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Incuriosirsi di tutto e, ancor oggi, alla
soglia di una sessantina vissuta in fondo non del tutto banalmente,
stupirsi di ogni novità che da sempre il caso, la fortuna e quel po’
di innocenza infantile che sopravvive, rivelano ogni giorno. Così le
persone che incontri divengono figure straordinarie, a loro modo
uniche; le loro storie, i loro immaginifici talenti, i loro mestieri
sapienti ed il bello che affiora (a volerlo vedere)
in tutti, producono senz’altro delle emozioni consolatorie complice
uno scenario - l’Altopiano di Brentonico - ancora così
incredibilmente generoso di motivi, di sentimenti, di storie… Di
“scoperte” che esigerebbero dell’arte vera per far nascere nei
lettori il desiderio di conoscerle, farsene un’idea personale ed
apprezzarle nel tempo…
Scoperte insospettabili come quegli
iceberg molto speciali che tuttora (e per fortuna…) si
formano o si radunano da queste parti. Gli iceberg, sapete, pur
essendo talvolta giganteschi, lasciano intravedere solo una piccola
parte di sé, proprio come quelli in cui mi sono imbattuto di
recente.
Per esempio a Prada di Brentonico ho
conosciuto…
Una Dottoressa.
Elisa, Elisa Pastorelli. Con suo marito e
la piccola Maia si stabilisce qui, in quel di Prada dico, meno di
due anni fa scoprendo che questo può essere, anzi è, il centro di un
piccolo-grande universo, ideale per crescere la loro bimba. Al cuore
di una vita ritirata, agreste, veramente tranquilla, una vita che
nelle grandi città si sognano e che magari, già solo a Rovereto,
cominciano a desiderare. Sì perché, Brentonico e le sue frazioni,
entità pressoché insignificanti e trascurate, sono davvero al
centro fisico, geografico, di tutti gli interessi commerciali,
culturali, industriali, turistici fra il basso Trentino e la pianura
Lombardo-Veneta. Ma questa è un’altra storia…
Il debutto di questa famigliola nella
comunità locale è davvero soave: in Agosto dello scorso anno il
battesimo della piccola Maia-Maria è festeggiato da tutto il paese
con un accattivante buffet sul sagrato della chiesa di Prada. E’ il
tempo in cui la dottoressa Elisa riprende il suo lavoro di psicologa
e psicoterapeuta (di scuola Rogersiana, mi pare), associandosi, fra
l’altro, ad uno studio medico multi-disciplinare di Rovereto (poteva
- o potrebbe - essere anche Brentonico, ma, forse, ancor oggi, alle
terapie ed ai sussidi psicologici si ricorre più facilmente quando
si è immersi nell’anonimato cittadino).
Parlare con Elisa, della sua storia
professionale e del suo universo lavorativo, è come scoprire una
miniera di esperienze, di studi ben oltre l’Università, di
approfondimenti di livello internazionale, di seminari, conferenze e
praticantati di grande rilievo. Insomma una sovra-esposizione
culturale che, tuttavia, non ha fatto di lei una professionista
altezzosa e distaccata ma, forse anche per la ancor giovane età, una
persona vera e completa, entusiasta, ricettiva e trasparente!
Si apprezzano in lei, con la profonda
onestà intellettuale che la anima, la naturalezza con cui si muove
in ambito professionale e la semplicità con cui affronta ogni
problema per quanto delicato e critico possa essere. E nel suo campo
non v’è problema che non sia almeno delicato.
Da Elisa credo di aver capito che la
psicologia ti può sorreggere ed accompagnare verso un’esistenza, un
modo di vivere dentro e fuori di te, assolutamente compatibile con
la tua storia pregressa e senz’altro coerente con ciò che vorresti
essere. I termini sorreggere e accompagnare non sono
casuali. Molti, se non tutti, possono essere sorretti
e accompagnati fuori dalle dipendenze, dalle
depressioni, dai comportamenti giovanili devianti o da molte
umanissime esperienze, vissute, tuttavia da molti individui,
drammaticamente e traumaticamente.
