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Un tempo passeggiate come queste si facevano,
forse, una volta l’anno.
Erano appuntamenti attesi dai ragazzi, per almeno
una Domenica nel corso dell’estate, così, per sentirsi un po’ più
grandi, per azzardare i primi voli fuori dal nido familiare e
scoprire, se non nuovi mondi, almeno che cosa c’è al di là del
podere domestico nel giorno in cui si lasciava ai soli padri ogni
incombenza lavorativa (perché in campagna c’era da fare, e non poco,
anche nei giorni del Signore).
Festa di emozioni - le prime? - figlie di quei
tempi.
Emozioni semplici, non riproducibili e, oggi,
certamente incomprensibili. Che dire? Non erano forse emozioni
quelle suscitate da un pasto al sacco che interrompe i consueti menù
quotidiani?
E quel sorso in più di vino tracannato dalla
bottiglia che passa da una bocca all’altra dei compagni di
avventura?
E quella non è forse la prima sgnapa (1)? E quel
caffè tiepido e dolciastro dal thermos?
E se quella non è la prima sigaretta non è forse
la prima che non ti fa star male?
E le confidenze che si rincorrono sommesse, le
risate grasse e le parole delle canzoni cucite fra loro nella
continuità del coro perché nessuno le conosce per intero?
Eppoi il ritorno, sui piedi strascinati e
tuttavia frettolosi per precedere le ombre che lentamente franano
verso valle.
Ricordate? I mazzolini di stelle alpine, di
genzianelle, di raperonzoli di garofanini selvatici o di ciclamini
in mano o appesi alla cintura o allo zaino… Ai gitanti quei fiori
prolungavano il sapore e il ricordo di quella giornata e per
qualcuno, a casa, recavano la leggerezza di un pensiero o di una
segreta promessa…
E la fatica, così diversa da quella umiliante e
opprimente di un lavoro massacrante nei campi, si impossessa
dolcemente di tutto te stesso e, quasi fosse una desiderabile
sensazione ti invita al più giusto dei riposi.
Sì, fatica, e tanta. Perché allora qualunque
fosse la meta (Altissimo, Vignol, Corna Piana, il Corno della Paura
e persino il Telegrafo, ma bisognava partire la notte precedente) ci
si avviava a piedi da Brentonico e quando arrivavi alla Polsa o a
San Giacomo eri già un po’ imballato e non si capiva se il paio di
panini che avevi già divorato ti avevano effettivamente ritemprato o
ti si erano appesi ai polpacci per tutto il resto della gita…
Chissà se questi sono ricordi nostalgici, in qualche modo nobilitati
dal tanto tempo passato (Brentonico… Le sue strade “bianche”, le
sorgenti al Palù e ai Quaini, le fontane, le terre colorate, i mille
saporosi frutti della terra e della fatica delle sue genti…), oppure
se sono quelle ingenue sensazioni, quelle emozioni, che comunque,
nell’età della giovinezza, coi colori più belli dell’iride, ti
impressionano l’anima come fosse una pellicola fotografica, e con
quei colori negli occhi rileggi poi tutte le pagine della tua vita.
Cos’è rimasto di quel tempo? E’ possibile, anche in un mondo così
diverso da allora, così ricco, così evoluto, così lontano da quelle
piccole cose che ci appassionavano e ci facevano felici, è possibile
polarizzare tutti e cinque i sensi sui valori più alti e ritrovare,
così, naturalmente e semplicemente, i luoghi, i pretesti e le
occasioni per qualche piccola anticipazione del paradiso senza
percorrere strade artificiali e pericolose. Soprattutto continuando
a vivere...
A Brentonico, o meglio più su, sull’Altipiano i
luoghi per scoprire, per guardare, per respirare e per vivere, i
luoghi per una bella manutenzione dell’anima, per quanto ammaccata
possa essere, ci sono.
Ci sono strade e sentieri (per quanto disastrati
possano apparire) che portano anche un po’ oltre l’incredibile…
Un breve tragitto in auto fino a poco oltre la
Polsa. Si parcheggia l’autovettura ai margini della ex-strada
militare un poco sopra la Malga Montagnola e si prosegue a piedi.
Qualche piccolo impiccio dalla portela che
interrompe il passo lungo la strada bianca che sale pigra e leggera
ed in breve ci si trova a dover decidere se assecondare la via più
retta o propendere fra una mulattiera che, discendendo lentamente e
con continuità sulla sinistra, si perde presto nella distesa di
faggi che nasconde e addolcisce i pendii ripidi e ondulati fra
Vignol e Saccone.
Un cartello in legno che evoca la “località
Pozze”, retto da un palo divelto e da tempo inutilmente abbandonato
ai margini, non aiuta a prendere una decisione, ma, se oggi è
giornata per affacciarsi su un angolo di giardino dell’Eden,
dimenticato qui dai tempi della creazione, si propenderà per la
mulattiera a sinistra.
