Gli ICEBERG dell’Altopiano

Alla scoperta di mirabolanti giacimenti culturali “semi-sommersi”…

Gli ICEBERG dell’ALTOPIANO
Insolita e personale escursione fra i personaggi misconosciuti di Brentonico

Incuriosirsi di tutto e, ancor oggi, alla soglia di una sessantina vissuta in fondo non del tutto banalmente, stupirsi di ogni novità che da sempre il caso, la fortuna e quel po’ di innocenza infantile che sopravvive, rivelano ogni giorno. Così le persone che incontri divengono figure straordinarie, a loro modo uniche; le loro storie, i loro immaginifici talenti, i loro mestieri sapienti ed il bello che  affiora (a volerlo vedere) in tutti,  producono senz’altro delle emozioni consolatorie complice uno scenario - l’Altopiano di Brentonico - ancora così incredibilmente generoso di motivi, di sentimenti,  di storie… Di  “scoperte” che esigerebbero dell’arte vera per far nascere nei lettori il desiderio di conoscerle, farsene un’idea personale ed apprezzarle nel tempo…

Scoperte insospettabili come quegli iceberg molto speciali che tuttora (e per fortuna…) si formano o si radunano da queste parti. Gli iceberg, sapete, pur essendo talvolta giganteschi, lasciano intravedere solo una piccola parte di sé, proprio come quelli in cui mi sono imbattuto di recente.   

Per esempio a Prada di Brentonico ho conosciuto…

Una Dottoressa.

Elisa, Elisa Pastorelli. Con suo marito e la piccola Maia si stabilisce qui, in quel di Prada dico, meno di due anni fa scoprendo che questo può essere, anzi è, il centro di un piccolo-grande universo, ideale per crescere la loro bimba. Al cuore di una vita ritirata, agreste, veramente tranquilla, una vita che nelle grandi città si sognano e che magari, già solo a Rovereto, cominciano a desiderare. Sì perché, Brentonico e le sue frazioni, entità pressoché insignificanti e trascurate, sono davvero al  centro fisico, geografico, di tutti gli interessi commerciali, culturali, industriali, turistici fra il basso Trentino e la pianura Lombardo-Veneta. Ma questa è un’altra storia…

Il debutto di questa famigliola nella comunità locale è davvero soave: in Agosto dello scorso anno il battesimo della piccola Maia-Maria è festeggiato da tutto il paese con un accattivante buffet sul sagrato della chiesa di Prada. E’ il tempo in cui la dottoressa Elisa riprende il suo lavoro di psicologa e psicoterapeuta (di scuola Rogersiana, mi pare), associandosi, fra l’altro, ad uno studio medico multi-disciplinare di Rovereto (poteva - o potrebbe - essere anche Brentonico, ma, forse, ancor oggi, alle terapie ed ai sussidi psicologici si ricorre più facilmente quando si è immersi nell’anonimato cittadino).

Parlare con Elisa, della sua storia professionale e del suo universo lavorativo, è come scoprire una miniera di esperienze, di studi ben oltre l’Università, di approfondimenti di livello internazionale, di seminari, conferenze e praticantati di grande rilievo. Insomma una sovra-esposizione culturale che, tuttavia, non ha fatto di lei una professionista altezzosa e distaccata ma, forse anche per la ancor giovane età, una persona vera e completa, entusiasta, ricettiva e trasparente!

Si apprezzano in lei, con la profonda onestà intellettuale che la anima, la naturalezza con cui si muove in ambito professionale e la semplicità con cui affronta ogni problema per quanto delicato e critico possa essere. E nel suo campo non v’è problema che non sia almeno delicato.       

Da Elisa credo di aver capito che la psicologia ti può sorreggere ed accompagnare verso un’esistenza, un modo di vivere dentro e fuori di te, assolutamente compatibile con la tua storia pregressa e senz’altro coerente con ciò che vorresti essere.  I termini sorreggere e accompagnare non sono casuali. Molti, se non tutti, possono essere sorretti e accompagnati fuori dalle dipendenze, dalle depressioni, dai comportamenti giovanili devianti o da molte umanissime esperienze, vissute, tuttavia da molti individui, drammaticamente e traumaticamente.