Di Elisa, sulle altre, colpiscono alcune
esperienze, inconsuete e preziose, nell’area del disagio giovanile
ed in quella del sostegno psicologico e della promozione della
salute per tutta la stagione della gravidanza, della maternità e,
soprattutto, dell’allattamento, una pratica di grande valore umano,
psicologico e - perché no? - economico. Esperienze di valore
assoluto e di grande attualità Non è un caso che, in Vallagarina,
questo ponderoso bagaglio professionale abbia già attirato
l’attenzione di molti privati ed anche di enti che a vario titolo si
occupano di salute pubblica.
E’ in quest’ambito che la “nostra”
dottoressa non potrà che rivelarsi per quello che è: una preziosa
risorsa culturale, umana e sanitaria anche per tutta la sua “nuova”
comunità: Brentonico.
Utile per dipanare esigenze individuali e
per corroborare i servizi sociali e sanitari del paese ed
eventualmente persino completare, in ambito turistico, l’assistenza
alle pratiche salutiste e di fitness che vanno diffondendosi…
Nel frattempo cercheremo di convincerla a
rendersi disponibile per una serie di conferenze, da inserire nella
programmazione turistico-culturale di Brentonico 2006 , attraverso
le quali la dottoressa Elisa Pastorelli possa aiutare, chi vorrà
assistervi, a comprendere ambiti, strumenti e limiti delle analisi e
delle terapie psicologiche.
Credo che possiamo sentirci fin d’ora
invitati!
……………………………………………….
Sull’Altopiano non paiono esserci luoghi
privilegiati dove sia particolarmente facile incappare nei nostri
iceberg, ma a Prada di Brentonico, dopo Elisa, ne ho scoperto un
altro…
Lì c’è un luogo… Un luogo - un grande
prato, per molti senz’altro anonimo - compreso fra la segheria dei
fratelli Zenatti ed il terrazzo del condominio Bellavista, l’Hotel
Prada ed altre poche case.
Talvolta, al mattino, col sole delle
undici, la luce, splendente d’oro e di riflessi verdi screziati
d’argento rimandati dal mare ondeggiante d’erba e fiori, fa
socchiudere gli occhi ma illumina il cuore… Uno zefiro fresco e
leggero ti accarezza la pelle e ti pettina i capelli… Ti fa
veleggiare per spazi infiniti l’animo. Il profumo dei fiori filtra
da una siepe (che - naturalmente! - da tanta parte dell’ultimo
orizzonte il guardo esclude…) inducendo un leggero stordimento e,
forse, incoraggiando un vago sorriso sui volti di chi c’è.
Si direbbe un incantesimo, una magia, il
dono di una divinità!
Ma non è sempre così. Non tutti i giorni.
La seduzione di questo sortilegio si
accende solo coi suoni, le melodie, le cascate di note che si
sprigionano, scintillanti e colorate di frequenze rare, da un
violino certamente animato da mani sapienti .
Un violino potente, eppur dolcissimo,
avvolgente eppur leggero… Etereo e penetrante… Capace com’è di
armonizzare tutta la natura circostante
Per anni ho goduto della grazia di queste
atmosfere senza nemmeno chiedermi quale genio si prendesse cura di
diffondere. Atmosfere ed attimi che da soli valgono l’andare e
l’essere a Prada.
Poi una curiosità insolitamente tardiva
si fa strada e pian piano vengo a sapere qualcosa di colui che sa
accendere questo tripudio di emozioni… Mi parlano di un pensionato,
professore d’orchestra, forse della Scala di Milano… Un tal Barozzi…
Un Artista…
Lo immagino giovanile, aristocratico,
compassato, distante… Magari ancora vestito di del suo abito da
concerto scuro. Inavvicinabile. Ed invece… In una bella giornata di
Novembre prendo coraggio e gli telefono per un appuntamento. Sono
emozionato e quello che riesco a farfugliare non mi pare per nulla
convincente ma, incredibilmente, convince il professore. Lo
incontrerò a casa sua nel pomeriggio.
Individuo facilmente la sua villetta,
stretta fra il “Cedrone” e l’Hotel Prada (ma quando riapre?), e,
sorprendentemente, alla sua porta riconosco una figura che ho già
visto alla messa della domenica nella bella chiesetta di S. Maria
Maddalena . Inequivocabilmente l’organista che accompagna
mirabilmente l’eccellente coro femminile di Prada ed il Professor
Franco Barozzi sono la stessa persona. Non sono deluso, anzi,
comincio a comprendere perché quello che ritenevo un dilettante, un
volonteroso praticante di paese, fosse proprio così bravo…
Il professore è affabile ancorché più
spaesato di me. Nonostante la lunga e prestigiosa carriera
(fanciullo autodidatta, scuole superiori, conservatorio e poi,
ancora giovanissimo, concerti a Milano, a New York ed in gran parte
d’Italia e del mondo, prima di concludere con l’insegnamento alla
scuola di musica di Rovereto) è forse la prima volta che qualcuno -
un estraneo - vuol sapere qualcosa della sua persona, del suo
lavoro, della sua vita qui a Prada.
