Un tempo, naturalmente, non era così…

Pellegrini per Caso

Nell’Europa della Fede turisti frettolosi attraversano strade e filosofie di vita millenarie

Anni ottanta-novanta. Per noi è così da sempre. Lavoriamo tutt’e due. Il figliolo studia. Una famigliola come tante.

Forse come tutte quelle che fin dal secondo dopoguerra hanno inconsapevolmente trovato nel lavoro l’unico strumento possibile per sopravvivere, per affrancarsi dalla fame, dalla miseria e dalle difficoltà. 

Lavoro come strumento di riscatto economico e sociale, persino di crescita culturale.

E chi non l’aveva, raramente cedeva - nemmeno per sopravvivere, si capisce!-  al malaffare.

Ma si rubava comunque: il mestiere agli anziani, l’esempio ai maestri, l’esperienza ai fortunati, persino brandelli di sapere e di cultura ovunque si potesse.

Un lavoro che doveva comunque piacere: altrimenti lo si cercava, magari emigrando, magari inventandoselo finchè, finalmente, rispondeva alle necessità contingenti, alle proprie aspettative, alle nostre capacità…

I minori aiutavano fin dall’infanzia. In campagna quelli di provincia; già in azienda a quattordici anni quelli delle famiglie inurbate. Senza scandalo. Poi la scuola professionale, talvolta persino le superiori, ma alle serali.

Lavoro come undicesimo comandamento, da osservare religiosamente fino a surrogare e persino sostituire i precetti canonici, spesso confondendo le esigenze dello spirito con quelle della sopravvivenza materiale.

Tuttavia, nel cuore ci rimane un senso di gratitudine verso il Cielo perché continua e continui ad illuminarci la strada… Forse non quella maestra della Chiesa ma attraverso degli intermediari più vicini, più efficaci, più disponibili  ed affidabili per mantenere vivi questi sentimenti:  i nostri cari che ci han lasciato (credo d’aver parlato con mia mamma più spesso e più profondamente ora che se n’è andata  che in tutti gli anni precedenti).

Ecco gli ingredienti-base di una vita inconsapevolmente vissuta come un lungo pellegrinaggio, fatto  di ostacoli, di fatiche, di errori di percorso, ma ugualmente - speriamo sia almeno così - cristianamente degna, come se avessimo osservato i comandamenti, come se fossimo sempre andati a Messa, come se avessimo sempre, come e con gli altri, pregato.

Ma i passaggi cruciali sono comunque vissuti con la solennità necessaria… Il Matrimonio non costretto in una prassi burocratica evasa al cospetto di un anonimo impiegatuccio, il nome di tuo figlio (la cosa più sacra che ti sia stato concesso di concepire) non imposto da una registrazione anagrafica come un bene da accatastare…

E quando crescerà avrà almeno un po’ degli stessi rudimenti religiosi che hanno avuto i nostri padri, inclusi i passaggi che la tradizione ci tramanda. Meglio che nessuna educazione, meglio che scimmiottare le mode del momento… Poi, da grande,  asseconderà la propria natura come vorrà.

Ma l’ansia di fuggire il più velocemente possibile dai tempi grami, dalle paure, dall’ignoranza  - poi persino dalle malattie ed ora dalla vecchiaia e dalla morte -   ci ha  ci ha dato un passo accelerato, quasi di corsa… 

 Abbiamo visto molto, quasi tutto, ma tutto come da un treno in corsa (immagini sfuggenti e indefinite quelle vicine, più chiare, ma così lontane e irraggiungibili, quelle lontane!) come di fronte alla televisione (mille programmi sfogliati col telecomando ma nessuno visto per intero, nessuno compreso veramente) come dagli spalti di uno stadio, (migliaia di persone, vicine,  tutte insieme, che si fan sentire agitandosi, e spesso è il tuo sentire, ma nessuna che conoscerai mai veramente).

Vivere galleggiando per dire che si sta sempre alla superficie delle cose? Temo di sì.

Anni ottanta-novanta, dicevamo… Allo stesso modo, con superficialità, quasi scegliendo da un menù scritto in una lingua sconosciuta ci accingiamo a partire per le vacanze, come sempre in camper, destinazione Portogallo. Faremo il giro del Portogallo!

Il nostro figliolo tratteggia l’itinerario sulle mappe automobilistiche tentando i percorsi più brevi, segnando tappe dai nomi già rimbalzati dalle locandine pubblicitarie, dalla televisione, dalle chiacchiere con i conoscenti…

Includendo soste presso luoghi dove non è possibile non andare… Lourdes, per esempio.

