UN CASCHETTO DI CAPELLI CASTANI

PRIMA PARTE

Non esisteva un autobus che ci portasse direttamente a Pieve. Bisognava prendere la corriera che percorreva la strada provinciale, e dopo 10 Km., già sufficienti a fare indigestione del caratteristico tanfo dei mezzi di allora, bisognava scendere per continuare a piedi il tragitto ancora per 3 o 4 chilometri, inoltrandosi su di un "percorso di guerra", con tanto di guado, fango, scogli, fino ad una brutta disadorna collina, terribilmente scoscesa. Poi, attraverso campi brutalmente arati, verso l'imbocco del sentiero che annunciava il paesino.

Dimostravo meno anni di quelli che avevo, gracile e palliduccio com'ero, bisognoso di aria e di vitamine. Eppure quella piccola impalcatura rachitica riusciva a farmi avere le ali ai piedi, nonostante i polmoni incassati e l'aspetto da denutrito.

Anche se l'aria malsana della corriera mi costringeva il più delle volte a dare di stomaco, ghermendo gran parte delle modeste energie che mi tenevano in piedi, svolazzavo davanti ai miei genitori, creando scintille tra i sassi con quelle piccole lamelle di ferro arcuate che si soleva chiodare alle scarpe come fossero gli zoccoli dei cavalli.

Mia madre, agile e sicura, era convinta che procedevo a forza di nervi, ma non sembrava tradire molta apprensione per la mia apparente fragilità. Solo mio padre, credendomi stanco, con una scusa ci costringeva a fare almeno una sosta, stupito forse dalla mia resistenza.

Si andava dai nonni quasi una volta al mese, così che ben presto imparai a memorizzare alberi, pietre, cespugli, trasformandoli in tante mete provvisorie, come se quel gioco riuscisse ad abbreviare il percorso.

D'inverno, a meno di giornate eccezionali, non si andava mai. Si recuperava d'estate intensificando i viaggi, anche se il caldo opprimente che increspava la terra, ingigantiva la fatica, e la luce riflessa da quelle balze sassose faceva strizzare dolorosamente gli occhi.

Ci dissetavamo con della frutta di stagione che s'incontrava sul nostro cammino, anche se la povertà della terra si rifletteva su quelle piante casuali, talmente aride e spoglie che quando potevamo carpirne un po' di ristoro sembrava quasi un miracolo.

La stanchezza veniva però compensata dall'accoglienza festosa delle prime sentinelle. Per quella brava gente ormai eravamo una simpatica abitudine. Le loro case si aprivano per intero abbracciandoci col profumo di tante cose buone.

Ci domandavano sempre cosa accadesse in città, come se a pochi chilometri il mondo potesse cambiare radicalmente.

Per chi viveva in un fazzoletto di terra può darsi che il capoluogo(appena 10.000 abitanti) sembrasse immenso, ma forse così lo si voleva immaginare, per azzardare chissà quali sogni, per cullare chissà quali strampalati progetti.

Non c'era ancora la televisione, almeno a Pieve. Le automobili erano un evento rarissimo. I contatti col mondo esterno correvano su uno scalcinato telefono pubblico e si mantenevano attraverso la posta. Giornali non se ne vedevano, tanto ben pochi sapevano leggere. Il cinema parrocchiale riusciva a proiettare, con un'arrancante macchina usata, un film ogni morte di papa. Solo qualche misera radio gracchiante apriva dei piccoli fori sul mondo.

Ma nessuno se ne lamentava, anche se la maggior parte degli abitanti lavorava nei campi, su un piccolo terreno di proprietà o sui vasti poderi dell'eterno padrone, in ogni caso per poche misere lire. Eppure in quei visi legnosi, su quei volti riarsi, si scorgevano solo tanta dignità ed una singolare ricchezza interiore.

Si parlava seduti attorno ad una grande tavolata, dove sostava sempre in attesa una qualche bottiglia di vino. I grandi bevevano svelti, dilungandosi nei consueti commenti sull'uva. Per me apparivano invece le solite caramelle o i dolci fatti in casa, alle volte torta al formaggio che però non gradivo, in attesa di tuffarmi sul ciambellone.