Di Elisa, sulle altre, colpiscono alcune esperienze, inconsuete e preziose, nell’area del disagio giovanile ed in quella del sostegno psicologico e della promozione della salute per tutta la stagione della gravidanza, della maternità e, soprattutto, dell’allattamento, una pratica di grande valore umano, psicologico e - perché no? - economico. Esperienze di valore assoluto e di grande attualità Non è un caso che, in Vallagarina,  questo ponderoso bagaglio professionale abbia già attirato l’attenzione di molti privati ed anche di enti che a vario titolo si occupano di salute pubblica.       

E’ in quest’ambito che la “nostra” dottoressa non potrà che rivelarsi per quello che è:  una preziosa risorsa culturale, umana e sanitaria anche per tutta la sua “nuova” comunità: Brentonico.

Utile per dipanare esigenze individuali e per corroborare i servizi sociali e sanitari del paese ed eventualmente persino completare, in ambito turistico, l’assistenza alle pratiche salutiste e di fitness che vanno diffondendosi…

Nel frattempo cercheremo di convincerla a rendersi disponibile per una serie di conferenze, da inserire nella programmazione turistico-culturale di Brentonico 2006 , attraverso le quali la dottoressa Elisa Pastorelli possa aiutare, chi vorrà assistervi, a comprendere ambiti, strumenti e limiti delle analisi e delle terapie psicologiche.

Credo che possiamo sentirci fin d’ora invitati!

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Sull’Altopiano non paiono esserci luoghi privilegiati dove sia particolarmente facile incappare nei nostri iceberg, ma a Prada di Brentonico, dopo Elisa, ne ho scoperto un altro…

Lì c’è un luogo… Un luogo - un grande prato, per molti senz’altro anonimo - compreso fra la segheria dei fratelli Zenatti ed il terrazzo del condominio Bellavista, l’Hotel Prada  ed altre poche case.

Talvolta, al mattino, col sole delle undici, la luce, splendente d’oro e di riflessi verdi screziati d’argento rimandati dal mare ondeggiante d’erba e fiori, fa socchiudere gli occhi ma illumina il cuore… Uno zefiro fresco e leggero ti accarezza la pelle e ti pettina i capelli… Ti fa veleggiare per spazi infiniti l’animo. Il profumo dei fiori filtra da una siepe (che - naturalmente! - da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…) inducendo un leggero stordimento e, forse, incoraggiando un vago sorriso sui volti di chi c’è.

Si direbbe un incantesimo, una magia, il dono di una divinità!

Ma non è sempre così. Non tutti i giorni.

La seduzione di questo sortilegio si accende solo coi suoni, le melodie, le cascate di note che si sprigionano, scintillanti e colorate di frequenze rare, da un  violino certamente animato da mani sapienti .

Un violino potente, eppur dolcissimo, avvolgente eppur leggero… Etereo  e penetrante… Capace com’è di armonizzare  tutta la natura circostante

Per anni ho goduto della grazia di queste atmosfere senza nemmeno chiedermi quale genio si prendesse cura di diffondere. Atmosfere ed attimi che da soli valgono l’andare e l’essere a Prada. 

Poi una curiosità insolitamente tardiva si fa strada e pian piano vengo a sapere qualcosa di colui che sa accendere questo tripudio di emozioni… Mi parlano di un pensionato, professore d’orchestra, forse della Scala di Milano… Un tal Barozzi…

Un Artista…

Lo immagino giovanile, aristocratico, compassato, distante… Magari ancora vestito di del suo abito da concerto scuro. Inavvicinabile. Ed invece… In una bella giornata di Novembre prendo coraggio e gli telefono per un appuntamento. Sono emozionato e quello che riesco a farfugliare non mi pare per nulla convincente ma, incredibilmente, convince il professore. Lo incontrerò a casa sua nel pomeriggio.