E’, grosso modo, sulla nostra strada, nella Francia sud-occidentale, nella regione Midi-Pyrénées sul fiume Gave-de-Pau, alle pendici dei Pirenei, Vuoi non passarci?

Così attraversiamo tutto il Mezzogiorno di Francia, in un percorso fatto di mucche disperse in pascoli sconfinati e di campi ordinatissimi di colori e aromi, di mille deliziosi villaggi esageratamente lindi e infiorati, di fiumi placidi e luccicanti di verde, tutti invariabilmente imbrigliati, incanalati, regolati, spesso resi navigabili, modellati per portare, con l’acqua, sicurezza e benessere.

Poi, il verde, ora più intenso, prevale e sale fino a contendere alle nuvole più basse, grigie e piene di promesse di pioggia quel che resta dell’orizzonte.

Sarà l’arcigna impronta medievale della città, sarà la giornata improvvisamente grigia, sarà l’austerità dell’ottocentesca Basilica dell’Immacolata, sarà la marea folla che scorre lungo le vie cittadine e, attraverso una vasta distesa alberata, va a stringere d’assedio i luoghi sacri, saranno le espressioni di speranza, ma anche di dolore leggibili sui volti dei pellegrini, saranno le sofferte quanto necessarie esibizioni di ex-voto affioranti in ogni dove, saranno tutte queste cose insieme che ci spengono, con il sorriso ebete del turista, ogni pensiero,  facendo nel contempo germogliare qualche seme di riflessione e di contrizione.

Qui nella grotta dove nel 1858  a Bernadette Soubirous (divenuta Santa Bernadette nel 1933), una giovinetta quattordicenne, apparve per ben 18 volte la Vergine Maria; qui, dove da una sorgente sotterranea più miracolosa che curativa sgorgano acque che miscelano in egual misura dolore e speranza, qui, tu che sei stato finora estraneo a questi universi di dolore, ti lasci trascinare l’animo in un gorgo di tristezza cosmica.

Finiamo quasi con lo scappare. Troppo grande questo posto per i nostri piccoli occhi, troppo forte l’emozione, persino troppo lontane da noi queste genti finora sconosciute…

Il camper sembra riprendere più lentamente, svogliatamente, la strada verso la meta delle nostre vacanze… Non sappiamo che cosa possiamo aver lasciato a Lourdes, certo che, se non più leggeri, ci sentiamo vuoti come se se ci fosse stato strappato qualcosa…

Per caso un cartello, di quelli che catturano i turisti di passo, ci fa riaffiorare qualche vago ricordo scolastico: Roncisvalle!

Rapido consulto per ricucire frammenti di ricordi e di storia e già il camper s’inerpica verso questa meta del tutto inattesa…

Stefano, il nostro figliolo, naturalmente il più fresco di studi, con l’aiuto di una enciclopedia portatile, ricostruisce per noi le ragioni che di questi frammentati ricordi. La  Chanson de Roland  ripresa anche dal sommo Ludovico Ariosto, ci racconta che lassù in cima al passo si combattè la battaglia che nel 778 vide Rolando, con la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, la sua Durlindana e l’Olifante, il suo mitico corno d’avorio,  soccombere per la mano e il ferro dei mussulmani Saraceni (o dei baschi, già allora ben tosti!?).

Appena oltre il cippo (1450 m s.l.m.) che ricorda questa battaglia, oltre il passo, all’inizio della discesa che ci porterà in Spagna, un complesso monumentale di granito grigio ci obbliga ad unaulteriore sosta .

Un convento, una chiesa, almeno un paio di chiostri, alcune cappelle, tutto da fotografare, e moltissima gente.

 

Il complesso monumentale di Roncisvalle

 

I più in tenuta sportiva, come s’usa, moltissimi con zaini e tendine da campeggio, i più attrezzati anche con bici di varia tecnologia, tutti gli altri con il marchio del turista impresso sui volti stralunati e stanchi. Camper, auto e pullman in ogni dove. Un affollamento spropositato per questo  luogo, certamente bello e affascinante, ma non si tratta certo  della Certosa di Pavia o della basilica di Sant’Antonio da Padova!

Il nostro stupore si placa solo quando, raccordando vari indizi, comprendiamo che quello è il luogo di ritrovo, di ristoro e di partenza (forse il più importante) del Cammino di Santiago.

Da qui si dipana attraverso un’infinità di sentieri e strade ormai millenari l’itinerario per Santiago (San Giacomo) de Compostela (il campo della stella).