Non c'erano vari argomenti di conversazione. Le vite erano sincronizzate sui lavori stagionali, il cuore pulsava insieme alla terra e ai suoi poveri amati frutti.

Ogni tanto ci annunciavano la partenza per l'estero di questo o di quel giovanotto, oppure la morte improvvisa di un conoscente: "un malaccio" dicevano, senza precisare un granché. Ma la parola evocava una serie di tristi pensieri. Per qualche minuto si veniva inghiottiti nel vortice delle dolorose esclamazioni: "quanto ha tribolato, poveretto" oppure "se n'è andato senza neanche accorgersene" o ancora "per lui è stata una liberazione, ha finito di soffrire."

Anch'io rimanevo sgomento di fronte a quei terribili annunci così lapidari, ma non osavo chiedere spiegazioni ulteriori. "Il Malaccio" era una cosa talmente orribile che mi sentivo schiacciato da una specie di divieto inespresso. La morte o il sesso non dovevano turbare le nostre coscienze innocenti, anche se il silenzio e le mezze verità producevano forse turbamenti ben più significativi.

Si passava da un casolare all'altro, finché il paese intero ci arrivava addosso. Ed era un brulicar di mani, di voci, di abbracci e di baci.

La strada polverosa s'allargava a formare la piazza dove si specchiava in pratica tutto il paese. In fondo, quasi da sola, scura e maestosa, la Chiesa.

Il parroco era il padrone delle anime e dei corpi. Temuto, rispettato, amato. Tutta la vita spirituale e sociale scorreva nelle sue mani. Ufficiale di Dio, Ufficio di Collocamento, Consigliere, Psicologo, Giudice: era l'autorità massima del paese. Per lui passavano pratiche di ogni genere, dalle domande di assunzione alle iscrizioni scolastiche, dalle liti famigliari ai diverbi occasionali. Ci si rivolgeva al parroco per scrivere o leggere le lettere, per chiedere la pensione o per farsi consigliare le medicine. Per tutto, anche per il voto!

Non a caso in paese votavano quasi tutti per la Democrazia Cristiana. Non mio padre che era comunista (anche se digiuno completamente della dottrina di Marx e di Lenin), ma un comunista per disperazione, con la speranza che il Partito riuscisse a far qualcosa per tutti quelli che si trovavano nella sua misera condizione. Del resto non poteva dimenticare né la sua lunga esperienza di emigrato, né il doloroso bombardamento di Livorno che gli aveva decimato la famiglia, costringendolo ad un mesto ritorno in queste umili terre, senza lavoro e con il peso degli unici due figli sopravvissuti.

Quando il vino allentava i suoi meccanismi di difesa lo vedevo piangere furtivamente, intravedendo dietro le lacrime i ricordi del passato che riaffioravano, goccia dopo goccia. Talvolta provava a spiegarmi che anche Gesù Cristo era Comunista e che i preti l'avevano fatto morire, ripetendo con parole sue gli slogans elettorali che si strillavano nelle locande frequentate dai "compagni".

Morì che avevo 14 anni: il "malaccio" portò via anche lui.

Pubblicamente non piansi mai, più che per vergogna per una sorta di dignità, nel ricordo delle sue lacrime appena accennate.

Mi sfogavo da solo, nella mia cameretta, con lunghi convulsi singhiozzi, sublimando in quel pianto accorato tutta la tristezza che all'esterno cercavo testardamente di reprimere.

Quando giungevamo nel mezzo della piazza, venivo letteralmente rapito da una ragazzina più o meno della mia età, che mi strappava dai miei genitori, tirandomi con forza verso la sua abitazione:

"Mamma, mamma," gridava "è arrivato il mio fidanzato!"

Non si capiva come era nata questa passione coi crismi del riconoscimento ufficiale. Avevo lasciato il paese senza alcun ricordo preciso delle coetanee. Vagamente nella memoria emergeva una bambina dai capelli ricci piena di brufoli, né bella né brutta, fortemente decisa a rubarmi la castità.

