Il tema di una remota (e divertente) conferenza è forse più fondato di quanto pensassi.

Noi siamo quello che eravamo quando…

Gli scavi nella miniera della memoria proseguono… Ma a furia di andar in profondità e lontano nel tempo si trovano sempre meno ricordi preziosi e, più spesso, scorie, macerie e immagini da che sarebbe meglio rimuovere più che ripulire e raccontare.

Tuttavia, sul fondo, raschiando qua e là, forse c’è ancora qualcosa da recuperare…

Setacciando questi ricordi emerge netta la sensazione che, finora, per fortuna, e/o per benevolenza o dabbenaggine e insipienza dei miei simili o per distrazione delle divinità, mi sembra di aver veleggiato ben al di sopra di quanto i miei mezzi e talenti naturali avrebbero dovuto permettermi…

La sfortuna e l’handicap di una precoce dipartita del mio Papà sono stati nel tempo bilanciati da inattese (ancorchè straordinarie) esperienze che mi hanno consentito dapprima un’infanzia che ricordo lunghissima e magica e, poi, un prosieguo di cui non posso assolutamente lamentarmi.

Ricordo che da bimbo e per anni ho dialogato con un altro me stesso, non tra me e me, ma proprio con un altro io che mi consigliava, rispondeva alle mie domande e mi faceva apparire quasi tutto sereno, facile e bellissimo.

Poteva anche essere l’Angelo Custode o -forse- lo spirito di mio Papà. Chissà?

Avevo anche scoperto una potente formula, un gioco della mente che telepaticamente mi consentiva di dominare qualsiasi evento che mi minacciasse o che avrebbe potuto rivelarsi sfavorevole…

Evitare un’interrogazione, ottenere un bel voto in un importante compito in classe, concretizzare un piccolo desiderio… Una magia dopo l’altra mi son trovato adulto con l’idea che quasi tutto ciò che immagini e desideri sia alla fine possibile. Non proprio gratuitamente. Ci vuole convinzione, dedizione, lavoro, impegno… E spesso funziona!

Solo con la mamma non funzionava. I suoi rimproveri e le sue sberle erano di gran lunga più potenti dei miei esorcismi!

E’ a quella stagione che appartiene il mio primo vocabolario per decifrare le sensazioni, le emozioni, i sentimenti per il resto della vita.

Il cielo più bello che ho ancora negli occhi era ed è quello azzurro di Settembre contemplato dalla sommità della scala che dal terrazzo dei miei nonni “Perni” portava al solaio… Con quella nuvola bianca che tutti i giorni si infrangeva sul Corno di Vignol, arrotolandosi ad Oriente come fa un’onda troppo grande infrangendosi su uno scoglio appena affiorante.

I profumi dell’erba appena falciata, del fieno, dei ciclamini, delle negritelle, della terra bagnata dalla nuova pioggia, delle cucine della Domenica e persino delle stalle diventano da allora e per sempre il diapason che ogni volta mi accorda tutte le note odorose che riesco a percepire…

El Nelo, el Gioani, el Milio, el Guido, el Marco, el Dino, el Rino, la Fernanda, el Federico, col Marco e la Paola, sono stati i primi a farmi battere il cuore per qualcuno che non fosse della mia famiglia, a rendere struggente la lontananza dagli affetti, a farmi divertire con niente o ridere fino alle lacrime di niente…

Anche l’adolescenza mi sembrò lunghissima, un po’ meno magica, necessariamente più concreta e tuttavia piena di sogni.

Anzi è senz’altro trascorsa come un unico grande sogno, con poche proiezioni verso il futuro, ma vivendo le mille quotidianità come in un’altra dimensione, fatta di incoscienza (credo, come per quasi tutti, di essere ancora vivo per miracolo!), di leggerezza, di piccoli tesori nascosti nel cuore, di piccole trasgressioni, di grandi infatuazioni quasi sempre inespresse…

Mi piace ricordare l’assoluta “normalità” delle cose che mi succedevano. Per dire che mi son trovato a quattordici anni a fare il garzone d’officina, senza patimento alcuno, in una tessitura fatta di duecento lavoratrici e, compreso me, quattro o cinque maschi.

Lavorare era normale per tutti, bimbi e adolescenti compresi (e a Brentonico ne sanno qualcosa…), perché non doveva esserlo anche per me?

Anche le scuole superiori serali, vissute, almeno inizialmente, più come poteva viverle un bambino che uno avviato all’età adulta. Fino alle medie non avevo mai avuto un gran bisogno di studiare ma qui, la mia leggerezza, le mie incoscienti disinvolture, quell’addormentarmi sui libri, produssero due bocciature, in prima e in seconda…

Alla prima, mia madre mi rincorse brandendo un coltellaccio di venti centimetri (la misura è precisa perché lo conservo ancora!) mentre io tentavo di tenerla a distanza con una sedia alla maniera dei domatori di belve.

