Fausto Campanozzi

NESSUNO RICORDA

dal volume
"Così, per vivere", Bracciodieta,
Bari, 1989

S'adirava sempre dopo pranzo il padre di Melino, in brache e canottiera, diventava paonazzo e si sbracciava tutto; la moglie non fiatava, continuava a sciacquare piatti, posate e pentolame e ogni tanto un ciuffo lungo e nero le cadeva davanti agli occhi e lei lo scostava col dorso della mano. Noi da sopra, rannicchiati in un lettone alto alto di ferro nero, ascoltavamo il tuonare dell'omone panciuto e baffuto e ridevamo: a Melino non faceva più paura, a me un po', ma ridevo.

Ce l'aveva coi lavoranti che gli mandavano in rovina la masseria, coi pastori e i contadini. Meglio esser sottomessi, a sentir lui, cos non hai responsabilità, non devi sudare a contar denaro, non devi star cogli occhi aperti se no ti rubano, e il governo non ti fa pagare tante tasse. Ogni tanto minacciava di scacciar qualcuno, diceva che i pastori gli rubavano il latte, voleva prendere a calci i contadini perché alla pesa gli erano spariti almeno due sacchi.

Urlava contro Oreste, il porcaro, perché diceva che i maiali ed i polli non crescevano abbastanza; quello sfaticato stava sempre seduto a soffiar dentro quella sua comesichiama.

Oreste suonava l'ocarina e aveva buon orecchio. Lo sentivamo quando il vento fresco della sera portava in groppa le svelte acute melodie insieme al tanfo del porcile.

A volte andavamo a trovarlo, ma lui non voleva mai parlare: mugugnava un s o un no se gli facevamo una domanda e ricominciava a suonare l'ocarina con le dita lunghe e saltellanti. Quando arrivai alla masseria, sul finire di giugno, mi aveva chiesto:

- E tu, chi sei?

- Sono il cugino di Melino.

- Allora sei il nipote di Padrone Pietro.

- No, sono il nipote della moglie.

- E che ci fai, qui?

- Mi ha portato mia madre alla masseria. Dice che devo prendere aria buona perché quest'inverno sono stato malato.

- Non sei mai stato in campagna?

- Una volta, ma ero piccolo.

- Quanti anni hai?

- Dodici compiuti a maggio.

- Allora fila! Non posso perder tempo con un moccioso, ho da fare, io! - E s'alzò per andare a preparare il pastone. Lo guardavamo muoversi su quelle sue gambe lunghe e sottili come trampoli che non teneva mai ben distese, ma sempre un po' piegate ai ginocchi, lo seguivamo con lo sguardo portar secchi da un posto all'altro, aprire sacchi, versare acqua, ramazzare avanzi. Faceva tutto con una lentezza impressionante, come fosse nato già stanco, come gli mancassero le forze. Io me l'immaginavo spesso vestito di sacco e con un cappellaccio di paglia in testa, piantato in mezzo al campo a far da spaventapasseri con le braccia aperte, con quel suo viso secco e lungo che ben s'adattava alla sua statura. Per passare attraverso la porta del porcile doveva chinar la testa, lungo e allampanato com'era, magro da far spavento. Avrà avuto non pi di venticinque o ventisei anni, ma a prima vista sembrava molto pi vecchio, e non solo fisicamente, ma pure da come ragionava e trattava gli altri; dava l'impressione di un cane sovente battuto dal padrone che sempre impaurito ringhia a tutto e a tutti per timore di una nuova minaccia. In effetti, Padrone Pietro ogni tanto gli metteva le mani addosso, anzi pi spesso i piedi, e anche Melino e gli altri ragazzi che vivevano alla masseria si divertivano a prenderlo in giro, ma Oreste se n'infischiava, nel senso che non reagiva, e quando la rabbia gli cresceva in corpo andava a rintanarsi nel porcile, si sedeva in terra con la schiena appoggiata ai sacchi e soffiava dentro quella sua ocarina, riuscendo in quei momenti a cavarne melodie di una bellezza indescrivibile nelle quali si poteva indovinare tutta la tristezza del giovane, pur nella loro rozza semplicità. Ma il padre di Melino non sopportava che gli altri lo trattassero male: un giorno il mezzadro, gridandogli che un maiale era uscito dal porcile e gli aveva rovinato l'insalata, diede ad Oreste due spintoni e gli fece sbattere la testa; il padre di Melino, quando lo seppe, tuonò contro il mezzadro dicendogli che erano tutti uguali e non dovevano azzuffarsi fra loro, ma solo riferire perché poi ci avrebbe pensato lui. Passando vicino al recinto dei porci, quel giorno stesso, vidi Oreste che piangeva, ma Melino mi disse di non farci caso, perché faceva spesso cos, era un po' scemo.