Un paio di volte, sul letto e sui campi, mi aveva preso letteralmente d'assalto, mimando giochi d'amore sopra il mio stomaco. Io la osservavo sorpreso, senza capire un granché, ma lei si agitava molto seriamente, imitando amplessi spiati chissà quando e chissà dove, pur senza alzare di un dito il vestito o tentare di sbirciare qualcosa all'interno dei miei pantaloni.

Francamente dubito molto che avesse una qualche dimestichezza col sesso, anche se io, d'altro canto, non immaginavo neppure che tra noi, nella zona del ventre, si potessero nascondere differenze tanto importanti.

Ma non era lei la mia "fidanzata". La piccola Franca aveva un volto dolcissimo, incorniciato da un simpatico caschetto di capelli castani. Negli occhi le si accendeva una luce morbida e carezzevole che s'infiammava quando incrociava il mio sguardo.

Io mi sentivo impacciato, senza parole, incapace della benché minima partecipazione. Non capivo, non sentivo, non vedevo i lampi caldi dei suoi occhi che mi abbracciavano teneramente.

Mangiavo meccanicamente i biscotti che lei, premurosa ed eccitata, mi offriva in continuazione, freddo e quasi insofferente, pieno di stupidità.

A 13 anni d'improvviso non ne seppi più nulla: non un gesto, non una parola, per spiegare un'interruzione così netta. Forse era solo cresciuta. Ma ancora mi domando quali strani sentimenti poteva suscitare un ragazzino pallido e scontroso, timido e denutrito; per quali oscuri sentieri s'inerpicavano i suoi desideri, da quali impulsi contraddittori erano guidate le sue sensazioni, in quale ricettacolo della coscienza era nata e cresciuta questa piccola passione che ora sembrava di colpo svanita?

Pian piano la mia indifferenza cominciò a vacillare. Ora che la sua dolce invadenza non era più una cosa scontata sentivo che mi sarebbe mancata: m'affacciavo alla piazza col cuore in tumulto nella speranza di scorgerla ancora, ma la mia "fidanzatina" sembrava definitamente scomparsa, inghiottita dal Tempo.

Il nonno era molto anziano. S'aiutava con un bastone sbilenco per far quattro passi fuori di casa. Ma il più delle volte sedeva su una seggiola quasi sventrata, a ridosso del muro della sua abitazione, cincischiando i sigari che la mamma non dimenticava mai di portare.

Prima di metterli in bocca, più volte l'accarezzava e li rigirava, quasi timoroso di sciupare troppo in fretta un oggetto desiderato da tanto tempo. O forse era solo per accrescere la voglia di fumare, o le due cose messe insieme.

Qualche volta, quando i miei mi lasciavano solo, mi faceva sedere accanto a sé e cominciava a raccontare la Guerra. Sembrava conoscere solo la fatica dei campi e le atrocità dei conflitti mondiali. Viveva con una misera pensione sociale, in due povere stanzucce, insieme alla nonna, anche lei assistita da quelle elemosine chiamate pensioni.

I loro rapporti erano spigolosi, tipici della gente contadina, ma credo si volessero bene, anche se nel lontano passato il nonno, in qualche rara occasione, aveva alzato un poco le mani(almeno così raccontava mia madre). Può darsi che avesse un caratteraccio, ma ormai se l'era lasciato alle spalle. Tra una boccata e l'altra mi parlava del fronte, evocando una miscellanea di rumori: lo scoppio delle bombe, il crepitare delle mitragliatrici, il rombo degli aerei che volteggiavano sopra la sua testa, le urla del capitano che arringava i soldati.

Anche a lui, come ad altre migliaia di poveri ignoranti, era toccata la prima linea. Disoccupati, operai, contadini: tutti ammucchiati a fare gli eroi controvoglia, a difendere una terra non loro, a morire per un lembo di patria, carpiti per anni alle loro famiglie, accumunati dalla stessa miseria e dalla stessa paura.

A Pieve non ci si rendeva conto della povertà. Era una condizione fatale che tutti tranquillamente accettavano(ad eccezione di qualche giovane irrequieto). Non si pensava ad una vita diversa, o comunque non si sperava che potesse cambiare, anche perché non si subivano le umiliazioni che in città le differenze di censo potevano facilmente creare.

