Fausto Campanozzi

LA STRANA FINE DI KOSTANTIN DOLGOROV

Segnalato per
"l'elevato contenuto letterario e stilistico"
alla I edizione del Premio "LOVERCRAFT" (1994)
per la letteratura fantastica
organizzato dalla rivista "SHINING" - Milano




La Vecernaja Gazeta non ha dato troppa importanza all'avvenimento, compagno ten... Oh, scusatemi. Volevo dire: signor tenente. Sapete, devo ancora abituarmici, ho trascorso tutta la mia vita chiamando le persone "compagno"... Ma lasciamo perdere.

Perché sono venuto qui? Ecco, io sono vecchio, ho lavorato nella fonderia Mir per trent'anni con vostro padre, vi ho visto bambino, vi ho visto crescere nel Malenkij Rajon. Adesso quella zona tutta cambiata, sapete? Non si riconoscono più le strade, sembra proprio una città moderna, con le vetrine... Oh, sì, scusatemi, sto ancora divagando. E' la mia povera testa che non riesce più a seguire un sentiero senza andar per i campi. Ero venuto qui per parlarvi del povero Kostantin Petrovic, perché il caso ha voluto che io lo trovassi per primo. Come vi dicevo, il giornale non ha dato importanza alla cosa, ha liquidato tutto come un banale fatto di cronaca, una lite, una vendetta.

Ma io ho visto qualcosa di strano, e sono arrivato che Kostija era ancora vivo. E prima di chiudere gli occhi per sempre, mi ha preso per il bavero e mi ha raccontato com'è andata, in modo un po' confuso, lo so, però è riuscito a dirmi come sono andate davvero le cose. E siccome non voglio passar per matto, ho parlato anche con la povera Vera Ivanovna, la vedova, che ha potuto dirmi che cosa è successo prima che lui si trovasse per strada. Adesso sono venuto da voi, perché sapete di che pasta sono fatto da tanti, tanti anni. Ho la testa sul collo, io. E proprio per questo voglio tenermela, e voglio che gli altri se la tengano. Sì, avete ragione, comincio tutto daccapo e con ordine.

Si tratta dell'omicidio di Kostantin Petrovic Dolgorov, avvenuto la notte del 14 gennaio scorso, come potete controllare.

Da quello che ho potuto capire, i fatti si sono svolti così.

Il bravo Kostija era convinto di essere un grande cacciatore. A dir la verità, non sarebbe stato capace di prendere una lepre zoppa, e per fortuna si ricordava della caccia soltanto una volta l'anno, quando gli telefonava il suo amico Piotr Ilic e lo invitava a trascorrere la domenica nei campi e sulle colline Drevneskije, nel bosco di betulle. Ma questo avveniva con l'inizio della primavera, perciò quando capitò questa storia, in pieno inverno, l'idea della caccia era fuori della sua testa.

Ma, dite un po', voi non lo ricordate proprio, il bravo Kostija? Oh, ecco, mi proverò a descriverlo.

Era un omone grande e grosso, di circa quarant'anni, castano di capelli e di carnagione dorata, con un largo sorriso sempre stampato sulla faccia rotonda e un tantino lentigginosa. Si comportava spesso in maniera un po' infantile, era semplice e gli piacevano le cose semplici, era capace di divertirsi con un trenino elettrico, o di restare per ore col naso appiccicato ad una vetrina, o di gioire per una nevicata improvvisa.

Ed era proprio per questo che quella notte indugiava dietro ai vetri e non voleva coricarsi.

- Vieni a letto, Kostija - gli disse la moglie con voce impastata di sonno.

- Ancora un po', Verocka. Guarda, nevica di nuovo!

- Va' al diavolo, Kostantin Petrovic! - disse lei voltandosi con atto sdegnoso dall'altra parte e tirandosi le coperte sulla testa.

Kostija la guardò meravigliato, poi con una scrollata di spalle riprese a guardare fuori, estasiato.