Sono 700 km, che dal IX secolo, allora necessariamente a piedi (ma a Roncisvalle non ci si arrivava certo in carrozza…) ed oggi con ogni mezzo, anche a piedi, pellegrini da ogni dove in Europa e - ora - nel mondo, si recano a venerare i resti dell'apostolo Giacomo (rinvenuti, parrebbe, in un campo dove una stella per farli scoprire luccicò misteriosamente).

 

“Non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di Sant’Iacopo” (Dante Alighieri, Vita Nova, XL, 7)...

E noi, ignorando i significati più profondi di questo genere di imprese  e l’implicita penitenza di chi le compie, a piedi o in bicicletta, decidiamo di includere nel nostro itinerario verso il Portogallo anche Santiago…

La sola penitenza che passivamente subiamo è quella del caldo (il nostro camper di allora era privo di aria condizionata). Viceversa il percorso è gradevole, con tutto lo spettro del verde che pian piano  declina  verso la valle dell’Ebro e la provincia della Rioja, terra di vigneti e, quindi, di ottimi vini e grandi rosati…

La strada s’interseca mille volte coi sentieri dei pellegrini che vanno e vengono, solitari o a piccoli gruppi multicolori, e non perdono l’occasione per riprendere fiato soffermandosi a salutare gioiosamente gli automobilisti che agitano le mani dai finestrini.

Tutti recano al collo una conchiglia, il loro segno distintivo, come la chiave lo era per coloro che si erano recava presso il sepolcro di Pietro a Roma e la palma per i pellegrini in Terra Santa.

All’improvviso Burgos. Ricordare questa bella città è come godere della luce della la Luna al cospetto del Sole. Ed il Sole è la sua Cattedrale (1221-1567, il più bell'esempio di architettura gotica in Spagna) un merletto infinito, luminoso e grandioso in pietra bianca.

Ospita le tombe di Fernán González e del Cid, eroi nazionali del periodo dell'occupazione mussulmana.

C’è da riflettere di fronte a tanta bellezza e a ciò che ha mosso gli uomini nell’erigere questo ed i milioni di monumenti, cattedrali, basiliche, chiese, cappelle e santelle sparsi per tutta la Terra…

Tutti profondendo il meglio del loro massimo perché ogni opera piacesse agli occhi degli uomini e di Dio.

Quanto tempo! Quanto lavoro! E quale infinita immensità di risorse profuse!

Così, senza calcoli economici (almeno apparenti; in termini attuali, il ritorno di investimento non è per nulla assicurato!), senza costrizioni politiche o ideologiche, senza supporti razionali… Un miracolo continuo…

Il viaggio è lungo e Santiago lontana. Vi arriveremo di Domenica  poco prima del mezzodì ma la Cattedrale, imponente, austera, eppur baroccamente ricca, annuncia la città da tempo e da lontano.

Poca gente in strada, sono tutti alla messa solenne.

Siamo in ritardo e, ancora una volta, ci muoviamo da improvvidi turisti e veramente poco, molto poco, da fedeli.

Siamo attratti - come tutti d'altronde - da un fase assolutamente spettacolare della cerimonia: dal culmine della cupola centrale viene calato un enorme incensiere dorato ricolmo di braci (per rendere un’idea profana, grande almeno come una  damigiana) che, mosso da un sistema di carrucole, azionato alla maniera dei campanari da un paio di gruppi di devoti, oscilla da un capo all’altro delle navate laterali, spargendo istantaneamente volute di  incenso in tutta la Cattedrale e creando nel contempo, coi raggi di sole che filtrano dalle vetrate e le scie gialle e rosse dei carboni ardenti (quasi un arcobaleno rovesciato) dei giochi di luce incantati (in un altro luogo diremmo magici).

Quella specie di nebbia ci offusca, ora,  un poco anche il ricordo dal quale affiora solo la tomba di San Giacomo, collocata nella cripta sottostante l'altare maggiore, a sua volta sovrastato da un'immagine del santo.

Riprendiamo silenziosi il nostro viaggio verso il Portogallo profondamente colpiti da ciò che abbiamo visto in terra di Spagna.

I pellegrini… L’interminabile Cammino di Santiago… Burgos e Compostela, questo traguardo della fede… Mondi finora a noi sconosciuti, antichi, silenziosi, austeri, dotati di forze d’attrazione potenti… Passaggi per riflettere e meditare, percorsi per dar senso alla vita, vie per trovare la via… Il miracolo che si invoca lungo il Cammino e a Santiago è un miracolo per l’anima più che per il corpo…

Noi, ancora una volta, abbiamo fretta e queste specie di rivelazioni sfumano man mano che il camper ci guida verso le nostre vacanze.