Individuo facilmente la sua villetta, stretta fra il “Cedrone” e l’Hotel Prada (ma quando riapre?), e, sorprendentemente, alla sua porta riconosco una figura che ho già  visto alla messa della domenica nella bella chiesetta di S. Maria Maddalena . Inequivocabilmente l’organista che accompagna mirabilmente l’eccellente coro femminile di Prada ed il Professor Franco Barozzi sono la stessa persona. Non sono deluso, anzi, comincio a comprendere perché quello che ritenevo un dilettante, un volonteroso praticante di paese, fosse proprio così bravo…

Il professore è affabile ancorché più spaesato di me. Nonostante la lunga e prestigiosa carriera (fanciullo autodidatta, scuole superiori, conservatorio e poi, ancora giovanissimo, concerti a Milano, a New York ed in gran parte d’Italia e del mondo, prima di concludere con l’insegnamento alla scuola di musica di Rovereto) è forse la prima volta che qualcuno - un estraneo - vuol sapere qualcosa della sua persona, del suo lavoro, della sua vita qui a Prada.

Sulle prime sembra persino temere che la mia visita sia motivata dal “disturbo” che i suoi esercizi, le sue performances, mattutine arrecherebbero ai vicini.

Sembra incredulo quando, invece, non finisco di complimentarmi per le magie che sa compiere col suo violino e per gli stati di grazia che sa diffondere nella valletta su cui si affaccia la finestra del suo “rifugio” musicale, ricavato in un ampio spazio del grande soggiorno. Un angolo dove non è difficile immaginare il professore rapito dalla sua stessa musica quando fluisce dal bel pianoforte a coda o da uno dei numerosi violini ospiti di una grande teca.

Dico rapito perché faccio molta fatica a strappare al professore qualche confidenza. Mi sembra di doverlo continuamente richiamare da un’altra dimensione, da mondi che - azzardo - solo lui e gli eletti come lui conoscono. Potrebbe anche trattarsi di una naturale ritrosia,  di una comprensibile riservatezza, di timidezza forse…

Ma qui, scopro pian piano, mi trovo di fronte ad un artista a tutto tondo, un artista che della musica ha senz’altro fatto la sua piattaforma esistenziale più importante e solida, ma il talento non è un mestiere, non lo si attiva a comando, magari 8 ore al giorno per cinque giorni la settimana, malattie e ferie escluse.

Il talento è intimamente impastato con la vita e quando non si materializza in vibrazioni sonore, in musica, si produce in immagini che il nostro professore dipinge da sempre con maestria, catturandole nella sovrabbondante natura circostante o nelle insondabili riserve della memoria e della fantasia.

L’arte pura è il linguaggio che le divinità han creato per emozionare gli uomini. Che si tratti di musica, di pittura o d’altra forma, la sensibilità dell’artista traduce per noi mortali il messaggio dei cieli… Ed il nostro professore ne è un eccellente interprete sia quando quando fa parlare il violino che quando si esprime con pennelli e colori.

Il tempo per un breve scambio di opinioni sulla pittura e sulle relative  avanguardie del secolo scorso con un parallelo, forse una radice comune, un possibile intreccio con le astrazioni musicali, “rumoristiche” direi, delle nuove espressioni della  musica da camera,  intreccio  che  il  professore  mi  concede, che vengo nuovamente sorpreso da un colpo che

- dato l’ospite - non può che essere da maestro.

Infatti, con connaturata noncuranza, egli mi rivela di dedicarsi con passione anche all’arte dei liutai. Non si tratta di un hobby (quello semmai è costituito dalla passione per i cavalli che finirà per allevare di nuovo per la gioia dei suoi nipotini) ma di una vera e propria arte, frequentata a ritmi necessariamente rallentati, ma con impegno altrettanto necessariamente rigoroso, seguendo canoni e conoscenze antiche, e mani sapienti che domano legni e materiali preziosi e rari.

Ma il musicista che abita il Maestro liutaio Barozzi saprà soffiare, in ogni strumento che concepisce, l’anima, la vita… Mi rivela che ad ogni nuovo strumento occorre insegnare a suonare e con più lo si suona con più il violino (ed ogni liuto un po’ più grande o un po’ più piccolo) impara a raggiungere i suoi vertici sonori ed armonici…

Ora, un po’ più sciolto, incoraggiato anche dalla moglie Lidia, mi racconta compiaciuto un episodio di qualche settimana prima…   

Dalle malghe in altura erano da poco rientrate in Paese le mucche (Settembre, andiamo. È tempo di migrare…) e da qualche giorno una discreta mandria pascolava nel “nostro” valloncello, sul versante opposto a quello della casa dei Barozzi.