Vera si chiedeva, e non era la prima volta, come diavolo avesse fatto a sposare quell'informe grosso concentrato di stupidità, lei che, in fin dei conti, era una bella donna e si reputava anche intelligente, forse perché aveva studiato a Mosca. Kostantin, però, era tutt'altro che tonto, era soltanto semplice, ecco tutto, era come un bambino. Si erano conosciuti quando lei faceva la commessa alla libreria sul corso, la Novaja Kniga, li aveva presentati Piotr Ilic, l'amico di sempre, e lei aveva accettato di uscire con quel simpatico ciccione, forse per scherzo, forse per curiosità.

Lei era bella, gi allora come adesso, bruna, con i capelli lunghi e lisci e gli occhi a mandorla, nerissimi e grandi. Non si sa come, finirono con l'innamorarsi, spinti da ragioni diverse, lui dalla bellezza, lei dall'istinto materno, dal desiderio di coccolare quel bambinone bisognoso di affetto. Figli non ne ebbero, e adesso si può dire che fu una fortuna.

Forse ricordando i bei tempi, Vera si assopì nuovamente, e Kostija continuava a guardare estasiato la neve che veniva giù.

Ricordate, signor tenente, che fino al nuovo anno, quest'inverno, non abbiamo vista tanta neve? Solo fiocchi sottili sottili, che si scioglievano non appena toccavano terra. Poi, intorno alla metà di gennaio, arrivata una nevicata portentosa, che nel giro di un paio d'ore ha seppellito tutta la provincia sotto una coltre candida e soffice.

Quel pomeriggio Kostija era uscito a far compere, non appena aveva smesso di nevicare, e si era divertito un mondo ad affondare i piedi nella neve alta. Immaginava di essere in un villaggio della Siberia, in uno di quei posti dove andavano a cercare l'oro quelli che avevano le slitte con i cani, uno di quegli accampamenti isolati e freddi in cui la notte il vento sibilava e l'ululato dei lupi si faceva sentire sempre pi vicino alle capanne di legno. Niente gli dava i brividi come immagi-nare l'ululato di un branco di lupi nella notte, quando sulle montagne non c'è più selvaggina e le bestie affamate scendono a valle in cerca di cibo, avvicinandosi alle capanne sferzate dal vento gelido.

Quando, quella notte, i fiocchi ripresero a volteggiare gonfi e lievi come batuffoli nell'aria fredda, Kostija guardava fuori della finestra e fischiava in sordina imitando il sibilo sinistro del vento, e la sua fantasia cominciava a viaggiare ancora. Il silenzio era totale, e la candida coltre conferiva alla scena un aspetto spettrale, luminoso, ovattato. Sembrava che i lampioni della strada facessero pi luce del solito e tutta la realtà si muovesse al rallentatore.

Le case di là della strada parevano più lontane e la via coperta di bianco sembrava larga come una piazza, perché non si distingueva ormai pi l'orlo dei marciapiedi; le poche automobili in sosta, completamente sommerse, potevano essere prese per grandi massi o rocce sparse lungo un sentiero montano. Anche gli alberelli erano ricoperti, e di tanto in tanto una folata di vento li scuoteva facendo cadere una manciata di neve come sale nel piatto.

Il silenzio gravava nell'aria gelida, ed egli aveva l'impressione di poter udire persino il rumore dei fiocchi leggeri che si posavano sulla coltre bianca. Continuava ad immaginare slitte e uomini nella bufera.
Ad un certo punto i suoi pensieri si dileguarono come se fosse stato richiamato di colpo alla realtà. Con un brivido per la schiena trattenne il fiato e si mise in ascolto. Gli pareva di aver udito... Ma no, non poteva essere, non certo qui in città, era stata la sua immaginazione. Ma dopo un minuto di nuovo quel suono agghiacciante, prolungato, selvaggio.

