Brentegani de ‘na volta…

Che avessero lasciato Brentonico in cerca di maggior fortuna è senz’altro vero…

Che molti l’avessero dapprima faticosamente e, poi, brillantemente trovata altrove e in quel di Milano in particolare è nella memoria di più d’uno. Ma…



Una diecina d’anni prima ch’io nascessi mio padre, Aberto Andreolli Perno un Fontecheler classe 1911, ed un coetaneo di Prada - Riccardo Veronesi Presa, si ritrovarono ben lontano dal natio Altopiano alla ricerca di un lavoro e di un po’ di fortuna.

Erano chissà come giunti a Rotterdam, in Olanda, nella seconda metà degli anni ‘30. Non sappiamo attraverso quali peripezie ed esperienze questi due montanari riuscirono dapprima a rubare il mestiere di gelataio a degli artigiani toscani da tempo affermatisi in quella città e quindi ad inventarsi loro stessi apprezzatissimi gelatai.

La guerra spezzò i sogni di tutti e la maggior fortuna che questi due espatriati si ritrovarono fu quella di scampare ad uno dei più terrificanti bombardamenti della storia. Nel 1940 Rotterdam fu rasa al suolo dai tedeschi e Alberto e Riccardo riuscirono a riemergere dai sotterranei della loro gelateria facendosi strada tra le macerie e le immani devastazioni. Il ritorno a casa, verso quella terra che pochi anni prima li aveva spinti così lontano solo per poter sopravvivere, diviene un miraggio per ritornare a vivere.

Ma se la vita a Brentonico era già grama prima della guerra, i tempi, quei tempi, la rendevano, se possibile, più dura. E dolorosa. Se l’emigrazione portava i figli lontano promettendo riscatto economico e morale la guerra se ne portò via moltissimi per sempre e per niente. Anche uno dei Perni, Germano, dalla remote terre di Russia non ritrovò mai più la strada di casa.

Così ad Alberto, fugacemente riabbracciati i genitori, Giacomo e Gisella, non resta che raggiungere a Milano il fratello maggiore – Riccardo, anche lui naturalmente un Perno - da qualche anno affermato lattaio in Piazzale Dateo, un immenso piazzale di difficile definizione, una specie di Corte dei Miracoli della Milano di quel tempo, area vicinissima al centro storico ma già più rarefatta ad annunciare la prima periferia, milanesissima e crogiolo ricolmo di immigrati di ogni parte del Paese, popolare e, per via di quel rione Monforte - cuore antico della città - borghese allo stesso tempo.

Ferita profondamente dalla guerra eppur rifugio di mille e mille cuori terrorizzati dai bombardamenti negli scantinati del mitico palazzo-quartiere di “Dateo al 5”, nelle viscere dell’acquedotto comunale, nel buio dei rifugi antiaerei… Attraversata da una sterminata teoria di baracche da piazza S. Francesco fin quasi all’Ortica per dare ospitalità a migliaia di sfollati milanesi e non. Il tutto per almeno un decennio oltre la fine della guerra.

Una affollato campionario umano, raccogliticcio, variegato, disperatamente bisognoso di rifuggire – o di sognare di fuggire - dalle miserie, dalle sofferenze, dalle tragedie… E quella zona di Milano così speciale, poteva aiutare a credere, ad illudersi forse, che i tempi migliori erano ormai imminenti per tutti.

Quel piazzale Dateo (dal nome dall'arciprete Dateo, che il 22 febbraio 787 fondò l’omonimo Brefotrofio) così unico era il centro del sogno, il centro di un mondo di sogno… La clinica Macedonio Melloni dove è nata mezza Milano, il Brefotrofio che ospitava orfani e bimbi abbandonati, l’Opera San Francesco (che ancor oggi assicura gratuitamente un pasto a chiunque ne abbia bisogno) i cinematografi (il Plinius, l’X-Cine, Il Metropol…), le balere popolari, la casa di tolleranza di Via Uberti 11, i bar, i negozi, il mercato comunale e quello ambulante bisettimanale, i giardini… Ed anche la Cremeria Andreolli che alla fine della guerra e dal ’47, con la fine dei razionamenti del latte, (si poteva acquistare solo con la tessera annonaria riservata alle categorie protette) raggiunge il suo massimo splendore. Ed ecco che Riccardo, il titolare, richiama da Brentonico, accanto ad Alberto, per aiutare in negozio, tutti i fratelli e le sorelle… Assunta, Irma, Sandra, Teresina e Gino, il “bocia” di casa. A tratti persino i genitori devono scendere a Milano per dare una mano. La sera dei dì di festa estivi allineavano lungo il centinaio di metri del fronte del caseggiato di “Dateo al 5” decine e decine di tavolini affollatissimi di famigliole calamitate dalla bontà dei gelati di questi brentonicani (come non allinearsi al sapiente dire del Dott. Franco Ottaviani?).