La reazione alla mia seconda bocciatura l’ho proprio rimossa, ma non dev’essere stata proprio leggera…

Erano tempi normalmente duri per tutti e forse non ce se ne accorgeva. Dev’essere per questo che non mi scandalizzo affatto se ancor oggi in alcune società bambini e adolescenti sostengono col loro lavoro l’economia familiare… A me sembra un passaggio obbligato per ogni società povera in evoluzione…

Per complicarmi un po’ la vita m’infatuai di una compagna di lavoro, Maria Adele. Mi sembrava molto bella e per la prima volta mi accorsi che una femmina, pressappoco grande come me, poteva avere le fattezze di una donna… Non avrei mai avuto il coraggio nemmeno di avvicinarla ma le mie sofferenze sentimentali erano così evidenti che, non ricordo esattamente come, le compagne di lavoro ci presentarono. Iniziai così una specie di corteggiamento surreale accompagnandola per diverse sere al tram che la riportava a casa sua in quel di Corsico.

La cartella coi libri e la mia bicicletta al fianco non mi permettevano nemmeno di prenderla per mano ma per dimostrarle la mia dedizione rincorrevo il tram fino alla sua fermata da dove potevo, per qualche diecina di metri, accompagnarla con discrezione fino al portone di casa. Da qui dovevo poi fare una corsa trafelata fino a scuola.

A quell’età a quasi tutte le ragazze non era consentito di uscire sole, così, con la complicità di un’amica più grande, già fidanzata, potemmo incontrarci per un paio di Domeniche… La prima per – diciamo – conoscerci meglio, la seconda per essere congedato con un “se sarà destino ci ritroveremo in futuro”. Infatti in quelle interminabili ore la mia endemica timidezza e la totale ignoranza anche delle più innocenti tecniche amatorie convinsero Maria Adele che avevo bisogno di qualche lezione di ripetizione e magari di maturare: però altrove.

Credo che la timidezza non sia una solo una questione caratteriale. Forse ci si rinchiude in quel bozzolo per inesperienza, impreparazione, inadeguatezza, ignoranza… Ed io questo amaro cocktail me lo sono sorbito fino a ben oltre i trent’anni (non che adesso… ma insomma…).

Dicevo del mio fortunato veleggiare la vita ben al di sopra delle mie capacità. Grosso modo comincia tutto attorno ai quindici anni: presto divento Disegnatore Tecnico alla Philips senza saper disegnare (imparerò!), mi invaghisco ostinatamente di Maria Teresa, la più bella creatura che si potesse sognare di incontrare, la più corteggiata, la più ambita… E, naturalmente, non vuole saperne - lei già donna - di quella specie di bambinone che rincorre ancora il pallone davanti a casa sua.

Solo quando avremo entrambi diciannove anni riuscirò a commuoverla e, a ventitré… sposarla! Anche qui, un dono spropositato rispetto ai meriti (beh! oltre alle preghiere ai miei defunti ci avrò messo forse qualcosa di mio).

A ventiquattro sono (già) Papà di Stefano. Maria Teresa si trasforma immediatamente in mamma ma io… io non so. Intendiamoci, modelliamo immediatamente tutta la nostra vita attorno a questa creatura ma io appaio smarrito, trasognato, emarginato, forse anche distante. Solo quando accompagnerò il bimbo in classe per il suo primo giorno di scuola avvertirò un’emozione sconvolgente e nuova (stringevo tenerissimamente la sua manina sudata per la paura…). Ce ne saranno ancora di emozioni forti, alla sua Prima Comunione, alla Laurea, al suo matrimonio nella Parocchiale di Brentonico, all’avvento di Daniele… Purtroppo, e me ne dolgo profondamente per mio figlio, l’emozione continua e totalizzante della paternità (o qualcosa di simile) mi sembra di viverla solo ora da nonno.

Al nostro matrimonio c’è mezza Foxboro. Sono i colleghi di una meravigliosa multinazionale americana dove nel frattempo sono diventato Sales Engineer (Venditore Tecnico) senza sapere l’inglese (lo imparerò), senza saper nulla delle vendite (imparerò? Chissà?) e senza sapere alcunché di automazione (la imparerò! E anche molto bene!). Mi muovo frequentemente in Europa, io che non ero arrivato mai nemmeno a Chiasso e che ho passato il Po solo per il viaggio di nozze!

Nel 1974 e per una diecina d’anni sono alla Honeywell dove vivo, forse, la mia più inebriante esperienza lavorativa. Anche qui, non sapendo fare quasi nulla, mi confermo essere un buon ladro. Di mestieri. E curioso, molto curioso.

Non dico appassionato che, altrimenti, mi sentirei appagato per aver appreso con la dovuta profondità tutto quel che oggi so, ma curioso sì. Di tutto. Chimica, Meccanica, Fisica, Marketing e, piano piano (non è del tutto finita…), Comunicazione, Arte (un po’), Psicologia, e Filosofia (non è mai finita…).