Quando passavano i ricchi, anche mio padre, con sommo rispetto, si toglieva il berretto. L'obbedienza sembrava dovuta, la sottomissione un debito da pagare sempre e comunque.

A scuola i figli dei ricchi venivano sempre corteggiati, vezzeggiati, assistiti. I poveri no, come se la povertà da sola evocasse emarginazione, diffidenza, razzismo, quasi che fosse lo specchio di una colpevole ignoranza. L'intelligenza, nei figli dei meno abbienti, sembrava un insulto, un affronto, una stolta pretesa di chi non sapeva stare al suo posto, di chi tentava faticosamente di uscire dai margini stretti della propria condizione sociale.

Anche nei giochi i figli dei poveri recitavano il ruolo dei sottomessi, relegati a far da comparse ai piccoli capi cretini o a subirne gli stupidi scherzi, senza avere il coraggio e il diritto di lamentare le tante umiliazioni subite.

A Pieve non si avvertiva questo disagio, visto che l'uguaglianza era una condizione forzata.

Per me che venivo dalla città c'erano invece attenzioni speciali, quasi avessi la patente di benestante, quando purtroppo le condizioni di vita talvolta erano molto più avvilenti di chi in paese poteva almeno contare su qualche animale da cortile per sopperire in qualche modo alle più elementari necessità.

Non capivo dove trovasse il denaro la nonna, eppure non mancò mai di far uscire dal suo fazzoletto arrotolato qualche preziosa moneta per me. Mi chiamava con una scusa in disparte, quindi con dita malferme allentava il grosso nodo del fazzoletto da naso, rovesciandomi in tasca un piccolo tesoro, forse tutto quello che aveva.

La mamma al ritorno mi brontolava per aver accettato quelle monete, però non credo fosse giusto impedire a quella povera vecchia, senza ferirla nel cuore, di compiere un gesto che testimoniasse la sua gioia di vedermi, l'affetto un poco represso per il suo nipote prediletto.

In paese avevamo anche altri parenti, per cui un giro veloce di visite era d'obbligo, e, qualche volta, per non sembrare troppo scortesi, dovevamo accettare di fermarci dall'uno o dall'altro, ma soprattutto dalla zia Evelina che abitava in una specie di fattoria(molto modesta)ad un paio di chilometri dal centro.

Per me era il posto più bello, anche se non vi fossero molti animali, ma c'erano tante cose curiose da osservare e provare. Tra l'altro la circostanza mi consentiva una grande libertà, così tutto il giorno ero impegnato a scorrazzare sui prati e sui campi e ad arrampicarmi sugli alberi come uno scoiattolo. Avevo un'agilità sorprendente. Correvo come una lepre e riuscivo a salire sui rami più alti a forza di braccia, grazie al mio peso da piuma e alla tigna delle mie fibre nervose.

Quando non era possibile allontanarmi, scaricavo la rabbia tuffandomi di corsa nei mucchi di paglia o lanciandomi dal pagliaio più alto per sprofondare su di un cumulo sottostante, presente per caso o preparato con cura per l'occasione.

Durante le mie scorribande galoppavo con la fantasia, inventando le storie più ingenue e bizzarre, adattando le scene alla mia personale coreografia. Un ramo qualunque diventava una docile spada; un buco, un anfratto, uno scoglio, un cespuglio, un avvincente terreno d'esplorazione. Anche un minuscolo ragno poteva servire a passare del tempo, magari giocando a stanarlo.

A Pieve non mancavano i ritrovi dei ragni. In fondo alla piazza la strada si divideva in due viottoli che si congiungevano a forma di anello, delimitando un gruppetto di case disposte su di un piccolo dosso. All'inizio di uno di questi, sotto un vecchio arco di pietre, viveva un'intera colonia di ragni giganti. Mi divertivo a spiarli, stuzzicarli, chiamarli, imparando fin da bambino quanto fosse difficile, nonostante le apparenze, "cavare un ragno dal buco".