Sulle prime sembra persino temere che la
mia visita sia motivata dal “disturbo” che i suoi esercizi, le sue
performances, mattutine arrecherebbero ai vicini.
Sembra incredulo quando, invece, non
finisco di complimentarmi per le magie che sa compiere col suo
violino e per gli stati di grazia che sa diffondere nella valletta
su cui si affaccia la finestra del suo “rifugio” musicale, ricavato
in un ampio spazio del grande soggiorno. Un angolo dove non è
difficile immaginare il professore rapito dalla sua
stessa musica quando fluisce dal bel pianoforte a coda o da uno dei
numerosi violini ospiti di una grande teca.
Dico rapito perché faccio molta
fatica a strappare al professore qualche confidenza. Mi sembra di
doverlo continuamente richiamare da un’altra dimensione, da mondi
che - azzardo - solo lui e gli eletti come lui conoscono. Potrebbe
anche trattarsi di una naturale ritrosia, di una comprensibile
riservatezza, di timidezza forse…
Ma qui, scopro pian piano, mi trovo di
fronte ad un artista a tutto tondo, un artista che della musica ha
senz’altro fatto la sua piattaforma esistenziale più importante e
solida, ma il talento non è un mestiere, non lo si attiva a comando,
magari 8 ore al giorno per cinque giorni la settimana, malattie e
ferie escluse.
Il talento è intimamente impastato con la
vita e quando non si materializza in vibrazioni sonore, in musica,
si produce in immagini che il nostro professore dipinge da sempre
con maestria, catturandole nella sovrabbondante natura circostante o
nelle insondabili riserve della memoria e della fantasia.
L’arte pura è il linguaggio che le
divinità han creato per emozionare gli uomini. Che si tratti di
musica, di pittura o d’altra forma, la sensibilità dell’artista
traduce per noi mortali il messaggio dei cieli… Ed il nostro
professore ne è un eccellente interprete sia quando quando fa
parlare il violino che quando si esprime con pennelli e colori.
Il tempo per un breve scambio di opinioni
sulla pittura e sulle relative avanguardie del secolo scorso con un
parallelo, forse una radice comune, un possibile intreccio con le
astrazioni musicali, “rumoristiche” direi, delle nuove espressioni
della musica da camera, intreccio che il professore mi
concede, che vengo nuovamente sorpreso da un colpo che
- dato l’ospite - non può che essere
da maestro.
Infatti, con connaturata noncuranza, egli
mi rivela di dedicarsi con passione anche all’arte dei liutai. Non
si tratta di un hobby (quello semmai è costituito dalla passione per
i cavalli che finirà per allevare di nuovo per la gioia dei suoi
nipotini) ma di una vera e propria arte, frequentata a ritmi
necessariamente rallentati, ma con impegno altrettanto
necessariamente rigoroso, seguendo canoni e conoscenze antiche, e
mani sapienti che domano legni e materiali preziosi e rari.
Ma il musicista che abita il Maestro
liutaio Barozzi saprà soffiare, in ogni strumento che
concepisce, l’anima, la vita… Mi rivela che ad ogni nuovo strumento
occorre insegnare a suonare e con più lo si suona con più il
violino (ed ogni liuto un po’ più grande o un po’ più piccolo)
impara a raggiungere i suoi vertici sonori ed armonici…
Ora, un po’ più sciolto, incoraggiato
anche dalla moglie Lidia, mi racconta compiaciuto un episodio di
qualche settimana prima…
Dalle malghe in altura erano da poco
rientrate in Paese le mucche (Settembre, andiamo. È tempo di
migrare…) e da qualche giorno una discreta mandria pascolava nel
“nostro” valloncello, sul versante opposto a quello della casa dei
Barozzi.