Quando s'adirava, il padre di Melino faceva paura a tutti, fuorché a Melino, che temeva solo i calci che gli assestava nel fondoschiena quando non aveva portato a termine un lavoro che gli era stato affidato. Doveva alzarsi presto la mattina, perché Padrone Pietro voleva che non si abituasse a crogiolarsi nel letto. Di solito Melino dormiva al piano terra in una stanzetta ricavata con una tenda in un angolo della grande cucina, ma quando arrivai alla masseria, per farci stare insieme ci sistemarono in una camera da letto al primo piano della casa padronale, con un lettone di ferro nero e tanti mobili antichi e molto grandi che spiccavano sulle pareti dipinte di bianco. Di sera tardavamo a prender sonno, perché Melino voleva che gli raccontassi tante cose sulla vita di città.

- Ma tu non ci sei mai stato? - gli chiesi una volta.

- Sì , ogni anno, quando veniamo alla festa di maggio.

- E allora sai com'è!

- Ma ci stiamo solo poche ore. E poi andiamo solo alla festa e a salutare i parenti. Un paio di volte mio padre mi ha fatto andare con Vito a portare il latte al caseificio, per fuori dalla città, le case si vedono solo da lontano.

- Brrr! Fa freddo qui.

- Fa freddo in tutta la casa, di notte, i muri sono spessi. Qui al primo piano fa ancora pi freddo, ma ti abitui.
- Chi dorme qui, di solito?

- Dormivano i miei nonni, quelli l sulla parete con i lumicini. Sono morti. Tu hai paura dei morti?
- Mah, non so. Dovrei averne?

- Dicono che gli spiriti dei morti tornano la notte, ma io non ho paura. Una volta ho acchiappato una biscia con le mani.

- Una biscia?

- Sì, testone, un serpente.

- E se ti mordeva? E il veleno?

- Ma la biscia non velenosa, fa solo male quando morde. Va bene, domani andiamo a caccia di bisce.

In quei due mesi imparai a cacciar bisce, lucertole, rane e rospi, uccelli, insetti. Fui punto due volte dalle vespe, fui inseguito dai cani, tornavo sempre con le gambe graffiate dai rovi, ma la sera andavo a letto felice e anche dopo aver parlato con Melino non riuscivo a prender sonno, guardavo a lungo quei lumicini tremolanti sulla parete volando in groppa alla mia fantasia, dove volevo. La mattina, prima che facesse giorno, la madre di Melino entrava in punta di piedi nella stanza e scuoteva dolcemente il figlio, per svegliarlo:

- Melino, svegliati, tuo padre sta per alzarsi, fatti trovare in piedi una volta tanto - e continuava per un po' a chiamarlo sottovoce in tono suadente. Era una buona donna la madre di Melino, palliduccia, con gli occhi sempre un po' spauriti, specie in presenza del marito, non osava mai contraddirlo, anzi non rispondeva affatto quando lo vedeva arrabbiato. I capelli neri e lunghi erano raccolti in crocchia sulla nuca, ma sempre un ciuffo si liberava e le cadeva dinanzi agli occhi.

Melino rispondeva che si sarebbe alzato subito, ma rimaneva sempre a poltrire nel letto. Sentivo ogni mattina il padre che chiedeva alla moglie:

- Melino s'è alzato?

- Si sta vestendo - rispondeva la donna.

Ma Melino non si alzava, e allora il padre in canottiera, con l'ultimo bottone dei calzoni ancora libero e le bretelle ciondoloni giù per le gambe, con i capelli, i baffoni e le sopracciglia arruffati, si faceva sotto la scala e urlava:

- Melinooo! Fannullone, mangiapane, scendi o vengo a prenderti per i capelli!

Non che il ragazzo avesse realmente da fare alle cinque del mattino, perché di personale ce n'era a sufficienza, ma Padrone Pietro diceva che aveva da abituarsi ad un certo tipo di esistenza, perché sennò una volta cresciuto si sarebbe trovato con le tasche vuote e bucate e gli altri, che stanno sempre l pronti a fregarti, gli avrebbero fatto anche le scarpe; e se poi aspettava di campare di rendita sull'eredità paterna, stava fresco.

Appena fatto giorno arrivava Vito con un bidoncino di latte fresco che noi consumavamo con delle ciambelle d'uovo preparate da mia zia.

Non restavo mai a letto dopo che Melino s'era alzato, perché volevo andare con lui ed aiutarlo, sperando che si liberasse presto.

Spesso il suo compito consisteva solo nel guardare gli altri che lavoravano.

C'era grande abbondanza di cibo in quella casa, in gran parte prodotti della masseria stessa, riserve accantonate nei vari periodi dell'anno, ragione per cui tutta la casa padronale odorava costantemente di cibarie, di conserve sottovetro, di latte cagliato e di frutta fermentata: ricordo ancor oggi quell'odore pungente che sapeva di primitiva sicurezza, dava la certezza che il cibo non sarebbe mai mancato, e oltre la pesante porta d'ingresso poteva accadere qualunque cosa. Appena fatta colazione andavamo fuori, e l'aria pungente del mattino limpido, ci portava una miriade di altri odori: fieno appena tagliato, latte appena munto, il tanfo della stalla e del porcile; l'odore leggero del pane croccante appena sfornato, proveniente da una delle casupole dei contadini e dei pastori. E' strano come gli odori possano facilmente riportare alla memoria episodi e sensazioni che la mente non pi in grado di richiamare in modo autonomo, ed anzi facciano come per incanto rivivere certi momenti, come se di un balzo si fosse tornati indietro nel tempo ed in quel luogo: attraverso la memoria ed i ricordi si rivive, così, parte della propria esistenza, anche quei momenti e quelle sensazioni che a quel tempo non si aveva la coscienza di vivere.