Ma la vita prevale sulle contingenze e Alberto, conosciuta “la Lia”, quella che sarà più tardi mia madre, per potersi sposare ha bisogno di un salario congruo e sicuro ma nelle imprese famigliari, coi famigliari, certo non si usava nessun parametro sindacale, bastava il vitto, l’alloggio e poco più.

Lascia quindi la Cremeria Andreolli e diviene una specie di maestro gelataio poco lontano, da “Frontini” in Via Eustachi, trapiantandovi tutta la sua esperienza (oggi si direbbe know-how) in quest’arte antica ma resa ineguagliabile - unica – dai brentonicani del tempo.

L’azienda Frontini era un po’ il terzo incomodo fra i giganti-pasticceri del tempo, Motta e Alemagna, e disponeva di diversi negozi sparsi per Milano

Alberto si sposa nel Giugno del ‘45 e nel Marzo 1946 nasce Gianclaudio. Tutti e tre viviamo “annidati” in un solo locale all’interno di un appartamento con cucina e servizi condivisi fra diverse famiglie al terzo piano, proprio sopra la Cremeria di suo fratello (e mio zio) Riccardo.

Nel 1950 la piccola fortuna accumulata lavorando - amato ed apprezzato - da Frontini viene investita per pagare ben 5 anni di affitto anticipato per un bilocale a Sesto San Giovanni. Ci vivrà poche settimane. A Giugno un cancro allo stomaco se lo porterà via a soli trentotto anni. Il bacio d’addio che gli diedi in fronte prima che chiudessero il cofano, è, fra tutti, il ricordo più lontano che ho. A quattro anni certamente non comprendevo il senso della morte ma da allora, la morte l’ho sempre associata alla visione di quel corpo inerme e a quella sensazione di gelo che mi trasmise quella fronte cerulea...

Dopo il funerale, per via di una freddezza che rasentava l’indifferenza con cui tutti avevano interpretato quella che per mia madre era una tragedia immane (giovane, vedova, con un bimbo di 4 anni dopo soli 5 di matrimonio) e con le parole della nonna Gisella che segnavano una distanza piuttosto che un sostegno anche solo morale (cazigo, putéla, te gai de rasegnarte!), i rapporti col resto degli Andreolli si diradarono moltissimo fino a rivederci solo ai funerali che seguirono… E nel giro di poco più di un decennio invero non mancarono le occasioni… Dapprima la zia Sandra e la zia Teresina e, poi, i nonni Gisella e Giacomo (spéteme, Gisela, che vegno… E la seguì a distanza di soli tre mesi). Di li a poco se ne andò anche lo zio Riccardo.

Una famiglia, la nostra, sfilacciata, un po’ dissociata e un po’ superficiale: come poteva la fortuna arriderci?

Correntemente c’è più di un termine che potrebbe fulmineamente ben definirla ma suonerebbe, qui, troppo volgare!

E la Cremeria Andreolli? Dopo che Alberto l’aveva lasciata per necessità, anche gli altri fratelli sciamarono altrove, chi maritandosi e chi, come lo zio Gino (l’ultimo dei Perni ancor vivo e vegeto), cercando miglior fortuna altrove, dapprima presso la cremeria di un compaesano e poi cambiando per sempre mestiere.

Più tardi, verso la fine degli anni cinquanta, ci sarà un temporaneo riavvicinamento che mi vede per un paio di estati nella veste di piccolo cameriere presso la Cremeria dello zio Riccardo in cambio del soggiorno gratuito presso i nonni in Brentonico per le poche settimane che precedevano l’inizio della scuola ai primi di Ottobre.

