più
curiosi, dove tutto ha il sapore e la meraviglia della scoperta
tanto che tutto ciò che “vissi” in quella stupefacente stagione m’è
rimasto fortemente impresso nella memoria per tutta la vita…
S’è trattato di un vero e proprio “imprinting”,
di un'iniziazione che ha lasciato in me tracce – sensazioni,
emozioni, suoni, sapori, immagini, profumi, e persino qualche
elemento primario di filosofia – assolutamente indelebili.
Sensazioni come il vivificante gelo dell’acqua
sorgiva che attanagliava i polsi negli assolati pomeriggi dedicati,
con i coetanei, alla costruzione infinita del “nostro” boiom, lassù
presso il Casim, oltre Montori, lungo il rio Fontechel.
Emozioni come la prima volta in Corna Piana e
sull’Altissimo col povero e per me mitico Federico Zenatti… Il suo
passo sicuro da imitare, la sua mano ferma a dissipare le mie paure
nei passaggi più arditi fra i crozeti ben sopra il Creér, il ristoro
al sacco -forse anche la mia prima sgnapa- alla Busa Brudeghera, le
canzoni degli Alpini, -con l’allusiva Spazzacamino- imparate in
fretta e cantate assieme nel ritorno a casa felici del trofeo di
stelle alpine appeso alla cintola…
Emozioni forti come quella dell’uccisione di una
serpe proprio dietro el Casal del Gioani Zendrim…
Sapori come quelli del latte appena munto nella
stalla dei carissimi Dino e Marco Monte, o gustato in loro
compagnia, su a Malga Susine, con tanto di polenta appena fatta.
O quello delicato, quasi inavvertibile, del cardo
selvatico –il pane degli Alpini- consumato con gli indimenticati
Emilio e Guido Monte nelle soste che le mucche al pascolo, là oltre
il Ponterom, ci concedevano…
…E quello inarrivabile dei Lactarius Deliciosus,
i fonghi dal Sangue, che la generosa condiscendenza del buon Nello
Burli mi concesse di trovare tra i macioni di Cagnom.
E che dire del miglior gelato alla vaniglia del
mondo? Lo faceva quell’Attilio che ci ha lasciato da poco. Quello
del bar Commercio, che, rivedendomi, sempre me ne offriva un cono
gratis perché, diceva, (e continuava a dirmelo fino all’ultimo) che
il segreto stava nella ricetta e negli insegnamenti del mio papà,
all’epoca gelataio come moltissimi Brentegani, in Milano.
Profumi come quello inconfondibile respirato
sugli alberi di prugne (quelle che per me sono sempre state “di
Brentonico” e che solo di recente ho appreso essere “di Dro”)
appartenenti ad una coppia di miei pro-zii, il gigantesco,
dolcissimo, ma sempre “chiuso” come la sua mula, Vittorio Zoller,
sposo senza la benedizione di alcun figliolo, della mitissima e
cuoca eccellente Teresina Veronesi.
E quello ancor più acuto e penetrante del fico,
cresciuto, chissà come, dalla massicciata del ponte in uscita da
Fontechel…
E’ in questo villaggio che ho scoperto che la
Domenica aveva i suoi profumi… Naturalmente quello, trascendente,
dell’incenso (Mi pare di avvertirlo anche in questo momento
unitamente al gelo alle ginocchia, troppo lungamente a contatto coi
gradini dell’altare) ma soprattutto il profumo del pranzo-buono,
quello del cibo che la Domenica poteva anche essere nobilitato da
qualche pezzo di carne ed impreziosito dalle arti culinarie
tradizionali delle spose.
Profumi che nelle strade e nei vicoli si
sovrapponevano a quelli consueti del fieno e delle stalle (è
profumo. Profumo!), profumi che la Domenica erano di rigore, come
l’abito della festa che tutti invariabilmente indossavano solo quel
giorno.
Profumo di ciclamini selvatici, gli stessi che
quasi ogni sera, al crepuscolo di infinite giornate “da contadino”
trascorse di volta in volta con mezza Fontechel, portavo a mia
nonna, la Gisèla Perna, per adornare le foto dei nostri morti.
Profumi di vino e tabacco che emanavano dagli
imponenti baffi austro-ungarici di mio nonno, Giacom Perno, quando,
apostrofandomi alternativamente con “taliam co’ la coa” e “buono
italiano, ma ladro fulminante” , mi accoglieva sulle sue ginocchia
baciandomi e pungendomi di proposito con la barba incolta.