Il professore, in uno di quei mattini che
“lui” rende belli, lascia che il suo violino con le sue note riempia
l’aria. Sorprendentemente le mucche cominciano dapprima a
raggrupparsi e, poi, con passo vieppiù spedito si affrettano verso
quella casa, là, fin sotto la finestra da dove,
inequivocabilmente, si sprigionano quelle ineffabili atmosfere.
Naturalmente il professore usa toni scevri da ogni enfasi ma sorride
(e così facendo gli occhi gli spariscono fra le palpebre gioiose…)
ancora divertito per quello straordinario richiamo e per quei
sorprendenti, attoniti spettatori…
Anch’io sorrido, ma trovo quasi
inquietante che le magie del Professore abbiano effetti anche sugli
animali… Chissà? Queste vibrazioni sonore son così misteriosamente
penetranti che effettivamente paiono coinvolgere tutto il mondo
attorno, forse anche le piante e tutto il verde che ci circonda le
possono avvertire… E certo sono stati spettatori partecipi, generosi
di silenzi e atmosfere incantati, tutte le volte che il professor
Barozzi ed il suo violino vanno a perdersi nei boschi sopra
Prada per orchestrare irripetibili concerti all’infinito…
Questi fughe nella solitudine
della natura da parte dei musicisti potrebbero apparire un poco
stravaganti ma, forse, non sono così infrequenti e neppure bizzarri.
Seppur sorprendenti, questi rituali naturalistici - comunque
emozionanti, direi - sembrano rispondere a precise necessità
artistiche, che so? Ricerca della concentrazione, dell’ispirazione,
delle profondità degli Autori e dei limiti più reconditi degli
strumenti…
In Scozia, per esempio, all’ora del
tramonto, m’è accaduto di sorprendere più volte, in qualche radura
sopraelevata, degli appassionati vestiti dei loro abiti tradizionali
(sì, col gonnellino…), che con le loro cornamuse riempiono l’aere di
meravigliosi suoni incantati. Cose che mi son successe anche qui
vicino… Lo scorso anno, lungo un sentiero del Biaena, mi sono
imbattuto in un imperturbabile suonatore di tromba… Chissà ? Forse
un emulo autoctono del professor Barozzi… Speriamo ce ne siano
presto altri!
Sto per congedarmi ma quasi dal nulla si
materializza Angelina, l’ottantottenne lucidissima suocera del
Professore. Un altro incontro intrigante… Non mi conosce affatto, ma
con due sole domande e in un baleno, riesce a far riaffiorare dalla
sua formidabile memoria le immagini dei miei nonni e persino di
qualcuno dei miei numerosi zii lontane oltre mezzo secolo … Eppure
si conoscevano appena!
Che patrimonio umano straordinario questi
nostri vecchi! Che patrimonio di ricordi, di valori, di esperienze
che andrebbero almeno raccolti, trascritti e conservati per trarre
da quell’universo ormai tramontato, molti dei materiali,
delle materie prime, utili a costruirci un oggi ed anche il
futuro…
Uscendo, accompagnato dal professore fino
in giardino, cerco di strappare alla modestia e alla ritrosia del
professore un qualche impegno perché sia possibile organizzare degli
eventi che consentano ai brentegani e ai visitatori dell’Altopiano
di condividere nella bella stagione i piaceri delle sue arti… Che
so? Due o tre concerti, magari alternandosi in scena ai ragazzi
della scuola di violino di Brentonico, ed anche qualcosa che esalti
la preziosità di quello che pare essere l’organo più antico del
Trentino, quello della Parrocchiale dei S.S. Pietro e Paolo. Delle
mostre dei suoi quadri… Mi dà una speranza ma credo che occorrerà
“lavorarselo” ancora parecchio.
Un Uomo
Sarà stata la primavera di quest’anno ed
Elisa col marito Simone e la vivacissima Maia sono a cena da noi.
Il convivio si conclude, come quasi
sempre, col formaggio ed io lamento anche con questi nuovi
brentegani l’insulto alle tradizioni e la ferita inferta alla
più preziosa delle culture - quella contadina, quella che ci dà il
cibo - per il totale abbandono delle produzioni casearie qui
sull’Altipiano. Magnifico, su tutto, il mitico burro giallo de
‘sti ani, quello delle nostre malghe … Un burro fatto
quasi più di fiori che di panna… Elisa e Simone mi correggono
rivelandomi che c’è ancora almeno un personaggio che, pur tra mille
difficoltà, testardamente, prosegue l’opera dei padri… Mi dicono che
quando vorrò assaggiare dei latticini genuini li potrò trovare da
un tale Orazio, lassù a Festa…
Ci andiamo il giorno seguente.