Talvolta raccattavo per strada qualche piccola mosca già morta e la deponevo vicino all'imbocco delle minuscole tane per invogliarli ad uscire, ma quasi sempre con scarso successo.

A distanza di tempo un mezzo terrore ha sopraffatto quella che era una piccola incosciente curiosità, come se scaricassi sui poveri ragni le mie ansie e le mie nevrosi, investendoli di significati tenebrosi che non hanno mai avuto, almeno da noi.

Nonostante i pericoli che correvo ogni giorno, sospeso su rami esilissimi o incaponito alla conquista di inaccessibili dirupi, frugando tra sassi e cespugli col rischio di provocare morsi e punture, o spiando bestie non troppo tranquille, tornavo sempre incredibilmente indenne tra le braccia dei miei genitori. L'Angelo Custode mi tradì una volta soltanto, quando rientrai a casa piangente con le mani strette sul capo quasi a voler nascondere il sangue che colava copioso da sotto i capelli. Mia madre appena mi vide si mise a gridare e ad agitare le mani, sorpresa dal suo stesso spavento, senza riuscire ad abbozzare alcun intervento concreto, finché non accorse una robusta vicina di casa che mi fasciò la testa con delle bende improvvisate, strappate a qualche ritaglio di biancheria. Poi mi portarono all'ospedale in calesse, sommerso da quel goffo turbante bianco, giù per la polverosa carreggiata che dopo 7 Km. si congiungeva alla strada provinciale.

Quando non c'erano frane e il tempo era bello il tragitto diventava quasi piacevole, nonostante le brutte curve che sormontavano discreti burroni.

Nel ritornare a casa, dopo le visite a Pieve, quasi sempre era questa la strada da fare, anche perché, per un motivo o per l'altro, si trovava spesso qualcuno che muovesse il calesse per recarsi in città.
Solo rarissime volte fummo costretti a percorrerla a piedi, generalmente quando il maltempo rendeva impossibile inoltrarsi per il vecchio sentiero o s'era perso tra le chiacchiere il consueto passaggio. Ma la circostanza non ci toglieva il buonumore, perché era comunque un'occasione per salutare parenti ed amici dispersi nei casolari isolati, poco lontani dal nostro percorso, con la scusa di una brevissima tappa.

Quel giorno però fu un viaggio straziante, punteggiato dal mio pianto e dalle occhiate angosciose che la mamma, allarmata, mi dava.

E mi tornava alla mente il giorno che lasciammo il paese, con un semplice carro, ammucchiati insieme alle poche misere masserizie. Anche allora piangevo, ma col cuore gonfio di nostalgia; un pianto dirotto che invano, parenti ed amici, cercavano di mitigare con le solite frasi banali o con le caramelle infilate nelle mie tasche.

Avevo soltanto sei anni, ma era come se avessi trascorso una vita intera in mezzo alla rude semplicità di quella gente, confortato dal loro caloroso affetto.

Partimmo di sera, quasi alla chetichella, come per non vedere quello che lasciavamo. Il dondolio del carro mi addormentò in poco tempo, cancellando le ultime lacrime. Udii d'improvviso, tra il dormiveglia, un prolungato rumore di ferraglie: in lontananza emergeva qualcosa di strano, di orrendo, come un terribile bruco gigante, con le sue luci fredde, allineate, angosciose.

Sprofondai sul sedile, cercando rifugio da quel mostro che ci passava sopra le teste con un ruggito infernale, finché diventò un tremolante lumino ormai inoffensivo.

Allora m' accoccolai tra le gonne di mia madre farfugliando qualcosa, ma subito venni rapito da un sonno ancor più profondo.

I punti che mi ricamarono sul cuoio capelluto erano fin troppo reali. La suora sembrava nervosa, capii che mancava qualcosa, un foglio, un libretto, una qualche pratica burocratica. Dopo mille insistenze la testa mi fu ricucita, in fretta e alla buona(l'ospedale allora era una specie di pronto soccorso)con pochi dolorosissimi punti, come se fossi un vecchio calzino quasi ormai da buttare.