Stagioni per me bellissime di cui conservo nel cuore il ricordo fatto di immagini, sapori e profumi che hanno segnato il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Nelle freschissime cantine della cremeria era stato ricavato il laboratorio per la produzione dei gelati.

Un ampio spazio piastrellato in bianco, delimitato dai banchi frigoriferi su cui troneggiavano sia la gelatiera vera e propria (naturalmente una Carpigiani, la cui sorbettiera - il tipico contenitore in rame stagnato - “galleggiava” e ruotava nella salamoia refrigerata mentre le pale elicoidali “montavano” il gelato) che la sbattitrice per la lavorazione preliminare dei preparati.

Era impossibile resistere alla tentazione di godersi un assaggio dopo l’altro immergendo pericolosamente le dita nel gelato che andava formandosi!

L’atmosfera era dominata dal profumo del latte, di volta in volta “corretto” dalle fragranze della vaniglia, degli agrumi, delle fragole, delle banane, del cacao, dei canditi e di altri ingredienti assolutamente naturali e genuini.

Alle magie dei sapori e dei profumi si univano quelle delle sapienti lavorazioni: quella delle banane (due semi-formine d’alluminio riempite di gelato di saporosa banana e richiuse l’una sull’altra, lo stecco in legno infilato nell’apposita fessura, e messe a consolidarsi in un frigo a pozzo), quella dei mottarelli - i gelati da passeggio ricoperti inventati dalla Motta - più complessa, giacchè, una volta consolidata la forma del gelato fiordilatte con procedimento analogo a quello delle “banane”, si dovevano sgusciare sotto un getto d’acqua ed immergere rapidamente in una cioccolata mantenuta fluida riscaldandola a bagno-maria e ripassati quindi nel frigo a pozzo per il consolidamento definitivo prima del confezionamento in bustine di sottile carta oleata.

Qui conosco ed imparo ad apprezzare il buon Giusto Togni Posta. Era un “bocia” ora alla soglia della settantina, casualmente incontrato da mio zio Riccardo una domenica del Marzo 1955 davanti alla Chiesa parrocchiale di Brentonico, dopo la Messa Grande, e convinto a seguirlo Milano, a distanza di un paio d’ore, sulla sua 500 Topolino in un avventuroso viaggio sotto una fitta nevicata, giù per la strada per Mori, non ancora asfaltata, lungo la Gardesana Occidentale ed infine per l’Autostrada, allora a carreggiata singola in cemento “Portland”.

Quella sera, e per molte sere che seguiranno, Giusto si raggomitola, malinconico e dolorosamente nostalgico, nella sua brandina presso l’abitazione di questo signore sconosciuto, in una grande città mai vista prima, stravolto dal viaggio prima e dal lavoro poi, lontano dalla mamma, dalla famiglia e da quel mondo divenuto improvvisamente così lontano ma tanto tanto caro al suo cuore di ragazzino.

Lo conforteranno di tanto in tanto le sorelle Taida e Teresa che lo avevano preceduto in quella straordinaria avventura andandole a trovare nelle mezze giornate di riposo settimanale (eh! Sì). Da allora rivedrà il paese e la famiglia una volta l’anno per i quindici giorni di ferie canonici da godersi nella stagione morta.

E’ un ragazzo a modo, grande lavoratore e carico di entusiasmo per il mestiere che sta imparando e per la soddisfazione di poter inviare a casa tutti i mesi tutte le quindicimila lire pulite che guadagna. A lui rimangono le mance da spendere nelle rare occasioni svago. A mantenerlo sulla retta via, anche lontano da casa, anche in questa grande città che negli anni “perderà” molti, e, soprattutto, a farlo apprezzare dallo zio Riccardo sono certamente la dedizione al lavoro e i precetti-guida, oggi andati perduti, forse per sempre, che Giusto (mai nome fu più “giusto”!) interpreta diligentemente.

Il rispetto per i genitori, per gli altri, per le regole, per le cose e per le cose degli altri e della comunità.