Come per quasi tutto qui a Brentonico (si
tratti di esercizi pubblici, di un’azienda o di un servizio) non
c’è un cartello che ti guidi alla meta desiderata. Comprendiamo di
esservi giunti quando, dopo aver vanamente esplorato un paio di
alternative, ci ritroviamo in un’amplissima aia delimitata da una
casa, dalle stalle e da una costruzione che più tardi sapremo essere
la casera. E’ il furgone-negozio che ci troviamo di fronte a
confermarcelo.
Una figura che pare imponente (ma
scopriremo che è la personalità, il carattere, l’impeto, di chi la
abita a ingigantire quest’uomo rosso di pelo) è intenta a riportare
i prodotti invenduti dal furgone alle celle frigorifere. Si
interrompe per servirci. Ci vorrebbe Hemingway, o almeno un Gianni
Brera, per rappresentare quello che vediamo e quello che sa
raccontarci nella densissima quindicina di minuti in cui facciamo la
spesa.
Questo Orazio Schelfi è troppo forte…
Devo conoscerlo meglio e mi riprometto di incontrarlo nuovamente,
magari quando si trasferirà per l’alpeggio estivo su a Prà Alpesina.
Nel frattempo quasi tutti i formaggi che
consumiamo in famiglia divengono dell’Orazio, non perché siano
necessariamente eccezionali, ma perché, essendo comunque buoni e
genuini (il burro dell’Orazio, quello sì, è superiore. Si
avvicina abbastanza a quello dei tempi della mia infanzia), vorremmo
concorrere, nel nostro piccolo, a sorreggere questa specie di
riserva indiana dove è confinata la produzione casearia
dell’Altopiano.
A tutelarla e a farla progredire,
ampliare ed affermare, a rilanciarla come fatto economico strategico
di Brentonico, assieme all’avvento di altri auspicabili concorrenti
di Orazio, dovrebbero essere le scelte da fare in sede municipale e
turistica.
Sorprende comunque che i ristoratori
dell’Altopiano non abbiano nel menù (o per lo meno non ne danno il
necessario risalto) i formaggi e i salumi di Orazio. Salvo errori
gli unici genuinamente ancora prodotti da queste parti.
Nel corso dell’estate andiamo più volte a
Prà Alpesina e posso dire che ogni incontro con l’Orazio sarebbe
degno di essere raccontato, tanto sono saporosi, ricchi di aneddoti,
di sogni, di aspettative, di progetti e di entusiasmo i suoi
quasi-monologhi.
Tutti in dialetto, tutti precisi,
circostanziati, ma tutti affannati per il lavoro che, mentre parla,
prosegue senza requie. E intanto dirige, incoraggia, stimola la sua
numerosa tribù fatta di familiari e collaboratori. Una sola volta si
concede una breve pausa per raccontarci della sua avventura
peruviana della primavera scorsa.
Mentre “sfogliamo” al computer l’album di
quelle foto-ricordo digitali, questa specie di superman, finalmente
tornato umano, ci snocciola lentamente con modestia, con umiltà, la
storia di un viaggio di grande, umanissima e concreta solidarietà in
uno fra i paesi più lontani e bisognosi del mondo… Il Perù…
Un posto con un’economia fatta di un po’
di turismo, di tanta emigrazione e di poco altro. Agricoltura e
zootecnia abbarbicate su grandi montagne infinite. Montagne della
cordigliera qua e la e la sforacchiate dalle miniere di rame,
solcate da fiumi mortalmente inquinati dai loro residui e percorse
da mulattiere ardite, costruite forse solo per poter sfuggire ad una
vita grama, via da lì.
Percorsi che tuttavia qualcuno - un padre
missionario, qualche assistente volontario - risale verso un ignoto
fatto di un verde argenteo e smisurato, rarefatto come l’aria,
tersa, azzurrina e povera, povera d’ossigeno. Nessuno raggiunge
quelle cime insensate…
Ci si ferma prima, nei minuscoli villaggi
di case e capanne rarefatte come l’atmosfera, come i viandanti, come
tutto, dove piccoli uomini e piccole donne si affannano in pochi
mestieri antichi, immutati da sempre. Qui sei pastore o mandriano,
più raramente coltivatore (con quegli indicibili pendii !), ancor
più raramente artigiano-intagliatore di legni.