Non dissi a nessuno la verità: nemmeno i miei genitori seppero mai che quella pietra pesante che m'aveva spaccato la testa non era un banale incidente, ma la stupida cattiveria di un qualunque compagno di giochi che m'aveva scelto come bersaglio, lanciando sassi sempre più grandi dall'alto di un muricciolo, finché non m'ebbe centrato nel mezzo del capo. Nessun dolore al momento, solo un gran fiotto di sangue, mentre con gli occhi guardavo il perfido amico scappare impaurito.

SECONDA PARTE

Avevo vent'anni, un diploma sofferto e il congedo illimitato dal militare: "abile e arruolato" ma dispensato dal servizio perché unico sostegno della famiglia, visto che avrei dovuto pensare al sostentamento mio e di mia madre, ormai non più giovane e stanca.

Era una scappatoia legale che comunque mi consentiva di rimanere a casa, accanto alla mamma, anche se il mio impiego era un po' "particolare", visto che non percepivo alcuno stipendio e che dovevo pagarmi anche i contributi, grazie alla "magnanimità" della ditta che mi aveva offerto questa possibilità. I padroncini, ambedue comunisti, non sembrava soffrissero molto la contraddizione in cui si erano messi, forse perché chi sfrutta il prossimo non sembra obbedire a qualche colore particolare, se non al consueto ricatto sul bisogno, contrabbandandolo come "grande favore", per il quale avremmo dovuto professare eterna gratitudine. Fortuna che questo "lavoro" esaurì la sua funzione in pochi mesi, con l'arrivo del tanto sospirato congedo ufficiale.

Non si andava ormai tanto spesso alla Pieve. In una di quelle rare rimpatriate ci capitò di sostare in casa di alcuni parenti intenti a sgranare pannocchie di granoturco. Si parlava delle solite cose in un'atmosfera sempre cordiale, con la semplicità delle vecchie riunioni di un tempo.

"Però, s'è ingrassato Carletto", ripeteva qualcuna a mia madre, come per farle piacere.

"Ma come è cresciuto", frase un pochino stonata, era stata sostituita da quest'altra inevitabile esclamazione, a cui la mamma però prestava attentamente l'orecchio: che il figlio, perennemente magro come un bastone, potesse aver acquisito qualche etto la rendeva molto orgogliosa. In paese la salute si misurava con la bilancia, tanto per le bestie come per gli esseri umani. Mi sentivo un po' imbarazzato quando si facevano questi commenti, ancor più quando si chiedeva a mia madre:

"S'è fatto la ragazza Carletto?!"

"Prima deve trovare lavoro" sentenziava la mamma, anche se le donne ammiccavano furbette, come per dare ad intendere che la risposta non le convinceva.

Fu proprio in mezzo a questi conciliaboli che, nel voltare lo sguardo per non sentirmi troppo osservato, misi a fuoco il volto di una fanciulla apparentemente sconosciuta che mi osservava curiosa, quasi impaziente di ascoltare una mia risposta sull'argomento.

Stavo per cambiare soggetto quando un lampo squarciò la mia mente. Esplorai meglio quel viso: un caschetto di capelli castani pioveva sugli occhi scurissimi, illuminati da quella vecchia luce di 10 anni prima. Il lume era forse più tenue, ma lo sguardo era tanto più morbido e femminile. Era carina, dolce, silenziosa….e mi guardava!

Per qualche secondo, nonostante il rossore che mi dipingeva il volto, continuai a fissarla negli occhi. Le labbra leggermente carnose tradivano con leggeri sussulti le mille domande che sembravano torturarla piacevolmente.

Per tutta la serata non pronunciò una parola, ma ogni tanto, di sottecchi, vedevo che m'osservava furtivamente.

Tra noi s'era creato un ponte invisibile a tutti, dove s'incrociavano vari messaggi cifrati, mentre si aprivano a mano a mano forzieri colmi di ricordi appena velati dal Tempo.

Era lei, non c'erano dubbi!

M'ero completamente disinteressato di tutto e di tutti. Accarezzavo il suo viso, delicatamente, teneramente, con uno sguardo carico di pudore. Sognavo timidamente un suo bacio, immersi in un lago di verde macchiato di fiori o al riparo di un vecchi albero secolare, mentre attorno a noi cadeva una pioggia fittissima, oppure sotto quell'arco di pietre, nascosti nell'angolo più riservato, rintanati come quei ragni della mia infanzia.