Il professore, in uno di quei mattini che “lui” rende belli, lascia che il suo violino con le sue note riempia l’aria. Sorprendentemente le mucche cominciano dapprima a raggrupparsi e, poi, con passo vieppiù spedito si affrettano verso quella casa, là, fin sotto la finestra da dove, inequivocabilmente, si sprigionano quelle ineffabili atmosfere. Naturalmente il professore usa toni scevri da ogni enfasi ma sorride (e così facendo gli occhi gli spariscono fra le palpebre gioiose…) ancora divertito per quello straordinario richiamo e per quei sorprendenti, attoniti spettatori…

Anch’io sorrido, ma trovo quasi inquietante che  le magie del Professore abbiano effetti anche sugli animali… Chissà? Queste vibrazioni sonore son così misteriosamente penetranti che effettivamente paiono coinvolgere tutto il mondo attorno, forse  anche le piante e tutto il verde che ci circonda le possono avvertire… E certo sono stati spettatori partecipi, generosi di silenzi e atmosfere incantati, tutte le volte che il professor Barozzi ed il suo violino vanno a perdersi nei boschi sopra Prada per orchestrare irripetibili concerti all’infinito… 

Questi fughe nella solitudine della natura da parte dei musicisti potrebbero apparire un poco stravaganti ma, forse, non sono così infrequenti e neppure bizzarri. Seppur sorprendenti, questi rituali naturalistici - comunque emozionanti, direi - sembrano rispondere a precise necessità artistiche, che so? Ricerca della concentrazione, dell’ispirazione, delle profondità degli Autori e dei limiti più reconditi degli strumenti…

In Scozia, per esempio, all’ora del tramonto, m’è accaduto di sorprendere più volte, in qualche radura sopraelevata, degli appassionati vestiti dei loro abiti tradizionali (sì, col gonnellino…), che con le loro cornamuse riempiono l’aere di meravigliosi suoni incantati. Cose che mi son successe anche qui vicino… Lo scorso anno, lungo un sentiero del Biaena, mi sono imbattuto in un imperturbabile suonatore di tromba… Chissà ? Forse un emulo autoctono del professor Barozzi… Speriamo ce ne siano presto altri!

Sto per congedarmi ma quasi dal nulla si materializza Angelina, l’ottantottenne lucidissima suocera del Professore. Un altro incontro intrigante… Non mi conosce affatto, ma con due sole domande e in un baleno, riesce a far riaffiorare dalla sua formidabile memoria le immagini dei miei nonni e persino di qualcuno dei miei numerosi zii lontane oltre mezzo secolo … Eppure si conoscevano appena!

Che patrimonio umano straordinario questi nostri vecchi! Che patrimonio di ricordi, di valori, di esperienze che andrebbero almeno raccolti, trascritti e conservati per trarre da quell’universo ormai tramontato, molti dei materiali, delle materie prime, utili a costruirci un oggi ed anche il futuro…

Uscendo, accompagnato dal professore fino in giardino, cerco di strappare alla modestia e alla ritrosia del professore un qualche impegno perché sia possibile organizzare degli eventi che consentano ai brentegani e ai visitatori dell’Altopiano di condividere nella bella stagione i piaceri delle sue arti… Che so? Due o tre concerti, magari alternandosi in scena ai ragazzi della scuola di violino di Brentonico, ed anche qualcosa che esalti la preziosità di quello che pare essere l’organo più antico del Trentino, quello della Parrocchiale dei S.S. Pietro e Paolo. Delle mostre dei suoi quadri… Mi dà una speranza ma credo che occorrerà “lavorarselo” ancora parecchio.  

Un Uomo

Sarà stata la primavera di quest’anno ed Elisa col marito Simone e la vivacissima Maia sono a cena da noi.

Il convivio si conclude, come quasi sempre, col formaggio ed io lamento anche con questi nuovi brentegani l’insulto alle tradizioni e la ferita inferta alla più preziosa delle culture - quella contadina, quella che ci dà il cibo - per il totale abbandono delle produzioni casearie qui sull’Altipiano. Magnifico, su tutto, il mitico burro giallo de ‘sti ani, quello delle nostre malghe Un burro fatto quasi più di fiori che di panna… Elisa e Simone mi correggono rivelandomi che c’è ancora almeno un personaggio che, pur tra mille difficoltà, testardamente, prosegue l’opera dei padri… Mi dicono che quando vorrò assaggiare dei  latticini genuini li potrò trovare da un tale Orazio, lassù a Festa…

Ci andiamo il giorno seguente.