Profumi di “Posteria”, quella dell’Elio Andreolli
che volentieri raggiungevo per fugaci servizi ai nonni, sperando di
quando in quando di ottenere quelle piccole tavolette di cioccolata,
dal vago sapore dell’attuale Nutella, e respirare quella miscela di
fragranze di pane fresco, salumi speziati, tabacchi e vino…
Conoscete il profumo intenso e penetrante della
corteccia di pino? Io l'ho respirato, inebriandomi per tempi
infiniti, mentre col mio primo coltellino da boy scout ritagliavo
–con altri bambini della mia età, forse anche col Rino Malvestiti-
una improbabile flotta di barchette da far navigare nel Rio
Fontechel.
Ed immagini di favolosi giochi notturni, le più
belle partite di Pera e Liber mai giocate, mai così in tanti (venti,
trenta ragazzi fra gli otto e i diciott’anni) mai così in grande,
estese com’erano a tutta Fontechel.
Ricordo una “liberazione” geniale e spettacolare
da parte del buon Nello Burli che trovò il modo di nascondersi per
tutta la partita nel folto dei rami di una delle due robinie che
adornavano la “piazza” di Fontechel, proprio quella che faceva da
“prigione” ai ragazzi catturati per liberarli tutti all’ultimo
istante.
E’ quello stesso stupefacente Nello che, nel
ritrovarci la sera, coloriva con tale arguzia le storie di tutti
giorni da trasformarle in mirabolanti avventure spesso rese
credibili dall’esibizione di serpi, ratti ed altri animali catturati
e uccisi chissà dove. Una sera, ascoltando questa specie di Tom
Sawyer nostrano, rimasi a bocca talmente aperta che Nello vi
precipitò un pipistrello morto. Credo di non essermi ancor ripreso
dallo schifo!
Nel buio, due indecifrabili punti luminosi -gli occhi di una
bellissima adolescente, Fernanda, la sorella di Federico- che
spesso, forse annoiati, forse divertiti, seguivano dal poggiolo che
domina la piazza le bravate ed i giochi di tutti quegli imberbi
maschiacci.
Le serpi furono il mio incubo di quell'anno: ne
vidi parecchie, anze, carbonazi e vipere… Ricordo che al culmine di
una spossante passeggiata con mia cugina, da Fontechel fin su alla
Croce di Festa, ci imbattemmo, proprio nei pressi della Croce, in
una coppia di vipere. Lo spavento ed il timore che ci potessero
inseguire furono tali da ritrovare istantaneamente il fiato per
correre a rompicollo fino a casa…
L’ebbrezza di una corsa veloce, velocissima, la
riprovai col povero Dino Andreolli che una sera, nel corso di una
delle consuete partite -lui quasi adulto ed io poco più che un
infante- prendendomi per mano e quasi trascinandomi mi fece
letteralmente volare alla tana. Per me, da allora, la corsa veloce è
stata quella di Dino, un mio mito personale, giunto troppo
velocemente al traguardo della vita.
Conservo anche un’immagine triste ma fortemente
rappresentativa di chi fosse la gente di Brentonico.
E’ l’immagine dei funerali di Paolo Zoller, padre
di Gino. Non era il primo funerale cui assistevo, in città o nei
paesi, ma fui fortemente impressionato dalla straordinaria
partecipazione emotiva e solidale di tutti.
E furono quei “tutti” a colpirmi. Per sempre.
Quell’anno ebbi modo di vivere anche un momento
“perfetto”…
Di quelli che ti si insinuano nella mente e,
inconsapevolmente, di volta in volta, condizionano certe
riflessioni, certe scelte e finanche, forse, la visione personale
del mondo.
E’ Settembre. Prima di cedere ad una notte di
tenui stelle lontane, una splendida giornata d’estate si inoltra in
un crepuscolo di rosa e di azzurro. Potremmo essere di ritorno da S.