Mentre una scalcinata maleodorante corriera ci riportava a casa, il mio cervello era totalmente immerso in un groviglio di pensieri che ne drogavano la ragione.

Non ebbi il coraggio di chiedere notizie a mia madre, temendo d'esser giudicato troppo infantile, però per qualche giorno continuai a rimuginare su quel fantastico incontro, riprogettando tutta la mia vita.

Ogni volta che tornavamo alla Pieve speravo d'incontrarla di nuovo, di poterle rubare qualche altro sguardo, magari un sorriso, fors'anche d'udire il suono della sua voce……….ma invano cercai quel caschetto di capelli castani, quegli occhi che m'avevano scrutato con un filo di nostalgia.

Ancora una vota scomparve, stavolta per sempre……

TERZA PARTE

Altri 20 anni sono passati. La strada che porta a Pieve ora è asfaltata. Con la macchina si arriva in pochi minuti, ma le nostre presenze sono ancora più rare.

Vado insieme alla moglie e alla bambina(raramente riesco a portare anche la mamma, ormai troppo anziana e demotivata): una sosta fugace dai pochi parenti rimasti, un saluto affrettato a qualche passante, le solite promesse di ritornare al più presto, un bacio, un abbraccio, e già siamo sulla porta di casa.

Ci sono i problemi quotidiani che incalzano, c'è sempre un qualcosa da fare, e poi contrattempi, contrarietà, malumori, e forse anche un po' di disagio nel rivedere, appannate, le scene della propria infanzia perduta.

Le abitazioni di Pieve sono state in gran parte ormai risanate o, come si dice, ristrutturate.

Sulle vecchie case di pietra ha preso il sopravvento la calce e il cemento, ma la mappa del paese non sembra cambiata di molto, il disegno è più o meno lo stesso, le strade(più belle)son quelle, il campo sportivo è sempre sull'orlo di una scarpata, i prati e le macchie son lì, al loro posto, come una volta, ad eccezione di pochi insignificanti particolari.

Le facce però non sono le stesse, i personaggi sono mutati. Pochi sono i volti che riconosco, ed anche questi sembrano tanto diversi. La vita forse scorre ancora più lenta nei confronti con il capoluogo, ma i costumi si stanno pian piano unificando, dietro la colorata bandiera della televisione.

L'informazione e il progresso hanno scalato anche questa collina, cambiando in parte le condizioni sociali, le abitudini di vita, ed anche gli umori.

"Qui abitava la Betta, di sopra la zia Margherita. In fondo alla via due magre figure di donna sollevavano una pesante pala di legno per posare il pane sul grosso forno all'aperto. Qua c'era il fabbro, laggiù, sotto quell'arco, le piante dello zio Beniamino con tutte quelle casine delle api ripiene di dolcissimo miele che, qualche volta, ci faceva leccare col dito. Più sotto la botteguccia delle caramelle, ed ancora, seguendo una retta, la Scuola dove m'insegnavano a fare le aste in una classe differenziata. Lassù, sul dosso, le tre case che abbiamo abitato, vicine una all'altra, quasi a contatto, così che il trasloco sembrava un semplice cambio di stanza.

A metà piazza, nascosta da una parete, la fonte dove le donne sbattevano i panni con dolce violenza, allegre, vocianti, disordinate."

La Chiesa, là in fondo, non sembra quasi la stessa, pezzata, dimessa, perfino un po' rannicchiata. Il prete- padrone è scomparso, travolto dagli anni e poi dalla Storia. Anche la falce e il martello hanno preso il posto dello scudo crociato nel cuore dei pochi elettori.

Quando come oggi, volgo lo sguardo d'intorno, raschiando nel bianco cinereo delle nuove facciate, soffermandomi sui volti grinzosi dei vecchi, dove è scolpita anche la mia piccola storia, mi prende una specie d'angoscia: è forse la nostalgia delle povere semplici cose.

 

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Fosco

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