La camminata è piuttosto lunga e tuttavia priva
di vera fatica. Il bosco, infarcito di radure multicolori, rocce
muschiose e tempestato da mille fiori galleggianti sulla coltre di
foglie secche fa germogliare il desiderio (si direbbe un annuncio di
angoscia) di cielo e di spazi aperti…
Finalmente, quando la strada si confonde con
l’ultima radura, all’improvviso, nel cuore e nella mente prima che
negli occhi, esplode un trionfo di tutte le tonalità di ogni verde
possibile… E laggiù, in fondo, all’orizzonte di questo valloncello
inatteso, tutto l’azzurro del cielo s’infrange sui profili degli
alberi, dei prati e dei declivi…
Non c’è che da fermarsi… Ammirati, esitanti ed
intimiditi come sulla soglia di una cattedrale quando
l’abbigliamento o l’anima sembrano far temere una profanazione.
Poi, qualcosa sospinge ad addentrarsi, dapprima
in punta di piedi come all’avvio di una cerimonia di purificazione,
poi sempre più velocemente, quasi correndo incontro a profumi
antichi, a zefiri dolcissimi, a giochi di luce che ammaliano e -
finalmente - annullano, annientano.
Cadere in ginocchio ed abbandonarsi quindi
nell’erba ristoratrice sarebbe del tutto naturale.
Gli occhi - chiusi - già rileggono le immagini
appena assorbite tutt’intorno, se si socchiudono è solo per
accertarsi che non sia un sogno.
Anche il tempo è annullato. Prima di riaversi e
riprendere il cammino potrebbero indifferentemente trascorrere
frazioni di secondo o lunghe ore. D’un tratto ci si ritrova a
camminare… Dove c’era l’orizzonte una conca ombrosa offre di quando
in quando (forse di notte, per socializzare ruminando?) ospitalità a
un branco di caprioli, degni campioni del creato animale.
A settentrione si ricompone una strada che va ad
intrufolarsi in una abetaia sterminata. Il sospetto che questa non
sia altro che un’ignorata appendice dell’Eden trova una nuova
conferma quando una serpe che si crogiola al centro di una delle
rare macchie di sole che punteggiano i margini ombrosi della strada
ti “gela” sul posto.
Dovrebbe essere un carbonaz (2) (si sa,
l’evoluzione…). Sarà lì per deviare il viandante verso il bosco ed
esporlo alla tentazione di un incredibile mare rosseggiante di
Amanite Muscarie o per frapporsi al passaggio verso… L’Infinito?
Difficile, difficilissimo resistere alle
prelibate tentazioni cromatiche di questa autentica goduria degli
gli occhi, ma, dato il luogo, è imperativo ricordarsi di quali
conseguenze produssero le pur buone mele del Paradiso Terrestre…
Figuriamoci a che cosa condurrebbe cedere a questi pur meravigliosi
funghi!
Occorre quindi vincere il timore del serpente e
continuare con le dovute cautele lungo la strada finchè, fra Oriente
e Mezzogiorno, non si spalanca un vertiginoso balcone sul… tutto e
sul nulla.
Questo dev’essere l’Infinito… Se esiste è questo.
Tutto quello che si vede o che i vapori capricciosi e le nebbie
improvvise celano, tutto quello che si sente - la musica del vento,
il palpito delle fronde, gli echi dalla valle - od il silenzio che
ad un tratto tutto ammutolisce, oppure quello che si nasconde oltre
l’orizzonte lontano o si rivela li vicino fra i fruscii ed i profumi
delle erbe e dei fiori … Ed i pensieri che si affollano o che si
volatilizzano nella mente lasciandoti un desiderio di Assoluto, di
Trascendente di Immenso…
Lì, sulla destra, il profilo incombente dei zengi(3)
di Vignol, quasi il profilo di un padre austero quanto benevolo.
Se credi è l’ombra di Dio. Se sei ateo od
agnostico non potrai non vibrare comunque di emozione profonda…
Resta lì finchè puoi. Ma quando il tempo tornerà
a pulsare un brivido freddo ti inviterà a rientrare.
Lentamente vedrai materializzarsi laggiù, per
tutta la valle, presepi sparsi mentre frammenti di specchi
ridisegnano l’Adige e brulichii di vita sconosciuta e lontana ti
ricordano che sei vivo.
Poi sarà un rientro riluttante, al termine di un
passaggio carico di sensazioni profonde e di trasparenti simbologie.
Camminata lunga e eppur leggera ed invitante all’andata… Gambe un
po’ svogliate per questo rientro in salita con lo zaino - pardon, la
testa - ricolma di nuovi propositi, di aspettative, persino di
sogni…
Ma a questo Altopiano non è stato tramandato un
solo frammento originale del Giardino dell’Eden…
Ci sono altre tracce che - misteriosamente -
evocano l’immanenza del trascendente verso le Colme di Vignol, ad
esempio…
Superati i resti delle caserme risalenti alla
prima Guerra Mondiale (luogo ideale per feste campestri, con la
magnifica piattaforma di raccolta delle acque piovane a fare da
platea ai cori o alle bande o ai complessi e alle attrazioni
musicali!) superate queste vestigia, si diceva, si prende a destra,
lungo la strada che alla fine porterà al Corno della Paura.