Nel corso di uno dei viaggi di lavoro (Ah! viaggiare che cosa meravigliosa!) in America ho modo di assistere ad una divertente conferenza di un professore di Filosofia dell’Università di Phoenix (Arizona): “We are what we were when…” (Noi siamo quello che eravamo quando…).

L’essenza del suo dire si può riassumere in “La minestra ha il sapore degli ingredienti che ci metti”, ovvero “Quello che siamo oggi, come individui e come società, è stato (consapevolmente o meno) preparato, predisposto o determinato da ciò che è successo in precedenza, nella nostra età più verde”.

Possono essere asserzioni perfino banali, ovvie, (chissà se alla facoltà di Sociologia di Trento sono d’accordo…) dire dei riflessi e dell’importanza che i fatti accaduti nelle età dell’infanzia, della pubertà e dell’adolescenza e la stessa formazione scolastica e familiare hanno sul destino degli individui nell’età adulta. Ma a me questo lungo imprinting, questa lungo assemblaggio, per dirla con la terminologia dei computer, del sistema operativo di ogni individuo, quelle stagioni, che alla fine fanno sbocciare una persona adulta, sembrano proprio decisive.

Fondamentali come le persone che si ha la fortuna o la sfortuna di incontrare.

I miei pochi incontri sfortunati credo di averli quasi tutti rimossi (siano, però, quelle persone, dannate per sempre!) ma quelli fortunati sono davvero tanti…

Lo zio Umberto, un mio straordinario vice-papà, che sapeva e saprebbe (l’età…) far di tutto, ed io so fare di tutto un po’.

La mia dolcissima Maestra alle elementari, la Ester Monti Carraro e il rigido Maestro DiMarco che mi arroventò un’orecchio perché chiacchieravo in fila rientrando in Aula (zitto con la mamma! Se no avrei preso il resto).

I miei insegnanti di Italiano (ricordo i Professori Ciavarella e Bonesi) che mi trasmisero l’amore per la Poesia e la necessità di leggere fra le righe per capire meglio le cose.

L’Albina, che col Gino Zoller, sono stati, anche da lontano, il modello di famiglia che non avevo.

Il “Gigi” di cui ero garzone in officina e che mi insultava ad ogni errore e, quando un ingranaggio mi morse il pollice fino a strapparmene l’unghia mi soccorse solo dopo avermi investito con una marea di improperi.

L’Aldo Borroni, il compagno di scuola e l’amico (quasi un fratello?) che ancor oggi mi vuole bene.

Il caro Francesco Raunich che mi rivelò molti segreti del disegno e dell’Illuminotecnica proteggendomi (era il capufficio) quando, durante le ore di lavoro, mi appartavo in bagno per preparare un compito in classe alle serali.

Il grande Dottor Baldassini, Direttore Generale alla Foxboro, un Maestro nella gestione del personale.

Il carismatico Dottor Paparella, della stessa Foxboro, un mago delle trattative commerciali.

La sempiterna donna della mia vita, la Maria Teresa, che mi ha sostenuto per farmi ottimamente finire le superiori serali, mi ha regalato un grande figliolo e ancor oggi è al mio fianco…

Il prezioso e sempre presente Renzo Greco, il collega alla Honeywell e amico esemplare nella vita.

Il pragmatico Arrigo Colombani che, forse sopravvalutandomi, mi avviò ad un’ottima carriera da dirigente d’azienda.

Una squadra formidabile che negli anni oltre a formarmi mi ha offerto tutto ciò che mi è servito ad arrivare più che dignitosamente fin qui.

Naturalmente a tutto questo non può essere stato estraneo lo spirito dei miei cari (quelli che se ne sono già andati) e che hanno certamente intercesso col Padreterno.

Ma questa è una faccenda molto privata.

Tutto ciò per dire che tutte le giovani generazioni, invero succede in ogni epoca, sono come dei preziosi contenitori in cui versare nel tempo la più articolata miscellanea di informazioni, di esperienze formative, di cultura, di sapere non solo necessariamente didattico-scolastico (e tuttavia non prescindendone).

Gli insegnanti capaci e veri, le più diverse e generose persone che avranno la fortuna di incontrare renderanno più nobile e pregiata questa miscellanea ed in capo a una trentina d’anni si registreranno sia a livello individuale che sociale gli effetti più preziosi.

Allo stesso modo, ovviamente, i trentenni di oggi sono il risultato della cultura che è stata loro somministrata durante tutto il loro formarsi. Quindi…

I figli… la loro crescita e formazione sono materie delicatissime, molto, molto più di quanto siamo mediamente disposti a ritenere e ad impegnarci perché le loro ali si possano dispiegare al meglio.

Forse val la pena di riparlarne.

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)


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