Come per quasi tutto qui a Brentonico (si tratti di esercizi pubblici, di un’azienda  o di un servizio) non c’è un cartello che ti guidi alla meta desiderata. Comprendiamo di esservi giunti quando, dopo aver vanamente esplorato un paio di alternative, ci ritroviamo in un’amplissima aia delimitata da una casa, dalle stalle e da una costruzione che più tardi sapremo essere la casera. E’ il furgone-negozio che ci troviamo di fronte a confermarcelo.

Una figura che pare imponente (ma scopriremo che è la personalità, il carattere, l’impeto, di chi la abita a ingigantire quest’uomo rosso di pelo) è intenta a riportare i prodotti invenduti dal furgone alle celle frigorifere. Si interrompe per servirci. Ci vorrebbe Hemingway, o almeno un Gianni Brera, per rappresentare quello che vediamo e quello che sa raccontarci nella densissima quindicina di minuti in cui facciamo la spesa.

Questo Orazio Schelfi è troppo forte… Devo conoscerlo meglio e mi riprometto di incontrarlo nuovamente, magari quando si trasferirà per l’alpeggio estivo su a Prà Alpesina.

Nel frattempo quasi tutti i formaggi che consumiamo in famiglia divengono dell’Orazio, non perché siano necessariamente eccezionali, ma perché, essendo comunque buoni e genuini (il burro dell’Orazio, quello sì, è superiore. Si avvicina abbastanza a quello dei tempi della mia infanzia), vorremmo concorrere, nel nostro piccolo, a sorreggere questa specie di riserva indiana dove è confinata la produzione casearia dell’Altopiano.

A tutelarla e a farla progredire, ampliare ed affermare, a rilanciarla come fatto economico strategico di Brentonico, assieme all’avvento di altri auspicabili concorrenti di Orazio, dovrebbero essere le scelte da fare in sede municipale e turistica.

Sorprende comunque che i ristoratori dell’Altopiano non abbiano nel menù (o per lo meno non ne danno il necessario risalto) i formaggi e i salumi di Orazio. Salvo errori gli unici genuinamente ancora prodotti da queste parti.

Nel corso dell’estate andiamo più volte a Prà Alpesina e posso dire che ogni incontro con l’Orazio sarebbe degno di essere raccontato, tanto sono saporosi, ricchi di aneddoti, di sogni, di aspettative, di progetti e di entusiasmo i suoi quasi-monologhi.

Tutti in dialetto, tutti precisi, circostanziati, ma tutti affannati per il lavoro che, mentre parla, prosegue senza requie. E intanto dirige, incoraggia, stimola la sua numerosa tribù fatta di familiari e collaboratori. Una sola volta si concede una breve pausa per raccontarci della sua avventura peruviana della primavera scorsa.

Mentre “sfogliamo” al computer l’album di quelle foto-ricordo digitali, questa specie di superman, finalmente tornato umano, ci snocciola lentamente con modestia, con umiltà, la storia di un viaggio di grande, umanissima e concreta solidarietà in uno fra i paesi più lontani e bisognosi del mondo… Il Perù…

Un posto con un’economia fatta di un po’ di turismo, di tanta emigrazione e di poco altro. Agricoltura e zootecnia abbarbicate su grandi montagne infinite. Montagne della cordigliera qua e la e la sforacchiate dalle miniere di rame, solcate da fiumi mortalmente inquinati dai loro residui e  percorse da mulattiere ardite, costruite forse solo per poter sfuggire ad una vita grama, via da lì.

Percorsi che tuttavia qualcuno - un padre missionario, qualche assistente volontario  - risale verso un ignoto fatto di un verde argenteo e smisurato, rarefatto come l’aria,  tersa, azzurrina e povera, povera d’ossigeno. Nessuno raggiunge quelle cime insensate…

Ci si ferma prima, nei minuscoli villaggi di case e capanne rarefatte come l’atmosfera, come i viandanti, come tutto,  dove piccoli uomini e piccole donne si affannano in pochi mestieri antichi, immutati da sempre. Qui sei pastore o mandriano, più raramente coltivatore (con quegli indicibili pendii !), ancor più raramente artigiano-intagliatore di legni.