Alle sei del mattino la masseria era già un formicolio di gente laboriosa, che si dava un gran daffare per sbrigare questa o quella faccenda prima che il sole arroventasse tutto con la sua potenza. Nelle ore più calde ci si dedicava a lavori più leggeri, all'interno delle stalle. Ma i contadini avevano da lavorare sempre all'aperto, anche sotto il sole cocente. Spesso, specie all'epoca dei raccolti, il mezzadro andava al paese vicino ad assoldare manodopera alla giornata, braccianti senza lavoro che pur di portare il pane a casa per un giorno accorrevano sulla piazza principale del paese dalle tre del mattino ad aspettare che qualche "caporale" venisse ad offrir loro un pugno di grano in cambio di una dura giornata di lavoro.

- Oggi arrivano i giornalieri - mi diceva Melino.

- E chi sono, i giornalieri?

- Contadini. Vengono a lavorare per un solo giorno. Se lavorano bene vengono presi anche domani e poidomani, finché servono. Oggi comincia la raccolta dei pomodori; vengono anche le donne.

- Andiamo a vedere?

- Mio padre non vuole.

- Perché?

- Perché dice che ci vado solo per sbirciare le gambe delle ragazze chinate a raccogliere i pomodori.

- Ma è vero?

- Sì, ma ci andiamo lo stesso. Dai, giriamo dalla parte della vigna.

Quel giorno donne giovani non ne erano arrivate, ma il campo di pomodori, sterminato ed assolato, costellato di schiene scure, curve sotto il sole, schiene di giovani, vecchi e donne, mi portò alla mente un quadro che avevo visto qualche tempo prima non so dove, su cui era dipinta una scena di raccolta del cotone in una piantagione americana. Il mezzadro aiutava a caricare le cassette colme sul rimorchio del trattore, poi metteva in moto e andava a scaricare al magazzino.

Il giorno dopo arrivarono le ragazze, e noi eravamo lì, appena fuori della vigna, fra il fogliame, col cuore che batteva forte in petto.

L'aria greve era appena mossa dal canto di una donna, dal ronzio delle mosche e dal frinire di poche cicale.
Sentimmo, senza farci caso, il rumore cupo del trattore che partiva, poi d'improvviso un urlo di donna, straziante, e poi un altro, e un altro ancora. Correvano tutti verso il trattore:

- Che disgrazia, che disgrazia! - gridavano pi voci; s'udivano imprecazioni e bestemmie, ma anche incitazioni a far qualcosa. Fu mandato a chiamare il padre di Melino, ed una ragazza passò di corsa accanto a noi.

- Filomena! - la chamò Melino - che è successo?

- Rocco, il figlio di Giosino - balbettò ansimando lei, - il rimorchio s'è capovolto ed rimasto sotto - e corse via piangendo.

Seppi poi che il ragazzo era morto schiacciato. Aveva quindici anni. Vennero i carabinieri a far domande, ma non so con quale imbroglio figurò che Rocco non era lì per lavorare, ma la disgrazia era successa per gioco. Dopo tre giorni riprese la raccolta; i giornalieri continuarono a lavorare ed il caporale era l a sorvegliare ed a caricar cassette. La famiglia di Rocco ebbe dei soldi.

Riprendemmo le nostre scorribande, Melino ed io, ma non volli pi tornare al campo di pomodori, nemmeno per le gambe delle ragazze.

Le giornate si accorciavano e l'estate volgeva al termine, e quando tornavamo alla casa padronale, di sera, era già buio da un pezzo. Spesso indugiavamo sotto il gelso, sull'aia, col naso per aria, a raccontar storie. In realtà a me piaceva guardare le stelle, perché mai le avevo viste così belle e luminose, pareva che con il loro tremolio tenessero pi svegli i grilli innamorati. Poi il padre di Melino sbraitava dalla soglia per farci entrare, minacciando di chiuderci fuori per la notte. Andavamo al piano di sopra, nello stanzone bianco, e m'affacciavo alla finestra, e quando finalmente Melino dormiva, il silenzio della notte e quelle stelle tremolanti, e la luna che faceva capolino dietro il gelso, e il canto dei grilli e i lumicini lontani delle povere casupole mi facevano sentire tanta tristezza, mentre il suono lontano di un'ocarina nella notte mi stringeva il petto e imprimeva forte in me le immagini, i colori, gli odori e le emozioni di quei due mesi. Ma, eccetto me, nessuno se ne ricorda più.

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Fausto Campanozzi

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