Pian piano, dapprima abbacinante, indovinandola
fra i rami dei faggi, poi sempre più distinta, profonda, infinita,
si apre, parallela alla strada, di nuovo, un posto indefinibile che
gli uomini chiamano la Valle dell’Adige.
O è qualcos’altro?
La luce, il vento, talvolta persino le nuvole, ed
ogni cosa tutt’attorno, le pietre sedimentarie bianche o rosa e le
viole e le genzianelle e tutti i mille e mille anonimi fiori e le
piante prendono l’animo più dei sensi.
I precipizi, appena oltre il limite della strada, danno i brividi
anche ai più temerari. Allegorie della vita e della morte danzano
davanti agli occhi e, inconsciamente, quesiti esistenziali ormai
quasi sopiti riemergono prepotenti.
Ci si potrebbe trovare a parlare fra sé e sé o,
se in compagnia di persone che contano davvero, che so? Un amico,
un’amica o, comunque, qualcuno che abita il vostro cuore, la
conversazione all’improvviso prenderà sentieri finora mai percorsi.
Ci sente ispirati, migliori, fors’anche
intelligenti… Certo in stato di grazia!
Sembra di capire cose mai comprese prima, sembra
che le risposte inutilmente attese per una vita stiano finalmente
per essere rivelate, suggerite…
Chissà?
Tornando ci si sente solo diversi e, quasi
certamente, non si ricorderanno più né le domande né - ahinoi! – le
risposte…
E Corna Piana? Possibile che in un posto così
straordinario, con una vista inimmaginabile sul mondo (la Val
Lagarina non è forse un campione più che rappresentativo dell’intero
mondo?) non si possano avere possano sensazioni trascendentali?
Dopo uno strappo secco iniziale, l’ascesa dal
rifugio Graziani è fra le più dolci immaginabili per una meta così
intrigante.
Si giunge in vetta attraversando due mari, uno
calmo d’erbe e di fiori appena screziati dal vento e l’altro agitato
da impetuosi rododendri biancheggianti che finiscono con
l’infrangersi fin sui primi contrafforti rocciosi della Corna.
Là sulla vetta si viene posseduti da un senso di
ebbrezza, di grandezza, di vuoto e di vertigine interiori…
Ed è come se si fosse al centro ed in cima al
mondo mentre la mente ed il cuore corrono a cercare un riferimento,
un fulcro su cui far leva per riprendere il fiato, per riflettere
per ricordare…
E le prime, se non le sole, immagini che si
ricompongono e che si affollano a ripercorrere il nostro passato
sono i volti, i sorrisi e le cose più belle dei nostri cari, di
quelli che, col divino, questo cielo tutt’intorno lo abitano già.
Ed il ricordo si trasforma in intesa e, forse, in
preghiera e in ringraziamento….
Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.
Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
Mai stati alla Busa Brudeghera (4) ?
La fatica per raggiungerla, seguendo la strada che dallo stesso
rifugio Graziani raggiunge il Damiano Chiesa, lassù sull’Altissimo
(e la tradizione che ci tramanda questo nome potrebbe non riferirsi
all’altitudine…) è il giusto tributo da offrire ad uno dei luoghi
più intriganti di tutto l’Altopiano.
La Busa è un pretesto, una curiosità geologica,
una magia della natura per restituire d’estate il refrigerio della
neve accumulatasi in mille inverni passati.
Alcuni nostri vecchi sostenevano che l’Acqua del
Paradiso (un altro nome certamente non casuale), purissima e
freschissima, filtrasse fin laggiù, giusto a metà strada fra S.
Giacomo e S. Valentino, proprio dalla neve disciolta della Busa
Brudeghera. Poi qualche eretico ha voluto commettere sacrilegio
imbrigliando l’Acqua del Paradiso e confonderla con quelle profane
dell’acquedotto pubblico…
Ai bordi della Busa Brudeghera è d’obbligo
soffermarsi per la colazione al sacco, le bevande riposte brevemente
nel gelo della neve, finchè lo sguardo, dapprima distratto
dall’antro, non scoprirà una Conca che nessun aggettivo può servire
descrivere compiutamente.
D'altronde solo i grandi sanno tradurre in parole
le emozioni più rare e profonde! E nel tripudio di zefiri e profumi
, di colori e luccichii, di sussurri lontani del Garda e di strepiti
vicini degli uccelli in volo il cuore rallenta, il tempo,
dimenticato, potrebbe anche esser dolcemente l’ultimo…
Note
1) Sgnapa = Grappa
2) Carbonaz = Serpente molto lungo e nero, innocuo
3) Zengi= Cengie, burroni
4) Busa Brudeghera = Antro carsico verticale sul Monte Altissimo ove
la neve si accumula e conserva

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)



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