Si chiese che cosa poteva essere stato, perché non voleva crederci. Un'automobile, forse? Sapete, quelle vecchie Zighulì, sbuffano come locomotive, ogni tanto. O una sirena lontana? Probabilmente un'ambulanza o il camion dei vigili del fuoco. Ma poi, forse, ci pensò meglio: il suono di una sirena giunge modulato dalla distanza, dalla velocità e dalla direzione del mezzo, finché si perde in lontananza do-po esser diventato sempre pi acuto nell'avvicinarsi. Quello che lui aveva sentito era un suono diverso, continuo, teso.

Eccolo di nuovo, ancora più vicino. Non ci voleva credere, Kostantin Petrovic, pace all'anima sua. Quello era proprio il suono che gli ghiacciava il sangue nelle vene, era l'ululato di un lupo. Ma come poteva essere? Un lupo a pochi passi da casa sua! Allungò il collo per guardare a destra e a sinistra e vedere se qualcuno dei vicini, aven-dolo sentito, guardasse giù nella strada, ma non vide nessuno.

Io abito proprio di fronte alla finestra di Kostija, al secondo piano, ma vi assicuro, signor tenente, che non ho sentito proprio niente, né ululare, né gridare. Solo alla fine... Ma lasciatemi procedere con ordie.

Si morse le labbra, perché si trattenne a stento dallo svegliare Vera. Voleva che anche lei ascoltasse quel suono che si perdeva nel silenzio della notte, ma poi, sentendo il suo respiro pesante, pensò che forse era meglio lasciarla dormire.

La sua fantasia correva sempre troppo, ecco. Doveva trattarsi di un cane infreddolito, forse smarrito e affamato, che ululava ubbidendo al suo istinto, tornando ad essere lupo per una notte. Al mattino, dopo la nevicata, dopo il buio della notte, tutto sarebbe tornato normale.

Udì ancora l'ululato e si asciugò la fronte imperlata di sudore freddo col dorso della mano. Lo aveva sentito vicino, giù nella strada, riecheggiare sulla coltre nevosa come in una enorme stanza chiusa e infrangersi sui muri dei caseggiati.

Poi, come in un film al rallentatore, vide un uomo svoltare cor-endo l'angolo a sinistra in fondo all'isolato, incespicare sulla neve alta, cadere e rialzarsi sorreggendosi al palo del semaforo in cima al quale lampeggiava silenziosamente la luce gialla. Sembrava terrorizzato, perché si guardava alle spalle come fosse inseguito, poi riprese a correre affondando le gambe nella neve alta che gli impediva di procedere spedito come avrebbe voluto. Aveva un giaccone e un berretto di lana scuri, e la sua figura pareva una macchia d'inchiostro su un foglio bianco.

Quando l'uomo giunse quasi sotto la finestra, Kostija vide ciò che non avrebbe voluto vedere, ma che ormai si aspettava: il branco ansimante svoltò l'angolo e girò intorno al palo del semaforo all'inseguimento della preda. Un ululato fece vibrare i vetri della finestra, e lui vide le bestie correre a balzi sulla neve fresca. Dalle bocche fameliche il fiato usciva a tratti, imbiancandosi nell'aria gelida e tramutandosi in minuscoli cristalli di brina.

Il branco era guidato da un lupo scuro, massiccio e superbo, che correva inarcando la schiena muscolosa. Si potevano vedere gli occhi socchiusi nello sforzo dell'inseguimento, per non perdere di vista l'uomo che scappava. e Kostija pensò che l'avrebbero raggiunto in pochi istanti.

Era tutto così irreale, non gli sembrava vero che accadesse davvero nella strada sotto casa sua, sul marciapiede che egli calpestava ogni giorno, perché tutto era così diverso come fosse lontanissimo nel tempo e nello spazio. Ma che cosa stava accadendo? Da dove arrivavano quei lupi e perché inseguivano quell'uomo?

L'istinto di svegliare la sua Verocka era forte, ma non riusciva a staccare la faccia dal vetro della finestra, perché il lupo in testa al branco era quasi dietro le gambe dell'uomo, e subito dopo gli fu addosso azzannandogli un polpaccio e facendolo cadere. Gli altri lo circondarono e presero a morderlo tirandolo da tutte le parti. Solo un istante dopo vide il lupo nero azzannarlo al collo per spezzargli la carotide. L'uomo sussultò agonizzante, mentre spasmi involontari gli scuotevano le membra da cui la vita fuggiva.