Orazio si  ferma in uno di questi villaggi e porta quanto di più autenticamente prezioso è possibile recare a quelle genti. In quattro o cinque settimane di intenso, durissimo, lavoro cerca di trasferire,  tutto il suo sapere sulle moderne tecniche di allevamento bovino e suino nonché di quelle casearie e di preservazione alimentare.

Con i suoi allievi ispanici percorre empiricamente tutto lo scibile zootecnico utile e analizza foraggi, condizioni igieniche, consistenze organolettiche del latte, metodologie produttive di formaggi e salumi, sistemi di maturazione e stagionatura revisionando, correggendo, modernizzando le pratiche secolari di questi peruviani di montagna. Come fanno gli esperti di marketing, scova persino nomi accattivanti ai nuovi prodotti che hanno appena sviluppato. Con la passione straripante che Orazio sa mettere in tutte le cose che fa non è difficile immaginare che si muova proprio come se fosse a casa sua.

Ho visto abbastanza del terzo mondo per comprendere la grandezza di questo tipo di aiuti, di solidarietà. I fondi governativi, le sottoscrizioni e l’invio di beni possono soltanto, quando per davvero li raggiungono, prolungare la sopravvivenza di questi popoli. La loro condizione non cambia, si stabilizza a livelli miserabili.

L’eccesso demografico che vince sulla mortalità infantile e sulle irrisorie aspettative di vita, i costumi che non si affrancano da vizi antichi: i giovani maschi che inguaiano le ragazzine, l’alcol che li annienta sulla soglia dell’età adulta, la  violenza per sottomettere sorelle, mogli e fuggevoli amanti, il lavoro perso e mai più riguadagnato…

I soli interventi che cambiano definitivamente i loro destini quelli che li affrancheranno da ogni schiavitù morale e materiale, sono quelli che portano alfabetizzazione, conoscenze, esperienze, esempi, anche solo con del lavoro fatto fianco a fianco…

Questo ha fatto Orazio. Un uomo!

Le ragioni di questi slanci, di questa partecipazione così travolgente di Orazio per delle cause così impegnative e nobili appartengono a lui soltanto, al suo privato, ma è bene aver chiaro che quest’uomo non è un generoso dilettante allo sbaraglio.

E’ un professionista, un tecnico qualificato con solide basi scolastiche, con un repertorio di esperienze approfondite e diversificate. Un repertorio accumulato all’ombra del padre prima ed affrontando svariate sfide sul campo, in giro per mezza Italia, in solitario, poi.

Sempre cercando di raccordare le cognizioni apprese a scuola con i mille riscontri pratici vissuti sulla sua pelle, sulle sue spalle. Spalle forti, temprate dalle fatiche ma talvolta ripiegate dal peso dell’azienda e delle difficoltà.

Non dev’essere facile anche per un iceberg galleggiare isolati in acque che, quando non sono ostili, sono indifferenti… Ma credo che ce la farà, nulla vale più di una fortissima volontà. Credo - o spero? - anche che avrà degli ottimi discepoli e persino qualche imitatore che, rovesciando le scelte passate, tornerà, qui sull’Altopiano, alla filiera del latte. E gli farà concorrenza!

Orazio dal Perù, s’è portato, nell’intimo dei suoi occhi e del cuore, infiniti, luminosissimi sguardi e sorrisi  di bimbi bellissimi e di giovani ragazze, spose-bambine, madri con grappoli di lattanti al collo e sulle spalle, avvolte in mille abbaglianti colori a rallegrare una vita difficile.

Certo gli renderanno lievi le fatiche di tutti i giorni…

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Son così giunto al termine di questa  escursione fra alcuni dei personaggi più solidi, interessanti e tuttavia più defilati fra quelli che popolano i cospicui (sissignori!) giacimenti culturali di Brentonico.

L’attenzione della comunità non mancherà di trascinarli - tutti questi particolarissimi iceberg, dico - un poco più al centro della vita sociale, turistica ed economica dell’Altopiano.

E sarà una festa per tutti!

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)


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