Valentino, là dove la strada si inerpica verso S.Giacomo, oppure
stiamo appena superando Landrom (la memoria, così precisa nel farmi
rivivere le sensazioni, tende a restituirmi immagini universali,
ugualmente riproducibili in diversi luoghi) ed il bove verso la
Pontera sembra voler rallentare per una pausa, una tregua, un
sollievo da quell’immane carro carico di profumato fieno,
straripante di erbe e di fiori. Gino Zoller al suo fianco, sulla
strada di pietrisco rosa che lentamente vira a quel grigio che da
levante annuncia le tenebre imminenti, lo sollecita a tenere il
passo. Una giornata di fatiche sui campi, anziché ad uno spossato
abbandono, invita ad affrettarsi verso casa resuscitando energie
sconosciute. L’Albina, accovacciata in cima al carro, vigila
amorevolmente i bambini – Marco, Paola ed io- ormai esausti dai
giochi e dal lavoro di una lunga giornata.
L’aria è immobile come lo è dopo l’Ora del Garda,
e le rondini volano altissime cacciando la loro cena d’insetti.
S’ode solamente lo stridore delle ruote ferrate sul pietrisco quando
Paola – edizione rinnovata della sua mamma: due occhi rotondi su un
visino dolcissimo, trapuntato di deliziose efelidi- Paola dicevo,
indicando una luna al terzo quarto già alta nel cielo, si rivolge
alla mamma Albina con un
“varda, pian pian, bel bel la luna la ne vegn
drio!”
Certo, un’osservazione ingenua e candida di
bimba, ma anche una folgorante immagine di una natura trascendente,
divina forse, che placidamente asseconda il lavoro, i destini, la
vita di ogni creatura.
Una sintesi leopardiana da meditare quanto almeno
“Il sabato del villaggio” e “L’Infinito”.
Il bove, il carro, Gino Zoller e la sua famiglia
si apprestano verso casa, verso la una meta, verso un domani
migliore di un oggi bello ma sudato, aspro e povero mentre gli astri
benevoli, assecondano il loro cammino.
Così le cose andavano in quei tempi… Tempi in
cui, giorno dopo giorno, pur nelle ristrettezze, pur nelle
difficoltà, pur nel morale ferito da un regime e da una guerra che
non potevano indurre alcuna visione ottimistica del futuro, la gente
si “inventava” una vita nuova… E l’Albina e il Gino Zoller, forse
più creativi di altri, certo confidando nel loro lavoro fatto di
terra e di bestie, si inventarono nei pochi anni successivi, oltre a
Carlo, anche un paio di zemeloti e tutti i relativi sacrifici per
crescerli bene e acculturarli meglio.
Per me anche la Brentonico di oggi è fatta dai
vari rami di queste famiglie, quelli capaci di dare continuità e
solidità alle attività dei loro avi aggiornandole alle necessità del
tempo attuale.
Ma, forse, la Luna non segue più il cammino di
tutti i Brentegani, forse ha accelerato o, più probabilmente, in
questo benedetto paese molti si sono un po’ fermati.
Per godersi quel po’ del benessere che c’è?
Forse. Forse è successo, come in mille altri posti, che nei vari
passaggi da un’economia rurale arcaica ad una più moderna e
naturalmente (e fortunatamente…) integrata dal turismo si sono
mutilate e disperse risorse, umiliate culture ed esperienze…
Non si è stati abbastanza orgogliosi di essere
Brentegani e di riaffermare e rilanciare quindi in ogni dove e
attraverso i necessari sacrifici il proprio ethos e la propria
terra.
In una società massificata emergono e si
affermano i “diversi”, gli specialisti, quelli che lo sono o che
hanno qualcosa di diverso da proporre al resto delle comunità.
E qui a Brentonico –parrebbe- non si son tutelate
le diversità, le originalità che pur esistevano…
Piccoli esempi per dare l’idea di ciò che
intendo:
la rinuncia ai caseifici locali avrà certamente
avuto riscontri economici immediati ma ha letteralmente distrutto la
cultura casearia di Brentonico e probabilmente irreversibilmente
cambiato la zootecnia locale. Il burro prodotto dalle malghe
dell’Altopiano –giallo, profumato, ad altissimo rendimento- era
assolutamente unico. Trent’anni fa ne portavamo a Milano dei
quintali stipando le nostre piccole utilitarie e distribuendolo come
preziosa chicca a parenti e amici. Le nuove generazioni non
conoscono nulla di simile. Fosse prodotto oggi (il benemerito Orazio
Schelfi ci è vicino…) potrebbe essere venduto come una specialità di
nicchia al prezzo che volete. Così, con le carni dei macellai
Brentegani e con le trote allevate alle Sorne, ora non dissimili da
quelle reperibili nei maggiori centri vicini, ma allora…
Chissà che qualcuno non si ravveda e, magari
aiutato e protetto da un marchio "Altopiano di Brentonico" da
istituire urgentemente, non si cimenti in attività rinnovate che
rilancino produzioni tradizionali e turismo…
Come possono i Brentegani, che producevano il
miglior gelato possibile e che hanno colonizzato Milano con le loro
cremerie, rimanere senza una propria produzione artigianale? E senza
una pasticceria rinomata come quella dei Sartori. E senza fiorista.