Kostija ebbe l'impressione che il lupo scuro, sollevando trionfante il capo dalla carcassa della preda appena sgozzata, prima di ululare al cielo la propria vittoria con le fauci rosse di sangue, guardasse per un istante verso la sua finestra.

Kostantin si ritrasse istintivamente, ma poi pensò che la bestia non poteva averlo visto. Quando l'eco dell'ululato si smorzò e tornò il silenzio, guardò di nuovo nella strada e vide il branco trascinare l'uomo dietro l'angolo della casa di fronte per divorarlo in tranquillamente, lasciando una scia purpurea sulla neve candida.

Che fare? Kostija si chiedeva certamente come mai nessuno dei vicini avesse sentito quello schiamazzo gi nella strada. Si sentiva terrorizzato, perché non si trattava di fantasia, quello che aveva visto era accaduto realmente sotto i suoi occhi. Pensò di chiamare la polizia, o i vicini, o qualcuno che potesse aiutarlo. Ma poi si rese conto che non ne valeva la pena, perché nessuno avrebbe creduto ad una sola parola. Ma c'era il sangue! E se facevano presto avrebbero trovato i lupi ancora intenti a divorare quell'uomo.

Guardò giù e vide che la scia di sangue era sparita, coperta dalla neve che ancora cadeva. No, non si poteva chiamare nessuno, doveva agire da solo contro quelle bestiacce. Non lo so, signor tenente, ma forse anch'io avrei fatto la stessa cosa, non si sa mai, quando ti accade qualcosa, come decidi di comportarti.

Guardò verso il letto. Vera dormiva e per un istante gli venne voglia di infilarsi sotto le coperte accanto a lei e dimenticare tutto, magari scoprendo, svegliandosi al mattino, che era stato soltanto di un brutto sogno. Ma il suo istinto di cacciatore ebbe il sopravvento, perché forse questa volta avrebbe mostrato a tutti di valere qualcosa, affrontando da solo un branco di lupi venuti da chissà dove. Si sentì pervaso da un coraggio mai sentito prima, si sentiva un vero uomo, un cacciatore di pelli del grande nord, anche se sapeva che questa volta si faceva sul serio.

Andò nella sala da pranzo, mise la sedia accanto al mobile alto e prese l'astuccio del fucile. Silenziosamente lo poggiò sul tavolo, lo aprì e carezzò la lucida canna. Prese la scatola delle cartucce e caricò l'arma, convinto che un paio di colpi sarebbero bastati ad uccidere una o due di quelle bestie e a far fuggire le altre.

Diede un'occhiata all'orologio da parete: erano quasi le due, ma non gl'importava, perché per quello che lo riguardava poteva essere anche mezzogiorno, tanto si sentiva fuori dal tempo, come se si trattasse di un incubo terrificante. E durante un incubo nessuno pensa mai a guardare che ora è. Infilò i pantaloni e gli stivaletti, indossò il giaccone impermeabile e impugnò il fucile.

Vera si rivoltò sotto le coperte:

- Ma perché diavolo non vieni a letto, idiota?

- Vengo subito, Verocka, dormi, non ti disturbo più.

Uscì sul pianerottolo e richiuse senza far rumore la porta alle sue spalle, pensando alla faccia di Vera quando le avrebbe raccontato la sua avventura.

Prima di aprire il portone che dava sulla strada guardò da un lato e dell'altro attraverso la finestrella di vetro, poi, col cuore che gli saltava nel petto, tirò il battente più piano che poteva, e imbracciando il fucile con il colpo già in canna affondò i piedi nella neve soffice.