Un comportamento minimamente deprecabile avrebbe imbarazzato, forse disonorato e messo in grande difficoltà la famiglia, specie se ancora costretta in una piccola comunità. A quei tempi i genitori, in caso di indisciplina a scuola o al lavoro si sarebbero immancabilmente e comunque schierati contro i loro figlioli esponendoli a gravi conseguenze.

Il servizio militare nel 1960 interromperà la sua storia di Giusto con gli Andreolli Perni.

Al suo ritorno alla vita civile può scegliere fra un’offerta di lavoro all’Albergo San Giacomo ed una da parte di un altro brentegano da tempo e con grande successo insediato a Milano in via Vittor Pisani, di fronte alla Stazione Centrale. Preferirà le proposte di Leone Bianchi dal quale profonderà, “da Leom”, per ben 32 anni tutta la sua esperienza di barista e gelataio. Invero negli ultimi anni si assume direttamente la gestione di questo esercizio ammannendo alla clientela oltre ai gelati ogni specialità culinaria trentina.

Dopo tanti anni rivedo Giusto all’ombra del gazebo davanti alla sua bella casa nel centro di Brentonico.

Certo la gioventù se n’è andata ma i tratti, sotto i capelli ormai bianchi, sono gli stessi.

Ripercorriamo assieme i vecchi tempi ed indugiamo sul tramonto dell’epopea dei gelatai brentonicani a Milano.

Così numerosi, così attivi, così bravi, apprezzati e fortunati ma, a distanza di quasi un secolo dal loro primo apparire e radicarsi in quella città, svaniti in poco tempo senza quasi lasciare traccia, né eredi, né discepoli, né a Milano né altrove.

Per spiegare questa dissoluzione ognuno ha un suo fondato perché. Io temo che abbia qualcosa a che fare col carattere o col destino dei brentonicani: come i fiori di cactus risplendono un solo giorno...

E’ stato così per i gelati (a Milano, ma non a Brentonico…) come per il burro e per alcune pregiate, inarrivabili, colture tipicamente brentegane come le patate, le ciliegie, le susine…

Dissolti, squagliati come quei gelati industriali carichi d’aria che verosimilmente hanno dato inizio al declino del vero buon gelato artigianale.

Genuino come i suoi ingredienti che, mi dice Giusto, dovevano essere rigorosamente freschissimi ed integri (il latte, le uova, la frutta); di grande qualità e, quindi di marca e costosi: la cannella, la vaniglia, il cacao (Pernigotti), il torrone ed i frutti canditi (Sperlari), trattati con consumata maestria. Ad esempio, il cacao, doveva essere prima trattato a caldo con latte e zucchero e solo poi utilizzato nella formulazione del gelato e non liberato direttamente in sorbettiera come la fanno molti produttori moderni… Ovvero il lavoro della gelatiera doveva essere integrato con l’assidua manualità del gelataio che per almeno trenta minuti doveva con una pala in legno rimuovere dalla superficie della sorbettiera rotante il composto che vi si andava cristallizzando per favorire la cremosità finale del prodotto.

Il tutto condito e amalgamato con un ingrediente (ormai?) raro: la passione.

La passione per le cose ben fatte, la passione che differenzia un prodotto da un opera d’arte.

Erano regole - precetti - a cui i gelatai brentonicani si attenevano con rigore ed onestà, talvolta persino passandosi l’un l’altro i piccoli segreti dell’esperienza quotidiana che invariabilmente andava a migliorare le loro produzioni.

Una solidarietà conosciuta solo dagli emigranti...

Da qualche tempo a Milano le gelaterie cosiddette artigianali sono nuovamente in auge. Dispensano senz’altro prodotti dignitosi, ma che per formulazione e bontà sono ancora molto lontani dai livelli raggiunti in passato dai gelatai dell’Altopiano. Si utilizzano per la maggior parte preparati industriali, integrati da addensanti, coloranti, conservanti e aromi artificiali e si definiscono artigianali solo perchè la fase ultima di miscelazione e congelamento è stata delocalizzata presso la gelateria (semplificando enormemente tutto il ciclo produttivo).

Ma, c’è da scommetterci, se in Paradiso si deliziassero coi gelati, senz’altro sarebbero gelati prodotti da quei Brentegani de ‘na volta!

Gianclaudio ANDREOLLI (“Perno”)


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