E senza orto-frutta…
Se cedono la Curia e gli attuali panifici
rimarremo senza pane sia per l’Anima che per il corpo …
Se devo scendere a valle per approvvigionarmi di
pasticcini, pomodori, fiori e persino delle specialità più tipiche
del Trentino o se devo trascinarmi per chilometri il carrello della
cooperativa fino all’automobile è chiaro che acquisterò laggiù anche
tutto il resto.
Vi siete accorti di quante attività da tempo e
nel tempo stanno cessando? A Prada e a Saccone praticamente non ci
sono più ritrovi. E parrebbe non esserci nulla di nuovo che nasce
per sostituirsi al vecchio.
Un nuovo che deve essere pensato e dimensionato
per attrarre visitatori, clienti e nuovi residenti “da fuori”,
affascinandoli e attingendoli dai grandi bacini d’utenza turistica…
Il Garda, Verona, Mantova, Brescia e Milano.
Scommettiamo che se organizziamo un servizio
settimanale di autobus Milano (ma basterebbero anche Rovereto, Riva,
Malcesine…)-S.Valentino-Pra Alpesina (e/o Polsa) facciamo il pieno
tutto l’anno? Che se facciamo il raduno di primavera dei camperisti
in Polsa, con tanto di mercatino gastronomico-artigianale, non ce ne
liberiamo più?
Valorizzare, convincersi che l'esistente è
importante e che merita di essere fatto bene e, col nostro passato,
fatto conoscere dappertutto...
Dalla palestra di roccia, ai percorsi e ai
sentieri dell'Altopiano (abbisognano di mappature, di manutenzione e
di cartelli indicatori che da Brentonico-centro accompagnino i
visitatori a tutte le mete possibili), dalle fonti naturali da
ripristinare (Acqua del Paradiso, fonte Moieta ecc...) alla cascata
di Landrom, dai ristoranti alle Pievi alle strutture sciistiche
(difficilissimo conoscerne lo stato, anche da Internet) tutte da far
conoscere...
Occorre progettare uno sviluppo duraturo,
dinamico, simile a quello delle comunità limitrofe, quelle, per
intenderci, che hanno saputo attrarre e far attecchire gli
stranieri, gli sportivi, l'intellighenzia, la piccola imprenditoria
ed il mondo del lavoro, il turismo transumante, nonché le
agricolture e le zootecnie più preziose, d'avanguardia e di nicchia.
Uno sviluppo che abbisogna della tradizionale
amicizia, solidarietà e bontà dei Brentegani unitamente a del
volontariato cittadino che si presti ad effettuare gratuitamente
qualsiasi lavoro a sostegno dell’accoglienza e del turismo.
Ed il ruolo fondamentale dovrebbero giocarselo su
tutti i tavoli possibili gli operatori economici dell’Altopiano,
associandosi unitariamente (magari ripartendo da BrentonicoVacanze)
e facendo in proprio del sia del marketing d’area che di supporto
agli associati in difficoltà.
…E di tanto in tanto tutti i cittadini potrebbero
ritrovarsi, al di fuori dei propri orti politici (suvvia undici
liste per eleggere un sindaco rasentano il grottesco per poco più di
tremila anime) per immaginare, discutere e prospettare alle
istituzioni, alle forze economiche e sociali gli orientamenti le
priorità e le iniziative che si vorrebbero veder materializzate in
tempi possibili.
P.S.
Chiedo scusa sia a tutti coloro che ho citato in questo articolo
senza chieder il loro permesso sia a coloro che pur essendo fra i
miei ricordi più cari, dalle nebbie della memoria non son riuscito
ad ricomporne i nomi.

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)



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