Orazio si ferma in uno di questi
villaggi e porta quanto di più autenticamente prezioso è possibile
recare a quelle genti. In quattro o cinque settimane di intenso,
durissimo, lavoro cerca di trasferire, tutto il suo sapere sulle
moderne tecniche di allevamento bovino e suino nonché di quelle
casearie e di preservazione alimentare.
Con i suoi allievi ispanici percorre
empiricamente tutto lo scibile zootecnico utile e analizza foraggi,
condizioni igieniche, consistenze organolettiche del latte,
metodologie produttive di formaggi e salumi, sistemi di maturazione
e stagionatura revisionando, correggendo, modernizzando le pratiche
secolari di questi peruviani di montagna. Come fanno gli esperti di
marketing, scova persino nomi accattivanti ai nuovi prodotti che
hanno appena sviluppato. Con la passione straripante che Orazio sa
mettere in tutte le cose che fa non è difficile immaginare che si
muova proprio come se fosse a casa sua.
Ho visto abbastanza del terzo mondo per
comprendere la grandezza di questo tipo di aiuti, di solidarietà. I
fondi governativi, le sottoscrizioni e l’invio di beni possono
soltanto, quando per davvero li raggiungono, prolungare la
sopravvivenza di questi popoli. La loro condizione non cambia, si
stabilizza a livelli miserabili.
L’eccesso demografico che vince sulla
mortalità infantile e sulle irrisorie aspettative di vita, i costumi
che non si affrancano da vizi antichi: i giovani maschi che
inguaiano le ragazzine, l’alcol che li annienta sulla soglia
dell’età adulta, la violenza per sottomettere sorelle, mogli e
fuggevoli amanti, il lavoro perso e mai più riguadagnato…
I soli interventi che cambiano
definitivamente i loro destini quelli che li affrancheranno da ogni
schiavitù morale e materiale, sono quelli che portano
alfabetizzazione, conoscenze, esperienze, esempi, anche solo con del
lavoro fatto fianco a fianco…
Questo ha fatto Orazio. Un uomo!
Le ragioni di questi slanci, di questa
partecipazione così travolgente di Orazio per delle cause così
impegnative e nobili appartengono a lui soltanto, al suo privato, ma
è bene aver chiaro che quest’uomo non è un generoso dilettante allo
sbaraglio.
E’ un professionista, un tecnico
qualificato con solide basi scolastiche, con un repertorio di
esperienze approfondite e diversificate. Un repertorio accumulato
all’ombra del padre prima ed affrontando svariate sfide sul campo,
in giro per mezza Italia, in solitario, poi.
Sempre cercando di raccordare le
cognizioni apprese a scuola con i mille riscontri pratici vissuti
sulla sua pelle, sulle sue spalle. Spalle forti, temprate dalle
fatiche ma talvolta ripiegate dal peso dell’azienda e delle
difficoltà.
Non dev’essere facile anche per un
iceberg galleggiare isolati in acque che, quando non sono
ostili, sono indifferenti… Ma credo che ce la farà, nulla vale più
di una fortissima volontà. Credo - o spero? - anche che avrà degli
ottimi discepoli e persino qualche imitatore che, rovesciando le
scelte passate, tornerà, qui sull’Altopiano, alla filiera del latte.
E gli farà concorrenza!
Orazio dal Perù, s’è portato, nell’intimo
dei suoi occhi e del cuore, infiniti, luminosissimi sguardi e
sorrisi di bimbi bellissimi e di giovani ragazze, spose-bambine,
madri con grappoli di lattanti al collo e sulle spalle, avvolte in
mille abbaglianti colori a rallegrare una vita difficile.
Certo gli renderanno lievi le fatiche di
tutti i giorni…
………………………………………………………
Son così giunto al termine di questa
escursione fra alcuni dei personaggi più solidi, interessanti e
tuttavia più defilati fra quelli che popolano i cospicui
(sissignori!) giacimenti culturali di Brentonico.
L’attenzione della comunità non mancherà
di trascinarli - tutti questi particolarissimi iceberg, dico
- un poco più al centro della vita sociale, turistica ed economica
dell’Altopiano.
E sarà una festa per tutti!

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)



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