Si diresse lentamente verso l'angolo dietro il quale era scomparso il branco trascinandosi il corpo esanime dell'uomo. L'aria era fredda e il suo respiro si condensava in bianche nuvolette davanti al suo viso. Guardava di tanto in tanto verso le finestre del caseggiato, con la segreta speranza che qualcuno si affacciasse, ma era completamente solo nella strada illuminata da un'atmosfera evanescente e spettrale.
Raggiunse l'angolo e si appiattò contro il muro. Pensò bene, prima di sbirciare, di vedere da che parte soffiava il vento, come aveva visto fare in un film, per non essere sentito subito dal branco. Si rese conto di avere la brezza a favore.

Guardò al di là dell'angolo e vide i lupi raccolti in cerchio, intenti a divorare la preda. L'odore dolciastro del sangue gli diede il voltastomaco. Sempre seminascosto dal muro, facendo sporgere soltanto la canna del fucile, calcolò la distanza e cercò di prendere la mira per colpire il lupo nero. Ma la bestia, come sentendo la presenza dell'uomo, sollevò il capo e guardò nella sua direzione, ringhiando minacciosamente. Aveva gli occhi gialli e crudeli, lo sguardo intelligente e un atteggiamento di sfida.

Kostija uscì allo scoperto mirando dritto tra gli occhi del lupo, ma udì una voce cupa e profonda:

- Lascia quel fucile, uomo!

Abbassò la canna istintivamente per un attimo. No, non l'aveva sentita, non era possibile, era troppo distante. E poi il lupo non poteva parlare. Rialzò il fucile e riprese la mira con calma.

- Ascoltami uomo! Ti ho detto di abbassare il fucile!

Il lupo non aveva parlato, continuava a ringhiare mostrando i denti. Allora Kostija si rese conto di aver ascoltato la voce del pensiero della bestia. Gli altri lupi si voltarono ad uno ad uno nella sua direzione, e ringhiarono fronteggiandolo a loro volta.

Kostantin era come ipnotizzato, abbassò il fucile e fece qualche passo verso di loro.

- Chi sei? - pensò fra sé, e il Lupo lo sentì.

- Sono il Male che hai sempre rifiutato - pensò la Bestia.

Kostantin Petrovic inorridì. Il Lupo si avvicinò a passi lenti, fissandolo sempre negli occhi.

- Che volete da me? - pensò Kostija.

- Vogliamo la tua Vita e la tua Anima - pensò il Lupo.

L'uomo era impietrito e non si mosse, anche se voleva comandare alle sue gambe di cominciare a correre più forte che potevano. Scrutava gli occhi diabolici della Bestia e gli parve di udire in lontananza un coro di dannati. Sollevò di nuovo il fucile e prese la mira.

- Perché proprio io? - urlò.

Solo a questo punto udii gridare nella strada e riconobbi la voce di Kostija. Corsi ad affacciarmi alla finestra, ma vidi soltanto lui che guardava dietro l'angolo del mio caseggiato. Non riuscivo a vedere chi aveva di fronte.

- Perché proprio io? - urlò una seconda volta.

Il Lupo non rispose, prese a correre verso di lui, e Kostija vide il suo muso osceno sporco di sangue, tirò il grilletto, ma il colpo andò a vuoto. Adesso vedevo anch'io la Bestia che gli era già al collo, e vi giuro, signor tenente, non ho mai visto niente di più spaventoso. L'uomo cadde e sentì il suo odore fetido, sentì i peli nella sua bocca, sentì un gran calore al collo, poi guardò il cielo e la neve che continuava a cadere, mentre l'aria diventava rossa, poi sempre pi scura, nera, tenebra.

Presi il fucile e mi precipitai nella strada. Quando arrivai accanto a lui, il branco era scomparso, com'era scomparso l'uomo che i lupi stavano divorando. Kostantin Petrovic respirava a fatica.

- Kostija! - lo chiamai chinandomi su di lui, - Amico mio, che ti hanno fatto?

Aprì gli occhi e mi riconobbe. Con un filo di voce cercò di raccontare quello che era successo. Le sue ultime parole furono:

- Igor, amico mio, tornerà. Ormai vive fra noi.

E un ululato si alzò nella notte perdendosi in lontananza sulla neve candida

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Fausto Campanozzi

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