Dapprima giungiamo a Porto, sul fiume Douro col suo ponte progettato dall’Ingegner Gustave-Alexandre Eiffel (quello della torre parigina) e patria dell’omonimo eccellente vino e, poi, a Coimbra dove arriviamo che è quasi sera.

L’architettura dominante ci sembra medievale (l’ignoranza non ci fa deflettere dal fare considerazioni storico-artistiche probabilmente errate…) e l’atmosfera, colorata di luci giallo-verdognole che disegnano curiose geometrie sulle facciate dei palazzi di pietra grigia, è, forse per via della  sua quasi millenaria Università, allegra e ospitale. L’ideale anche per i pochi turisti che passeggiano nelle stradine di acciottolato e nelle piazze.

Il mattino seguente siamo risvegliati dall’allegro cicaleccio di gruppi compositi di gente in uscita dalla città. Non sono ancora le sette e l’aria ancor fresca che li accompagna, con le loro borse, i loro zaini e gli stormi di bimbi che sfarfalleggiano attorno ai vari gruppi, fa pensare a dei contadini che si muovono verso la campagna per il raccolto. Ci muoviamo anche noi verso sud. Prima o poi giungeremo a Lisbona. Lungo la strada ci accorgiamo che ad ogni incrocio si immettono nuovi gruppi multicolori di persone di ogni età che si dispongono in fila indiana lungo la strada principale, camminando di buon passo, allegramente.

Ormai numerosissimi, ben disposti ad un cenno di saluto, agitando mani, bastoni e fazzoletti, ci inducono ad arrovellarci per immaginare  quale campagna possa essere così lontana e così generosa di raccolti per richiamare così cospicua mano d’opera…

I cartelli stradali finiscono per convincerci che costoro si accingono a raccogliere ben altre messi e sono in viaggio per ben altri raccolti...

Sono diretti in gioioso pellegrinaggio a Fatima, il luogo dove il 13 maggio 1917 la Vergine Maria apparve a tre fanciulli: Lucia dos Santos e ai fratelli Francisco e Giacinta Marto affidando loro tre terribili segreti poi interpretati alla luce dei maggiori eventi del ventesimo secolo.

Ed anche noi non possiamo esimerci dall’andare lì.

Fatima.   Chissà se il nome di questo luogo è in qualche modo legato alla occupazione mussulmana?

Infatti è anche il nome di una delle figlie di Maometto, molto rispettata dalla tradizione islamica e da quella popolare che ne tramanda il nome imponendolo ancor oggi a moltissime fanciulle.  

L’immenso sagrato del santuario, quasi abbracciato da un porticato semicircolare (un riferimento a San Pietro in Roma?), disegna l’ultimo tratto del pellegrinaggio che in molti concludono inginocchiati, immaginiamo per offrire alla Madre di Dio anche l’ultima, residua, stilla di sudore e fatica. Al centro dell'emiciclo si innalza la cattedrale sul cui frontale svetta il campanile alto 65 m coronato da una croce in vetro e, in una nicchia, dalla statua della Vergine. I sentimenti che ci accompagnano ci paiono affini a quelli che animano i pellegrini nella loro marcia di avvicinamento a Fatima: gioiosi, quasi da sagra patronale, senza essere irriverenti; misuratamente positivi, come dev’essere quando si osa innalzare lo sguardo al cielo sfidando la verticale del campanile nella luce abbacinante che pervade il sagrato…

E così, noi che abbiamo fin qui vissuto da cristiani che, quando va bene, sfiorano la sufficienza, ci siamo trovati, quasi senza volerlo (certamente non con lo stesso spirito e lo stesso sacrificio),  a ripercorrere le strade sulle quali gente di ben altra consistenza e coerenza, con fede profonda, ha lasciato orme fatte di dolore, di speranza, di conversione, e, molto probabilmente di riconciliazione definitiva con l’Immenso afferrando, forse, quanto resta di una vita finalmente completa.

Ma Fatima ci voleva! L’animo qui è più sereno ed il nostro viaggio proseguirà per le mete previste col cuore leggero. Ed è già un’altra storia.

(il complesso delle Basiliche che accorpa, sovrapposte, la basilica dell'Immacolata o Superiore, la chiesa del Rosario, la Cripta e, più sotto, la Basilica Minore in stile romanico-bizantino, raccordate tra loro da lunghe rampe di scale semicircolari)

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Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)


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